Fonte: http://goofynomics.blogspot.it/

sabato 28 dicembre 2013

Lezioni dalla crisi: perché il Parlamento dovrebbe sfiduciare la Commissione

(il testo del mio intervento al convegno "Morire per l'euro?", organizzato dal gruppo EFD presso il Parlamento Europeo il 3 dicembre 2013. Qui il video originale).

(English version here)
 
Grazie Magdi per l'invito a questo incontro così importante. Vi parlerò in inglese, e in questo c’è un’amara ironia. Perché? Perché l'inglese è la lingua del paese dov'è nata la scienza economica, almeno così come la conosciamo oggi, e che forse per questo motivo non è entrato nell'euro e sta seriamente considerando l'uscita dall'Unione Europea.
 
È abbastanza paradossale che per poter essere capito dalla fetta più vasta possibile di cittadini europei io debba utilizzare proprio la lingua di questo paese. È una lezione importante per quanti credono che gli Stati Uniti d'Europa siano una possibilità vera, concreta. In effetti la lezione è duplice.
 
Primo: qui c'è una maggioranza di italiani e la soluzione più democratica sarebbe che io parlassi in  italiano. Ma vi do una lezione di politica europea: io appartengo ad un'élite, ne vado fiero, quindi decido per voi e parlo in inglese. E questa è la prima lezione.
 
Seconda lezione: non sono contro l'Europa. Posso viaggiare in Europa, parlando nelle rispettive lingue con buona parte delle popolazioni che incontro. La prima volta che sono andato in Portogallo mio figlio ha detto a mia moglie: “Questo è il primo paese dove il babbo non parla la lingua locale!”, ed è vero, perché purtroppo non parlo il portoghese e non lo capisco. Ma con l'inglese si può praticamente girare il mondo, e anche l'Europa.
 
Fatta questa premessa, andiamo avanti con il contenuto.
 
Nel mio intervento cercherò di mettere i problemi che stiamo vivendo nella giusta prospettiva. La prima cosa che vi mostrerò è che gli squilibri finanziari, e quindi le crisi debitorie, derivano spesso da squilibri di distribuzione del reddito. Questo non va sottovalutato perché ci dà indicazioni positive rispetto a quello che dovremmo fare una volta fuori dall'euro. Secondo punto: il matrimonio tra moneta unica e riforme economiche è burrascoso. Ci è stato detto che la moneta unica ci avrebbe costretto a riforme che erano assolutamente necessarie, ma ora sappiamo che la letteratura economica presenta molte argomentazioni per confutare queste argomentazioni e sostenere la tesi contraria: i tassi di cambio fissi, o peggio la moneta unica, in realtà sono strumenti utili per procrastinare le riforme economiche. Poi andrò avanti presentando le due principali lezioni derivanti dalla crisi: la prima è che dovremmo cominciare da una riforma del mercato del lavoro a livello europeo, la seconda è che dovremo togliere di mezzo l'euro.
 
Queste sono due condizioni necessarie, per i motivi che presto vi spiegherò e che in parte sono stati spiegati anche da Antonio e da Claudio.
 
Un’altra premessa: la crisi della zona euro ha origine nella finanza privata. Gli squilibri finanziari nel settore privato sono stati promossi da problemi di competitività e da mercati finanziari non regolamentati. È un’impostura presentare la crisi della zona euro come crisi di debito pubblico. Questo non ve lo dice Claudio Borghi Aquilini, ma Vítor Constâncio...
 
E chi è questo Vítor Constâncio? Il vice presidente della Banca Centrale Europea. Sentiamo dunque la parola di questo signore con la “S” maiuscola:
 
“Gli squilibri han trovato origine principalmente dalle spese nel settore privato”, punto secondo:  “finanziate dal settore bancario dei paesi creditori e debitori”, punto terzo: “il mercato finanziario europeo non ha funzionato in conformità con la teoria economica” (aggiungo: secondo la sua teoria, perché altri economisti invece avevano previsto quello che poi sarebbe successo e sta succedendo), punto quarto: “l’esposizione creditoria verso i paesi sotto stress è più che quintuplicata” (e questo ve l'ha mostrato Claudio, facendo vedere che l’Italia è stata il paese meno coinvolto in questa esplosione massiccia del debito estero), e infine: “ciò ha portato alla perdita di competitività”.
 
Sintesi: le economie periferiche sono state drogate dal debito estero proveniente dai paesi “core”. 
 
 
Non c'è bisogno di applaudirmi perché è banale... è banale, tutto quello che dirò oggi sono banalità, qualsiasi economista lo sa, credetemi, credete a me, non a Mario Draghi! 
 
Andiamo a vedere la spesa pubblica primaria nella zona euro. L'Italia spesso è accusata da persone provenienti da altri paesi, per lo più esportatori di zanzare,  che l'accusano di essere uno dei paesi col settore pubblico più spendaccione, uno dei paesi meno accorti. Ciò è semplicemente falso.
 
 
Andate a vedere i dati: l'Italia ha un rapporto spesa pubblica/Pil che è vicino, e al disotto, della media della zona euro, se considerate la spesa pubblica primaria. Se aggiungete la spesa per interessi la situazione peggiora, ma non di tanto. Notate un altro dettaglio: la Francia, la Finlandia, l'Austria, il Belgio, l'Olanda, la Germania, insomma, i cosiddetti "virtuosi" spendono molto più, in rapporto al loro Pil, dell’Italia e dei cosiddetti PIGS: Portogallo, Grecia, Spagna e Irlanda. Suppongo che questi dati non vi fossero noti: molti non li conoscono, ma questi dati sono importanti perché mostrano una semplice cosa: un’intera classe politica, un intero sistema dei media vi sta mentendo. E siamo in democrazia, non è vero?
 
