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mercoledì 29 aprile 2015

Ad Ascanio, detto Iulo

(...perché nessuno, dopo, possa dire di non sapere. Come ho scritto a Landini, così scrivo ad Ascanio, detto Iulo...)

Caro Ascanio,

ieri
un lettore di questo blog mi ha segnalato questo ennesimo manifesto di regime, firmato dai soliti noti.

Il manifesto è un'accozzaglia di proclami luogocomunisti:

[1] l'euro pilastro del mercato unico (scemenza: per avere un mercato unico non occorre una moneta unica, e lo prova il fatto che a questo mercato aderiscono paesi che non sono nell'euro, nei quali sia il reddito che il commercio si sono sviluppati di più che nei paesi aderenti all'euro. Va anche detto che è una colossale scemenza vedere nel "commercio" un bene in sé: cosa c'è di intrinsecamente positivo nel mangiare un'arancia spagnola anziché siciliana? La visione liberista che fa del commercio un feticcio si scontra con il buonsenso e anche con la ricerca scientifica, ma di questo parleremo solo se vorrai...)

[2] l'Europa che ci ha dato la pace (scemenza: la pace ce l'hanno data le basi Nato, cioè il fatto che, volens nolens, avendo perso la Seconda guerra mondiale, i paesi dell'Europa continentale sono stati ricostruiti coi soldi degli Usa e quindi posti sotto tutela - in base al principio "pago pretendo!" - per costituire un blocco coeso che si opponesse al blocco sovietico, come credo tu abbia notato e possa ricordare);

[3] il rigore necessario per affrontare la crisi del debito (scemenza: la crisi che stiamo vivendo non nasce dal debito pubblico, come ho dimostrato fin dal primo, profetico, articolo di questo blog, e come due anni dopo - cioè due anni fa - ammise perfino il vicepresidente della Bce! L'auterità, intesa come taglio della spesa pubblica o aumento delle imposte, è quindi stata la risposta sbagliata, come avevo previsto, e infatti ha portato a un deterioramento dei conti pubblici, con un rapporto debito/Pil che è aumentato di 13 punti! Risposta tanto più sbagliata in quanto l'Italia non ha un problema di spesa pubblica eccessiva, come i dati dimostrano - e questa è solo una delle menzogne del potere, che smonto nei miei libri. L'attacco ideologico al debito pubblico è condotto allo scopo di sottrarre allo Stato il ruolo di intermediario del risparmio, che svolge gestendo pensioni, sanità, istruzione, ecc., costringendo i cittadini a rivolgersi ad assicurazioni private per permettersi sanità, pensioni e istruzione, cioè a mettere i propri risparmi nel circuito della finanza privata, come ho spiegato in Crisi finanziaria e governo dell'economia, e con maggior dettaglio tecnico, se interessa, qui. La nostra è quindi una crisi di debito privato, determinata da uno squilibrio nella distribuzione del reddito - i ricchi guadagnano sempre di più e i poveri sempre di meno, e quindi devono indebitarsi; una crisi amplificata dall'adozione di una moneta unica che ha avuto effetti distorsivi pesantissimi, come ho spiegato al Parlamento europeo e al Parlamento italiano - questi due discorsi sono a prova di politico, quindi credo che dovresti ascoltarli, se ce l'hanno fatta loro ce la puoi fare anche tu...).

Inutile dire che questa immonda silloge di scemenze è firmata dai soliti noti.

Spicca, ad esempio, l'adesione di Romano Prodi, la persona che, come ricordo nel mio blog e nei miei libri, ha apertamente confessato (sul Financial Times!) di
essere consapevole del fatto che l'adozione della moneta unica in Europa avrebbe portato a una crisi, ma che la violenza di questa crisi sarebbe stata motore di una dinamica politica positiva, perché avrebbe condotto i cittadini europei a chiedere "più Europa". Ti accordo il beneficio del dubbio, e quindi per tua comodità accludo il link alla confessione di Prodi, uno dei potenziali fondatori di un improbabile "nuovo Ulivo" (daje a ride...).

Che la violenza economica fosse da considerare un
instrumentum regni legittimo, che le tante vite spezzate, private di futuro, fossero da considerare, nelle eloquenti parole di Keynes, an inevitable incident in the scheme of progress, Prodi (sì, il tuo cofirmatario, caro Ascanio) lo pensava e lo diceva, e forse tuttora lo pensa (se non lo pensasse sarebbe libero di dissociarsi da se stesso), ma non è certo stato lui il primo a teorizzarlo. Come ho scoperto, grazie ai lettori di questo blog, che è un laboratorio di pensiero critico e di resistenza unico in Europa, l'uso della violenza economica era stato apertamente teorizzato dai cosiddetti "federalisti europei": un pugno di reazionari pagati dalla CIA prima, e dalla Commissione Europa dopo, per proporre (o, se del caso, imporre) ai paesi europei il modello statunitense di "Stati Uniti d'Europa": modello funzionale agli interessi del paese che ci teneva sotto tutela, si intende, ma non ai nostri, e questo per l'ottimo motivo che da noi, questo modello, non può funzionare.