Andiamo avanti. Il mantra! Viviamo nell’economia dei mantra: dobbiamo diventare più competitivi, quindi dobbiamo comprimere i costi del lavoro (perché i costi delle materie prime sono in buona parte esogeni, per cui possiamo agire nel breve solo su quelli del lavoro), dobbiamo diventare più produttivi...
 
Andiamo a vedere l'esperienza storica di un’economia avanzata che spesso ci viene portata ad esempio. Perché? Perché qualcuno pensa che i nostri problemi possano essere risolti diventando gli Stati Uniti d'Europa. Andiamo allora a vedere cosa è successo negli Stati Uniti d'America.

 

(Fonte: Wolff, R., 2010. "In capitalist crisis, rediscovering Marx", Socialism and Democracy, 24:3, 104-146; vedi anche questo post per dati di altra fonte). 

 
Questo è un grafico interessante a mio modo di vedere: in blu vedete la produttività del lavoro, in rosso i salari reali. Sono indici che vanno dal 1890 al 2007, all'inizio dell’ultima crisi in sostanza. Cosa vedete? Vedete che ci sono stati periodi in cui la produttività è cresciuta più rapidamente dei salari reali, soprattutto alla fine del campione. Se crediamo al mantra, questi avrebbero dovuto essere periodi di prosperità, perché un paese dove cresce la produttività e i salari reali ristagnano diventa più competitivo. Ma guardiamo questa tabella, dove ho riportato i tassi di crescita medi delle variabili. Certo, siamo in una istituzione politica e qui le cifre forse non sono benvenute, ma vale la pena di dare un’occhiata a questi dati.
 
 
Ho sottolineato in rosso i due periodi in cui la produttività del lavoro è cresciuta più rapidamente rispetto ai salari reali; il primo periodo dal 1919 al 1932, quello nel quale è maturata e esplosa la crisi di Wall Street, il secondo periodo dal 1971 al 2011, nel quale è maturata ed esplosa la crisi della Lehman Brothers. Vedete anche che i salari reali sono cresciuti più della produttività durante il New Deal negli Stati Uniti, e allo stesso tasso di crescita della produttività dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo in cui gli Stati Uniti d'America hanno liquidato gli enormi debiti di guerra accumulati per liberare l'Europa da quello che sapete voi.
 
La domanda è: perché le cose vanno così male quando ci comportiamo “bene”? Perché ci sono crisi alla fine dei periodi in cui siamo così competitivi? E la risposta è semplice: perché il capitalismo funziona se c'è abbastanza domanda aggregata. Non si produce per produrre: si produce per vendere. Se si reprimono i salari la domanda deve essere finanziata attraverso l'indebitamento, e ci sono diversi tipi di indebitamento che possono essere utilizzati per questo scopo. Se siete keynesiani, proteste utilizzare il debito pubblico. È successo negli anni ’80 negli Stati Uniti d'America: sembra paradossale, ma è successo sotto il governo repubblicano di Reagan, e nello stesso periodo è successo anche in Italia col socialista Craxi. Se siete invece siete liberisti, economisti conservatori, diciamo, forse potreste apprezzare il debito privato: “lasciamo liberi i capitali, lasciamo funzionare il mercato”. Se infine siete tedeschi, preferirete utilizzare il debito degli altri, praticando una politica mercantilista: prestare (incautamente) agli altri per fare in modo che gli altri comprino i vostri prodotti, naturalmente comprimendo i salari a casa vostra. Questo è quello che ha fatto la Germania. Nel breve periodo è un metodo molto furbo, non lo contesto, ma purtroppo porta ad un sistema instabile, perché favorisce un eccesso di indebitamento estero, e ora stiamo pagando il prezzo di questa instabilità.
 
 
Nel periodo della globalizzazione abbiamo visto repressione salariale ovunque nel mondo. Qui  abbiamo i dati per gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e l'Italia. La caduta principale della quota salari è stata pari -8% in Germania, in Italia -5%, comunque c'è stata una riduzione un po' dappertutto. La compressione dei salari nel breve periodo è una politica che frega il vicino: si cerca di fare dumping salariale, di pagare il lavoro a vile prezzo, per essere più competitivi e vendere di più all'estero, crescere sulla domanda altrui (finanziata dal debito) anziché sulla propria (finanziata dal reddito). Alla fine però diventa sempre una politica che frega se stessi, perché la compressione dei salari distrugge il mercato interno e in un'Unione Economica distruggere il mercato interno significa andare contro la logica dell'economia. Perché? Perché come ha detto Alberto Alesina, che insegna all'Università di Harvard (non alla Gabriele D'Annunzio), come ha detto Alesina molto chiaramente nel 1997, quando era contrario all'euro, il beneficio principale di una unione economica è quello di godere di un vasto mercato interno che può agire da ammortizzatore rispetto a choc esterni (qui, nel suo commento a Obstfeld). Insomma, se c'è una recessione da qualche parte nel mondo noi vendiamo di meno all’estero, certo, se c'è una domanda sufficiente a casa, nel mercato interno, se il mercato interno è molto grande, non fa niente: si continua a crescere. Ora, questo non è successo nella zona euro, ma perché? Perché l’Eurozona è stata gestita come un gioco a somma zero, dove quello che vinceva la Germania veniva perso dai paesi del Sud, come ha spiegato così bene Claudio.
 
Il gioco a somma zero sta diventando un gioco a somma negativa. L’euro è un morto che cammina. 
  