Gli Stati Uniti d'America, infatti, non sono una federazione,
ma una nazione. Noi non potremo mai essere una federazione, se non a patto di reprimere la democrazia, perché non abbiamo la possibilità di evolvere verso un modello di integrazione politica sovranazionale realmente partecipato, dato che ci manca uno strumento essenziale della dialettica politica: una lingua comune. E infatti quelli che propugnavano gli Stati Uniti d'Europa sono anche quelli che ci hanno detto in faccia che questo percorso politico serviva a porre le scelte economiche cruciali "al riparo dal processo elettorale". Del resto, tutte le federazioni "di successo" sono residui dell'esperienza coloniale britannica: Usa, Australia, Canada, India... dove la colonizzazione, quando non ha fatto tabula rasa delle culture indigene (Usa, Australia, Canada), ha comunque livellato culturalmente le élite al potere, dando loro un minimo comune denominatore culturale (la formazione nelle università britanniche: India). Ormai, che il Parlamento europeo sia il paradiso dei lobbisti e l'inferno della democrazia lo dicono tutti, non sono più solo...

Credo tu stia piano piano capendo cosa hai firmato, vero?

Bene.

Tu non mi conosci, e io ti conosco.

Ora ti spiego come e quando ho deciso di espormi. Ho deciso di farlo, io, che sono un membro delle élite, che ho appena salutato il consigliere economico della signora Merkel, che parlo quattro lingue europee, che vivo ai Parioli, che ho un lavoro tutelato, che ho fatto consulenza per banche e governi, che scrivo sulle riviste scientifiche del
mainstream, ho deciso di espormi quando un mio collega, che decisi di chiamare Aristide, mi fece un certo discorsetto: "Sai, il popolo non sa dove dovrebbe andare, ma noi lo sappiamo, e abbiamo scelto l'euro per costringerlo a fare la cosa giusta". Insomma: il discorsetto di Romanone e dei federalisti europeo. Lo raccontai nel 2011 in un articolo sul Manifesto, articolo che molti presero come uno schiaffo in faccia: lo schiaffo che ti dà chi vuole che tu riprenda i sensi.

E molti hanno ripreso i sensi.

Molti hanno capito, grazie a me, quello che io stesso ho capito troppo tardi: che l'euro non è una moneta, ma un metodo di governo, un metodo fascista, perché antidemocratico (cioè funzionale alla compressione della democrazia) e classista (cioè funzionale alla compressione dei salari).


Ora, tu sei uno che per lavoro dà voce alle vittime di questa epocale strage di Stato: la recessione più catastrofica dell'intera (intera) storia italiana, che ci ha riportato indietro di
diciotto anni (noi lo dicevamo alcuni anni fa: oggi cominciano ad accorgersene tutti: ti chiedo nel tuo interesse di apprezzare questo dettaglio). Alcuni lettori si sono quindi stupiti nel vedere la tua adesione a questa robaccia, che stravolge la verità storica, che mistifica la spiegazione che della crisi danno perfino i più autorevoli organi ufficiali, che propone delle non soluzioni ad esclusivo uso e consumo di quelle élite criminali per le quali la violenza economica era uno strumento lecito di coercizione politica, per le quali l'Europa è un'opportunità in quanto consente di sottrarre al controllo democratico della maggioranza dei cittadini le scelte dalle quali dipende il loro benessere.

Ma come! Io, che sono un fottuto aristocratico, mi trovo paradossalmente a combattere gli interessi del potere cui mi sarebbe così comodo appartenere, mentre tu, figlio del popolo (o presunto tale, non conosco la tua biografia), firmi i manifesti del potere?

Scusami se sono malizioso, ma sai, io non sono uno di quelli "der popolo", che tu difendi. Da fottuto aristocratico ho letto tanti libri senza figure, e ne ho anche scritto qualcuno, che sta cambiando la testa di tante persone: ho letto troppo Proust, troppo Balzac, e quindi
l'apparente paradosso di un intellettuale che si indigna per i call center ma sta muto sull'euro non mi ha stupito più di tanto (mentre avrai visto lo stupore, la costernazione dei miei 20 - mila - lettori!).
 
Perché certo, è vero: per le persone insieme alle quali hai festeggiato il 25 aprile
chi si schiera dalla parte del popolo è populista, a meno che, però, non lo faccia con le debite forme...