Lo vediamo bene in questo grafico pubblicato dal Washington Post. Dopo lo shock Lehman, gli Stati Uniti, la zona euro e il Giappone sono caduti assieme, poi hanno ripreso a crescere. Ma nel 2011 c'è stato Fukushima in Giappone, Mario Monti in Italia e la troika nella zona euro. Lo tsunami è durato un giorno e poi il Giappone ha ricominciato a crescere. La troika c'è ancora, è ancora al potere nell’Europa periferica, e quel che fa davvero paura è che questo morto che cammina sta camminando nella direzione sbagliata: dovrebbe salire, invece sta scendendo. Ricordatevelo, questo grafico!
 
Quello che è veramente triste, dal punto di vista di un economista accademico, è che tutto questo era stato previsto dalla teoria economica. Sappiamo molto bene che i politici hanno scelto di prendere una decisione che andava contro la logica economica, perché ostacolando o alterando il funzionamento del mercato la moneta unica avrebbe avuto effetti perversi sia sul settore pubblico che su quello privato, sia dei paesi deboli che di quelli forti. Non  dimenticatevelo mai: tutti questi effetti sono ed erano noti, e sono meno evidenti per i paesi forti, ma ci sono anche per loro, ed è per questo motivo, per gli effetti avversi, perversi, sui paesi forti che ritengo che l'euro presto finirà.
 
Quali sono gli effetti perversi sui paesi deboli? Le cose non stanno come ci era stato detto. Una moneta forte, dicevano, avrebbe avuto come effetto la “disciplina” del settore pubblico. La letteratura economica ci dice che le cose stanno al contrario, in realtà. Se adottiamo un tasso di cambio fisso e il governo pratica una politica fiscale o monetaria troppo espansiva, non ci sono effetti sul mercato valutario. Se invece il cambio è flessibile, una volta che il paese si impegna in una politica monetaria e fiscale troppo espansiva va in deficit estero, s’indebita col resto del mondo, e il tasso di cambio svaluta. In questo caso il deprezzamento del tasso di cambio dà al mercato un segnale immediato del fatto che le cose non stanno andando per il verso giusto.
 
Perché mai la gente ha continuato a prestare soldi alla Grecia al ritmo del 10% del Pil greco e oltre per anni? Perché la Grecia era credibile. E perché era credibile? Perché aveva l'euro, aveva un cambio fisso, e quindi non c'erano segnali provenienti dal mercato che potessero avvertire gli agenti economici che le cose stavano andando storte. Questo è il problema: AaronTornell e Andrés Velasco l'hanno spiegato sul Journal of Monetary Economics, non sulla Pravda o su qualche rivistella italiana di provincia, no: sulla più importante rivista scientifica nel campo dell’economia monetaria, pubblicata da Elsevier, la casa editrice scientifica più prestigiosa.
 
Poi c’è un altro problema, sempre riferito alla creazione di incentivi “perversi”, che Martin Feldstein sottolineò sul Journal of Policy Modeling: se si prende una valuta unica si avrà un unico tasso di interesse, e questo sarà troppo basso per i paesi deboli (sia per il loro settore pubblico che per quello privato). Ora la Germania ci accusa, ci dice che abbiamo avuto condizioni di credito troppo facili, troppo buone, ed è vero! È verissimo! Ma è proprio questo l’argomento che dimostra quanto sia illogico l’euro, perché diversi paesi devono avere tassi di interesse diversi per gestire bene le loro economie. Ribadisco: tra l'altro anche il settore privato nei paesi deboli ha un incentivo indebitarsi troppo, e questo fondamentalmente è quello che ha detto Vítor Constâncio, come ricordavo all'inizio della mia presentazione. Peraltro questa argomentazione era stata esposta molto chiaramente da Roberto Frenkel e Martin Rapetti in un'altra rivista scientifica di primissimo ordine, il Cambridge Journal of Economics, circa 4 anni fa. Sottolineo la rilevanza scientifica delle riviste per evidenziare come questi studi non potessero passare inosservati ai professionisti dell'economia (a meno che non intendessero ignorarli per motivi di tattica politica).
 
Attenzione: ci sono effetti perversi anche sui paesi forti, ed è importante sottolinearlo. Se si abolisce il rischio di cambio, se si eliminano i segnali legati ai tassi di cambio, le istituzioni finanziarie e private dei paesi forti presteranno troppo all'estero. Le banche tedesche hanno prestato troppo all'estero. Non ti puoi indebitare troppo se non c'è nessuno che presta troppo. Avete mai cercato di avere i soldi della vostra banca? E allora sapete come vanno le cose. La moneta unica poi ha un altro incentivo perverso, per i paesi forti, oltre a quello di spingerli a prestare troppo. Come ha spiegato Claudio, la moneta unica è troppo debole per i paesi forti, come la Germania, e consente dunque ad essi di fare grandi profitti rispetto esportando verso i paesi deboli. Il rovescio della medaglia è che questa facilità di far profitti col cambio drogato disincentiva gli investimenti produttivi. Il settore privato non finanziario dei paesi forti investe troppo poco a casa propria. Hans-Werner Sinn, un importante economista tedesco, ha presentato questa argomentazione, non un economista americano “invidioso”, o un “pigro” economista italiano, no, è un professionista bravo, che ammiro (non sempre), ed è soprattutto un economista tedesco.
 
 
Andiamo a vedere i dati: la Germania è il paese col più basso rapporto tra investimento e PIL in Europa nel periodo 1999-2007. Insomma: dimenticatevi la favoletta dalla Germania che è competitiva perché investe tanto. Scordatevelo,va bene?
 
Andiamo avanti.
 
Cosa ha fatto la Germania?
 