Chi potrebbe non commuoversi sentendoti raccontare, col tuo talento di attore, le vicende degli umiliati e offesi? Se non piangi, di che pianger suoli? Le tue pittoriche (e un po' buoniste, if I may) descrizioni del sintomo, fanno la gioia dei simpatici e repleti borghesucci piddini, cui un po' di indignazione, di sera, smuove la bile, facilitando la loro digestione, e placando le loro coscienze.
Al "penso quindi sono" hanno sostituito il "mi indigno quindi sono di sinistra", e tu in questi li aiuti, oh, come li aiuti! I tuoi racconti sono perfetti: c'è tutto: nessuno come te sa esprimere lo squilibrio di forze fra oppressi ed oppressori. Oddio, per la precisione dovrei dire che c'è quasi tutto. Una cosa in effetti manca. Tu aderisci, e fai aderire, emotivamente, alle vicende degli umiliati e offesi, ma manca, nel tuo racconto, un qualsiasi accenno alle cause delle offese e delle umiliazioni. Cosa rende così mortifero e devastante questo capitalismo? Cosa ha distrutto, qui in Italia, il tessuto industriale e la speranza di intere generazioni?

Su questo, sulle logiche del capitale, su quanto l'integrazione finanziaria (cioè la possibilità accordata al capitale di fare il porco del comodo suo senza alcun controllo né amministrativo né politico) stia opprimendo il lavoro,
non mi sembra che tu ti esprima, forse perché se lo facessi passeresti dalla cistifellea al cervello dell'ascoltatore, con risultati potenzialmente destabilizzanti per il potere, che quindi non ti accoglierebbe più a braccia (semi)aperte, ma tenderebbe ad emarginarti, come sta provando (senza riuscirci) a fare con me

Perdonami, sarò sincero, anche al rischio di essere repellente (nel senso di repulsivo)!
Vedi, io di quelli come te, che si commuovono per le sorti degli umili dalle televisioni dei potenti, ho sempre diffidato un pochino. Mi perdoni, vero, questo atteggiamento sospettoso? Se ho torto lo riconoscerò: mi succede così di rado che farlo mi costa molto poco. Sarei lieto di poter ammettere il mio torto: mi eviterebbe di litigare con la mia compagna, che ti ammira tanto e che tu conosci! Ma il potere, chi ha letto libri senza figure, lo sa come funziona, e non è che ci voglia poi molto a capirlo: basta pensare che ogni monarca ha il suo giullare, al quale è permesso di dire cose scomodissime, purché resti dentro al recinto.

È uno scambio vantaggioso per entrambi: il potere canalizza il dissenso, e il giullare monetizza il dissenso.

Nei libri che ho letto c'è scritto che il potere traccia un recinto, e nei libri che ho scritto spiego che oggi il recinto è l'euro.

Se hai avuto la bontà di leggere il materale che ti ho linkato credo che anche tu, come decine di migliaia di italiani, sarai d'accordo con me.

Ora, io sono fortemente avverso all'uso della categoria di "buona fede" o di "sincerità", per almeno un paio di motivi. Il primo è la mia
forma mentis scientifica: a me interessa ciò che è misurabile. Le intenzioni non lo sono, i risultati sì. Il secondo è la mia umiltà, che è ben nascosta, lo ammetto, ma c'è: la buona fede riguarda Dio. Quindi, a me, sinceramente, se tu abbia firmato quella merda coscientemente o incoscientemente, se tu sia organico al potere che ci opprime per motivi venali o per intimo convincimento, non interessa, non mi sembra rilevante.

Quello che invece è rilevante è che tu sei, per tanti motivi, un'icona di quella poltiglia buonista che si ritiene "di sinistra" e che, avendo le terga sufficientemente protette (per ora, perché fra un po' la scure della crisi si abbatterà su di lei) evita di mettere in discussione le proprie certezze ideologiche, e assiste imperterrita al massacro dei suoi prossimi, dei suoi concittadini, pensando che tanto a lei non toccherà mai, inveendo al grido di "Fascista! Populista! Nazionalista!" contro chiunque dica
ciò che è nei libri di economia, ovvero che l'esperimento di integrazione monetaria europea, antistorico e distopico, è stato e sarà foriero di morte fino a quando non si deciderà di porvi fine.

Il problema non è se, ma quando e come, e quanto democratico sarà il "come" dipende da quanto gli intellettuali avranno saputo contribuire a creare una coscienza di classe.

Ripeto, caro Ascanio: tu sei,
per tuo merito (cioè perché sei bravo), un'icona (dentro al recinto, certo, ma pur sempre icona), e in quanto tale incombe su di te una responsabilità morale: quella di essere coerente con te stesso e di passare dalla compassione per le vittime alla denuncia dei carnefici.