Ha fatto una politica assolutamente standard di dumping salariale, esattamente quella che, ironia della sorte, rimproveriamo alla Cina, dove però i salari crescono e la povertà cala. I paesi del Nord ci danno la colpa della crisi perché non avremmo fatto le riforme strutturali. Cosa sono le riforme strutturali? Sono pagare un po' meno i lavoratori. La Germania ha cominciato a farlo nel 2002. In nero vedete la quota salari in Germania dal 2002 al 2007, e il suo crollo dopo le cosiddette riforme Hartz, un tipo che pare avesse abitudini abbastanza simili a quelle di Berlusconi (ma questo è un altro discorso, non voglio entrare nei pettegolezzi). La discesa dei salari è impressionante, e ha reso possibile un aumento di competitività proprio perché il tasso di cambio coi principali partner era fisso (ne riparlerò dopo).
 
Ma questa politica dei redditi slealmente competitiva ha costi sociali nascosti.
 

Osservate l’andamento della disuguaglianza del reddito in Germania: vedete quanto è aumentata rapidamente dopo l'approvazione delle cosiddette riforme strutturali? La Germania è il paese della zona euro dove le diseguaglianze sono cresciute di più in questo periodo: la povertà cresce, cresce il divario fra Est e Ovest, e quello tra lavoratori strutturati e lavoratori precari o con contratti atipici.
 
Due condizioni sono necessarie per superare la crisi.
 
Primo, armonizzare i mercati del lavoro dei paesi membri, riportando i salari reali in linea con la produttività del lavoro ovunque nella zona euro, perché se un paese fa il giochetto sporco della Germania comprimendo le dinamiche dei salari reali al di sotto della dinamica della produttività alla fine saltiamo tutti. Dobbiamo regolamentare nuovamente i mercati finanziari europei, e naturalmente dobbiamo smantellare l'euro, e dobbiamo farlo ora, sia per motivi di breve termine che per motivi di lungo termine. Analizziamo questi punti. 
 

 (Fonte: Reinhart, C., Sbrancia, B., 2011, "The liquidation of government debt", BIS Working Papers, N. 363).


Andate a vedere la linea rossa, che descrive un secolo di debito pubblico nei paesi avanzati. Abbiamo due picchi evidenti, e una evidente fase di discesa ordinata. Partiamo da qui: questa fase (nel box rosso) è quella in cui come vi ho detto prima i paesi avanzati hanno liquidato l'enorme debito accumulato a causa del secondo conflitto mondiale. È un periodo che va diciamo dal 1946 fino al 1971. Guardate la situazione attuale: c’è stato un aumento improvviso del debito pubblico, dovuto al bisogno di salvare la finanza privata, che ha imposto ai governi uno sforzo enorme, che si è tradotto in un massiccio e improvviso accumulo di debito pubblico. Per quanto riguarda il debito pubblico, la situazione attuale è molto simile a quella vissuta alla fine della Seconda guerra mondiale. Veniamo da trent'anni di guerra del capitale contro il lavoro. Cos’è successo a quel tempo, cosa è stato fatto dai governi dopo la Seconda guerra mondiale?
 
Due cose. La prima l'abbiamo già vista in precedenza: questo è il periodo in cui i salari reali sono cresciuti in linea con la produttività, quindi c'è stata una equa distribuzione del reddito. La seconda è che abbiamo regolamentato i mercati finanziari. Consideriamo questo punto. La liquidazione dell'enorme debito dopo la Seconda guerra mondiale è stato resa possibile da due cose: intanto, da quello che gli economisti chiamano "repressione finanziaria" (io la chiamerei piuttosto "regolamentazione finanziaria"). Carmen Reinhart e  Belen Sbrancia hanno analizzato questo processo storico nel loro paper del 2011. La seconda cosa che ha facilitato il rientro del debito è stata l'equa distribuzione del reddito: il capitalismo funzionava come afferma (o pretende) di funzionare, cioè pagando i fattori della produzione in funzione della produttività. Ciò ha favorito la crescita e ha evitato l’accumularsi di ulteriori debiti per assorbire la produzione, rendendo possibile il rientro dai debiti pregressi, perché qualsiasi problema di debito è sempre un problema di crescita del reddito.
 
Cosa vuol dire repressione finanziaria? Dovremmo reintrodurre per esempio qualche forma di regolamento, di norma Glass–Steagall, cioè separare le banche commerciali dalle banche d'investimento, perché il modello tedesco di banca universale non ha funzionato. Dovremmo riconsiderare la posizione delle banche centrali. L'indipendenza della banca centrale è stata additata come una minaccia alla democrazia da economisti come Josef Stiglitz o Axel Lejonhufvud (che è meno noto al grande pubblico, ma è comunque un economista keynesiano molto importante).
 
Cosa vuol dire adeguata distribuzione dei redditi? Ci sono diverse proposte: ne prendo una di un economista tedesco, per mostrarvi che i tedeschi non sono i miei nemici, sono amici, perché viviamo nello stesso mondo e viviamo in questo mondo per un periodo molto breve: la vita è breve e non val la pena di viverla male quando abbiamo i mezzi tecnici per vivere molto meglio. Un'equa distribuzione del reddito vuol dire che il salario nominale contrattuale dovrebbe aumentare al tasso della crescita della produttività aumentato dall'obiettivo d'inflazione (se decidiamo di conservare un obiettivo d’inflazione comune fra paesi europei).
 
Questo significa equa distribuzione del reddito: che chi produce sia remunerato in proporzione al proprio contributo.
 
L'euro è un morto che cammina. Avete notato la dichiarazione di Jens Weidmann, il presidente della Bundesbank, quando ha detto che il prossimo stress test del settore bancario sarà eseguito considerando diversi coefficienti di rischio per i titoli sovrani? Capite cosa vuol dire? Vuol dire che il "whatever it takes", il "faremo qualsiasi cosa" di Draghi, era un bluff, perché se avesse ragione Draghi i titoli pubblici avrebbero rischio zero. Questo significa che in Germania qualcuno è stufo di questa situazione e vuole smantellare l'euro. Le dichiarazioni di Hans-Werner Sinn, sul fatto che Berlusconi sia stato messo da parte perché stava preparando l'uscita dall'euro dell'Italia dice molto: Sinn ha sempre detto che i paesi del Sud dovrebbero uscire dall’euro (e lui è un economista tedesco), e se è lui che fa questa affermazione, si tratta di un segnale politico molto importante. Le opinioni dei nostri Letta, Renzi, Napolitano, e dei loro bardi, sono irrilevanti.
 
I motivi di breve periodo per smantellare l'euro sono ovvi: la flessibilità del cambio consentirebbe un riequilibrio simmetrico degli enormi squilibri accumulati durante il periodo dell'euro. Ci sono però anche motivi di lungo periodo. Per integrare le rispettive economie i paesi europei non possono rinunciare a due caratteristiche dei tassi flessibili. La prima è la funzione di segnalazione (signaling): il tasso flessibile dà un segnale rapido e chiaro al mercato se c'è qualcosa che sta andando storto in un paese. La seconda è la funzione di adempimento degli accordi: questa funzione è stata evidenziata nel 1957 da James Meade, venti anni prima di vincere il Nobel (nel 1977). Si tratta, ve lo sottolineo, di un economista illustre, che poi è stato dimenticato, ingiustamente, perché molto attuale, e nel mio libro concludo la mia proposta di politica economica utilizzando appunto un articolo che lui scrisse nell'anno in cui sono stati firmati i Trattati di Roma (1957).
 
Meade dice che se un governo europeo vuole utilizzare politiche monetarie o di bilancio in modo non cooperativo, a esclusivo fine di stabilizzazione interna, se per esempio, usando le sue parole “nella presente situazione di surplus delle partite correnti le autorità tedesche dovessero usare la politica monetaria per contenere l’inflazione... bisognerà fare maggior ricorso all’arma della variazione del cambio”. La flessibilità del tasso di cambio è un'arma difensiva contro il comportamento non  cooperativo di altri stati membri di un’Unione Economica e Monetaria, ed è l’arma più efficace, perché di fronte a politiche di dumping sociale così forti come quelle praticate dalla Germania il tasso nominale tedesco si sarebbe apprezzato. Sarebbe andata così: “Cari tedeschi, va bene, siete bravi, avete fatto le riforme senza aspettarci, che bello! Così facendo oggi violereste l'art. 5 del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea, ma che gli fa, siamo amici, va bene così. Ora i vostri prodotti costano di meno, fantastico! Ci piacciono molto, benissimo! Siete un paese in surplus, che bello, vi facciamo anche un applauso...” Ma se dieci anni or sono per comprare i prodotti tedeschi avessimo dovuto comprare la valuta tedesca, questa, essendo molto richiesta, si sarebbe apprezzata, e così alla Germania non sarebbe servito a molto schiacciare i salari dei propri lavoratori!
 
Noi viviamo in un sistema sovietico dove abbiamo pianificato il prezzo più importante per un paese, il prezzo della sua valuta.

Un’ultima osservazione.
 
Cosa dovreste fare, in qualità di deputati europei? Visto che difendendo l'euro a tutti i costi la Commissione sta distruggendo, con politiche di austerità rese necessarie dall'euro, le prospettive di sopravvivenza dell'unione europea, perché questo è quello che sta succedendo, allora voi deputati dovreste utilizzare il vostro potere di sfiduciare la Commissione Europea e costringerla a dimettersi. Perché la Commissione sta distruggendo l'Europa, e questo non è quello che ci si aspetta da lei. Forse non avete i numeri per farlo ora, ma dopo le prossime elezioni le cose potrebbero cambiare, come avevo previsto ormai due anni fa, e se non segnalate il vostro dissenso verso questa situazione assumete un rischio politico e probabilmente dovrete anche pagare un costo politico.
 
State attenti, e buona fortuna!
 
(avviso ai sognatori: potete anche far finta di non capire le parole in rosso. Fatti vostri. Quando vi inseguiranno coi forconi io, pur deprecando un simile comportamento inumano ed inelegante, non piangerò, perché mi avete veramente rotto i coglioni. Econ1 o 2 l'abbiamo fatta tutti, e voi spesso in università più prestigiose della Sapienza, dove l'ho fatta io. Quindi potete prendere in giro chi vi pare, ma non me, e fra un po' nemmeno tanti altri. Dite la verità, cazzo, ditela! Avete poco tempo, lo capite o no? Jens è vivo e lotta insieme a noi...)
 

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VERSIONE ORIGINALE IN INGLESE

 

Lessons from the crisis

(the video and the text, with the most relevant slides, of my speech at the conference "Should we die for the euro?", organized by the EFD group at the European Parliament on December 3, 2013).

(
qui la versione italiana)

I wish to thank Magdi Cristiano Allam for inviting me to this important meeting.