Io su Twitter mi sono espresso in modo
un po' sommario, affidandomi al mio pregiudizio, che raramente falla, ma posso aver fallato, e allora, caro Ascanio, se sei veramente disposto a metterto in gioco, come mi ci sono messo io, per difendere i più deboli, dovresti fare due cose.

La prima l'hai già fatta (anche se, forse, si potrebbe fare di più):
dissociarti da quella merda nella quale ti hanno coinvolto "a tua insaputa". Una frase un po' alla Scaiola, ma insomma, se è stato incastrato DSK, puoi essere stato incastrato anche tu. Ora però sei di fronte al tribunale dei social: il paese è piccolo, la gente mormora...

La seconda è un classico: RTFM, ovvero Read The Fucking Manual. Dai una letta, caro Ascanio, al
Tramonto dell'euro, e a l'Italia può farcela. Qualcuno te li porterà. Poi starà a te decidere cosa fare. Tu hai un grande potere, e da un grande potere derivano grandi responsabilità. Se tu volessi contribuire al progetto di questo blog, quello di aprire gli occhi agli italiani, incontreresti enormi difficoltà, cercherebbero di massacrarti, ma avresti anche, ti assicuro, enormi soddisfazioni. Perderesti, forse, l'ospitalità della Dandini di turno (ma questo sistema non può tenere, Ascanio, fidati, e quindi la tua eclissi durerebbe poco): acquisteresti però la stima di decine di migliaia di italiani i quali hanno bisogno che qualcuno, a sinistra, dica cose di sinistra.

Certo, prima bisogna capire, bisogna studiare.

Non è stato facile nemmeno per me, che sono del mestiere e che avevo intuito decenni or sono che la fregatura c'era (e l'avevo anche scritto, come tanti altri prima e dopo di me). Convincere Fassina è stato relativamente facile: lui viene dalla Bocconi e dal Fmi, sono sicuro che aveva capito tutto prima di me, anche se non poteva dirlo, e comunque
ora si sta esprimendo. Ancora più facile è stato convincere i tanti umili, quelli le cui vicende tu narri. Ti faccio questo esempio per farti capire che tendenzialmente io sarei "de sinistra", come te, capisci? Per rassicurarti, insomma. Se dopo aver letto i miei libri (e dopo essere state sconfitte politicamente) queste persone non ce la fanno più a mentire, questo qualcosa vorrà pur dire, no? Ad esempio, vorrà dire che per chi decidesse di cominciare a dire la verità ci sarebbero spazi, per ora risicati, ma in futuro sempre più ampi, di copertura politica.

Te lo dico solo nel caso che ti interessi...

Con
una cosa come questa, caro Ascanio, si può fare un ottimo spettacolo. Io so scrivere e tu sai leggere: ci sono spazi per una collaborazione proficua.

Pensaci.

Non fare l'errore che fanno i politici. Loro pensano che siccome la crisi sembra finita (ma non lo è) questo non sia il momento per parlare di economia. Non è vero. Proprio ora, e proprio perché i toni si sono abbassati, questo è il momento per costruire capitale politico, per intervenire nel dibattito rinnovando le categorie culturali, aprendo a chi ci ascolta - e sono tanti - nuove prospettive. Il potere ha abbassato la guardia, proprio perché pensa di aver sedato i moti. Approfittiamo di questa finestra di relativa tranquillità per esprimerci: quando i nodi verranno al pettine, noi, da intellettuali, avremo la coscienza a posto, avremo la consapevolezza di aver fatto il possibile per far maturare i nostri concittadini, per favorire il processo democratico; loro, i politici, se avranno parlato chiaro adesso potranno dire dopo, appunto, di averlo fatto (e non sarà vantaggio da poco rispetto a chi ancora oggi, contro ogni evidenza, continua a mentire, proponendo un modello economico, politico e sociale distopico).

La vera battaglia per la democrazia, caro Ascanio, non è politica, è culturale, e in questa battaglia gli intellettuali sono arruolati per definizione, che piaccia loro o meno.

Io e te siamo in guerra, carissimo, e stiamo già combattendo, anche se magari non sempre ce ne rendiamo conto.

Tu da che parte stai?

La risposta la daranno i fatti.

Tuo,

Alberto


P.s.: questo è stato
l'ultimo compleanno del mio blog, così ti fai un'idea. Se vuoi partecipare al prossimo, credo che molti ne sarebbero lieti. Sentirti leggere Il romanzo di centro e di periferia, o magari Eurodelitto ed eurocastigo, o, perché no, Il trotzkista e il liberista, sarebbe, appunto, un fatto. Nota bene: non ti sto chiedendo di farlo aggratise! Io ho pagato molto, di persona, per la mia battaglia, ma grazie a Dio posso pagare chi lavora per noi...