I will speak in English, and this is somewhat ironic. Why? Because English is the language of a country where the economic science was born, at least the economic science as we know it, and that, perhaps for that reason, did not enter the euro, and is seriously considering to leave the European Union. It is perhaps paradoxical to remark that in order to be understood by the largest share of European citizens, I have to use the language of this country. This is an important lesson for those who believe in the United States of Europe as a real possibility. And there are two lessons in that. The first is that you are a majority of Italian people, so the most democratic solution would be for me to speak in Italian. But I am giving you a lesson of European politics. I belong to an elite, and I am proud of it, and I decide for you: I will speak in English, and that is the first lesson. The second lesson is that I am not against Europe. I can travel across Europe, and speak in their languages with most of the people I meet. It was funny, the first time I went to Portugal, my son said to my wife: “Mom, that’s the first country where dad cannot speak the language of the people we meet!”. That is true, because unfortunately I cannot speak Portuguese and I cannot understand it. But with English you can travel all around the world.

So, now, that was the premise. Let us go ahead with the content of my presentation. I will try to put things in perspective, and the first thing I will show you is that financial imbalances, debt crises, very often come out of income distribution imbalances. This is something that should not be underrated, because it gives us a positive message about what should we do once we leave the euro. The second point is that the alliance between a single currency and economic reforms is very uneasy. We were told that the single currency would have forced us to make the reforms that we badly needed, but you should know now that the economic literature gives us many arguments to put forward the opposite argument, namely that fixed exchange rate, or a single currency, are very useful to delay economic reforms.
 
Then I will move on and give two lessons that we have received from the crisis. The first lesson is that we should start from a reform of the labor market at the European level, and of course that we should remove the euro. These are two necessary conditions, for the reasons that I will briefly show you and that were partly explained by Antonio and Claudio.

Just another premise. The Eurozone crisis finds its root in private finance. The financial imbalances in the private sector were fostered by competitiveness problems and unregulated financial markets. It is a completely fake argument to present the Eurozone crisis as a public debt crisis, and it is not Claudio Borghi Aquilini who made this statement, but Vitor Constancio. Who is Vitor Constancio? He is the Vice-president of the ECB. So, let us hear the word of the Lord, with a capital “L”. Point 1: “imbalances originated mostly from rising private sector expenditure...”; point 2: “financed by the banking sector of the lending and borrowing countries”; point 3: “European financial markets did not perform according to the theory” (let me add a cautionary remark: according to his theory, because many economists had foreseen what is happening now); point 4 “exposure to stressed countries more than quintupled” (and this is what Claudio showed; by the way, he also showed that Italy was the country least involved in this massive explosion of foreign debt); finally: “this led to loss of competitiveness”.

My summary is that peripheral economies were doped by external debt, i.e., they were doped by credit from “core” countries.
Vitor Constancio said that in Athens, on May 23rd 2013.

You do not need to applaud me: it is very trivial. Anything I will say today is very trivial. Any economist knows that, believe me. Not Mario Draghi: believe me.

Let us go ahead.

Primary public expenditure in the Eurozone. Italy is very often blamed by people coming from Northern countries,
from mosquitoes exporters, for being the country with the most profligate public sector. This is simply not true.
 

Have a look at those data: Italy has a public expenditure-to-GDP ratio which is very close and under the Eurozone average, if you consider primary public expenditure. If you consider total expenditure the situation worsens but not that much. And now have a look at another detail: France, Finland, Austria, Belgium, Germany, the Netherlands, the so-called virtuous countries, did expend much more, as a ratio of their GDPs, than Italy, and more than the supposed Pigs (Portugal, Ireland, Greece, Spain). I suppose that you did not know those data. Many people do not know those data. But they are important, because they are showing you that a whole political class, a whole media system, is lying to you. And we are in democracy. Let us go ahead.

A mantra. We live in a mantra economy. The mantra is that we must become more competitive, therefore we must compress labor costs (why? Because raw material costs are in most cases exogenous, so we must insist on labor costs), and we must become more productive.

So, let us have a look at the historical experience of an advanced country, which is very often quoted as an example for us. Why? Because we think that our problems can be solved by becoming the United States of Europe. Let us have a look at what happened in the United States of America.
 

(Source: Wolff, R., 2010. "In capitalist crisis, rediscovering Marx", Socialism and Democracy, 24:3, 104-146; see also this post for different time series of the same variables). 

That is an interesting graph in my opinion. In blue you have labor productivity, and in red you have real wages. They are indexes going from 1890 to 2007, namely to the beginning of the crisis, and what you see is that there were period in which productivity grew faster than real wages, especially at the end of the sample. If you believe in the mantra, that should have been periods of prosperity. Why? Because a country were productivity grows, while real wages stagnate, becomes more competitive. Now, have a look at this table. I took the average growth rates. I know we are in a political institutions, where numbers are perhaps not very welcome, but it pays to have a little look at those data.

I stressed in red the two periods in which labor productivity grew faster than real wages. The first period was from 1919 to 1932, namely in the eve of Wall Street crash. The second period was from 1971 to 2011, namely in the eve of Lehmann crash. And we had real wages growing faster than productivity in the New Deal period, and we had real wages growing at the same rate than productivity after World War II, in the period in which the United States liquidated the massive amount of war debts that were accumulated in order to free Europe from you know what.

So, the question is: why do things go wrong when we behave well? Why we do have a crisis at the end of periods in which we are so competitive? And there is a simple answer: because capitalism works if there is enough aggregate demand. You do not produce in order to produce, you produce in order to sell. The problem is that if you repress wages, demand has to be financed through indebtedness. And there are many kind of indebtedness that you can use for that purpose. If you are Keynesian, you may perhaps want to use public debt, and this happened in the United States. Well, it may seem ironic, but it actually happened under the Republican rule of Ronald Reagan, and the same happened in Italy. If you are so to speak a “liberist”, a liberal, well, a right-wing economist, you may appreciate private debt, and say “Yes, free up capital movement, let finance work”. If you are German, you will use someone else’s debt, and adopt a mercantilist policy. Lend money to the other people, and have the other people buy your goods (and repress wages at home). This is what Germany did, and it is very clever, I do not contest that, but it leads to an unstable system, and we are now paying the price for that instability.
 

The fall of the wage share in the period of the third globalization was a general phenomenon, all around the world. You have it in the USA, in Germany, France, Italy. The most important fall from 1991 to 2007 was in Germany, -8 percentage points, and in Italy, -5 percentage points, but everywhere we had that. The problem is that wage repression is sometimes a beggar-thy-neighbour policy, because you make wage dumping in order to become more competitive and to sell more abroad, but it is always a beggar-thyself policy, because wage repression destroys the domestic market. And destroying the domestic market goes against the logic of  the European Union. Why? Because as Alberto Alesina, who teaches at Harvard, not at the Gabriele D’Annunzio University, put it very clearly in 1997, when he was against the euro, the main benefit of an economic union is to enjoy a large domestic market, which can act as a buffer against external shocks (here, in his comment to Obstfeld's paper). I mean, there is recession somewhere in the world, but you will continue to grow because you have enough demand at home, if you are a big market. Now, this did not happen in the Eurozone, why? Because it was managed as a zero-sum game, where what Germany won was lost by the Southern countries, as Claudio has so clearly explained.

And now we are going from a zero-sum game to a negative-sum game. I mean, the euro is a walking dead, and you see that from that graph, that was published in the Washington Post:
 

You see that after the Lehman shock the United States, the euro area and Japan fell together. Then they resumed growth. Then there was Fukushima in Japan, Mario Monti in Italy, and the troika in the Eurozone. The tsunami lasted for one day, and afterwards Japan resumed growth. The troika is still in power in Europe, and what is really frightening is that this walking dead is walking in the wrong direction: it should go up, and it is going down. Mind that graph!

What is really sad from an academic economist point of view is that this outcome was foreseen by economic theory, and we know very well that politicians decided to take a decision that was against economic logic, because by hindering or altering the functioning of markets, the single currency has perverse effects on both the public and the private sector of both the weak and the strong member countries. You should never forget that, because all these effects are and were well known, they are less evident for strong countries, but they are still there, and it is for that reason, for its perverse effects on strong countries, that I believe that the euro will quite soon come to an end.

What are the perverse effects on weak countries? It is quite the contrary of what was told us, namely that a strong currency would have a discipline effect on the public sector. The economic literature tells us that things go exactly the other way round. Why? Because if you adopt a fixed exchange rate, and your government makes too expansionary a fiscal policy, you do not have any effect on the Forex market, because the exchange rate is fixed. If instead the exchange rate is flexible, once the country engages itself an a too expansionary monetary or fiscal policy, it will get indebted with the rest of the world, and the exchange rate will devaluate. In that case the depreciation of the exchange rate gives to the markets an immediate signal that something is going wrong. Why on Earth did people continue to lend money to Greece at a huge pace, some 10% of Greece GDP for years and years? Because Greece was credible. Why? Because it had the euro, it had a fixed exchange rate, and there was no signal that could come from the currency market that things were going wrong.
This is the problem, and this is what Tornell and Velasco explained in the Journal of Monetary Economics (it is not the Pravda or the journal of any little Italian province: is a leading journal in the field of monetary economics, published by Elsevier). There is another problem, that was stressed by Martin Feldstein in the Journal of Policy Modeling, and it is that if you adopt a single currency, you will have more or less a single interest rate, and that interest rate will be too low for weak countries. We are now blamed by Germany for having enjoyed too easy credit conditions, and that is true, but that is the very argument against the logic of the euro, because different countries must have different interest rates, in order to manage their economies well. And also the private sector in weak countries has an incentive to take too much debt, and this is basically what Vitor Constancio told (at the beginning of my presentation), and this is an argument that was put forward very clearly by Roberto Frenkel and Martin Rapetti in the Cambridge Journal of Economics four years ago.

But there are also perverse effects on strong countries. This is important, because if you remove the exchange rate risk and the exchange rate signals, the private financial institutions of strong countries will lend too much abroad.
German banks lent too much abroad. I mean: you cannot take too much debt, if someone is not lending too much. Have you ever tried to get some money from your bank? Ok, you know that!

But there is another bad incentive that comes from the single currency, because the single currency is too weak for Northern countries, has Claudio has explained very clearly, and this means that it allows countries like Germany to make huge profits out of an undervalued currency, and for that reason those countries do not have incentives to invest anymore, and the private non-financial sector of strong countries will invest too little at home. It is
Hans-Werner Sinn, a German economist, who made this argument, it is not an “envious” American economist or a “lazy” Italian economist. It is a strong, very professional and very clever, I really admire him (well, not always), German economist.

Have a look at the data: Germany is the country with the lowest investment-to-Gdp ratio in Europe, in the period from 1999 to 2007. Forget the fairy tale of Germany being competitive because it invests a lot, please do forget that.

What did Germany do?

Germany did a very standard “beggar-thy-neighbour” income policy. You know, we are blamed because we did not do structural reforms. What are structural reforms? They are paying the workers a little less. Germany did that starting in 2002. Here you have the graphs of the wage shares (in Italian: quote salari), Germany is in black, and you see what its wage share did from 2002 to 2007after the so-called structural reforms put forward by Hartz, who seems to have had habits very similar to those of Berlusconi, but this is another question, I will not enter into gossip. Have a look: it is impressive! By lowering wages they became competitive. Why? Because the exchange rate was fixed. We will come on that later.

But “beggar-thy-neighbour” income policies have hidden social costs. Look at that.
 

 (Source: http://inequalitywatch.eu/spip.php?article114&lang=en). 

This is the graph of income inequality in Germany. Have a look at how fast it rises after the adoption of the so-called structural reforms. There is a growing inequality in Germany, it is the country where inequality grew much in the euro period, there is a growing poverty, there is a growing divide between West and East, and between workers with typical and atypical contracts.

There are two necessary conditions to overcome the crisis.

The first one is to harmonize the member countries labor markets by bringing real wages again in line with labor productivity, everywhere in the Eurozone, because if a country plays the dirty game of Germany by compressing real wage dynamics under productivity dynamics, things will suddenly come to an end. We will have to re-regulate the European financial markets, and we have to dismantle the euro now, for both short-run reasons, and long-run reasons. Let us take these points in some depth.
 

 (Source: Reinhart, C., Sbrancia, B., 2011, "The liquidation of government debt", BIS Working Papers, N. 363).

Have a look at the red line here: it is one century of sovereign debt in advanced countries. We have two peaks. Look at this period (red box): this is the period where advanced countries liquidated the huge debt that had been accumulated because of World War II. It is a period that lasts from 1946 to 1971. Now, this is the current period (green box): you see that we have a sudden rise of public debt. Why? Because the need to rescue private finance imposed to the governments a huge effort, that translated into a massive and sudden accumulation of public debt. We are now, as far as public debt is concerned, in a situation which is very similar to that we had experienced at the end of World War II. What happened the first time we reached such a high peak in sovereign debt? What did the government do? Two things. The first one is what we have seen before. This is the period in which real wages grew in line with productivity, so we had a fair distribution of income, and the second thing is that they regulated financial markets. Let us take this point. The liquidation of the huge post-WWII debt was made possible by two things: the first one is what economists call financial repression, I would rather call it financial regulation. Carmen Reinhart and Belen Sbrancia made this point in their 2011 paper. The second point is that in that period we had a fair distribution of revenues: we had capitalism working as capitalism pretends or claims to work, namely, by paying the factors of production according to their productivity. This made possible growth, and this made possible the liquidation of debt, because any problem of debt is always a problem of the growth of income.

What does financial repression mean? We should re-introduce, for instance, some kind of Glass-Steagall regulation, by separating commercial banks from investment banks. The German model of universal bank did not work. We should rethink central banking: central bank independence has been finger pointed by some economists, like
Josef Stiglitz, or Axel Leijonhufvud, who is less known to the general public, but it is a very important Keynesian economist, as a threat to democracy.

What does it mean a fair distribution of income? Well, there are many proposals for that,
I will take one from a German economist, Eckhard Hein, just to show you that German people are not my enemies, they are my friends, because we are all living in the same world, and for a very short life, and there is no point to make this short life a bad life, when we have technical means to live much better. Fair distribution means that nominal wages should rise at the rate of growth of productivity plus an inflation target, if we decide to keep the same inflation target.

This is what fair distribution of revenues mean.

The euro is a walking dead. If you noticed
the declarations by Jens Weidmann, the governor of the Bundesbank, when he told that the next stress test on the banking sector will be performed by allowing for different risk coefficients for sovereign bonds, this means that the “whatever it takes” statement by Mario Draghi was a bluff, because if Mario Draghi was right, government bonds would be riskless. That means that in Germany some people are getting sick of that situation, and want to dismantle the euro, and the declarations by Hans-Werner Sinn, that Berlusconi was sacked because he was preparing a euro exit for Italy, are also very telling in this respect. Sinn has always said that Southern countries should go out of the euro, and he is a German economist. If he makes such a statement it is a very important political signal.

There are short-run reasons for dismantling the euro, because exchange rates allow for a symmetric rebalancing of the huge imbalances that have been accumulated during the euro period. But there are also long-run reasons. In order to integrate their economies, the European countries cannot give up two features of the flexible exchange rate: the signaling feature, namely the fact that the flexible exchange rate gives a quick and clear signal to the markets if something is going wrong in a country; and the enforcement feature.

What do we mean by “enforcement”: well, James Meade told that very clearly in 1957, before winning the Nobel prize in 1977. He is an important economist, that was forgotten, but in my book I end my political proposal by using a paper which was written in the same year in which Rome Treaties were signed. What does Meade say? He says that if some European national government is going to use monetary or budgetary policy for purposes of domestic stabilization, if for example, look at that sentence: “in their present situation of balance-of-payments surplus the German authorities are nevertheless going to use their monetary policy to prevent a domestic inflation, and if it is desired to avoid the use of quantitative import restrictions on trade... a greater use of the weapon of exchange rate variation will have to be made”. Exchange rate variation is a defensive weapon against the non-cooperative behavior of the other member States of an economic union, and it is the most effective, because in front of such a huge wage dumping policy, as the one practiced by Germany with the Hartz reforms, its nominal exchange rate would have appreciated. Well, you are the good guys, you did the reforms, that’s good, your goods are more affordable, fine, we will buy them, wonderful, you are a surplus country, bravo, clap the hands, but if in order to buy German goods we had to buy German currency, the German currency would appreciate, and that would re-establish an equilibrium. And it is a market! We are living in a Soviet system, where we have planned the most important price for an economy, the price of its currency.

What should you do as European MPs? Since by defending the euro at any cost this Commission is destroying any prospect of survival of the European Union, you should exercise your power of censure and force the European Commission to resign, because it is destroying Europe, and this is not what the European Commission is supposed to do. You may lack the numbers to do so now, but after the next elections, things could change, as I had foreseen two years ago, and if you do not signal your dissent for this situation, you will take a political risk and you will probably have to pay a political cost.

Mind the gap, and good luck!