http://goofynomics.blogspot.it/2015/03/accumulazione-in-condizioni-di.html

 

domenica 1 marzo 2015

Accumulazione in condizioni di disuguaglianza

(...metto qui perché è un esempio di cosa intendo per critica costruttiva, e perché non mi bastava lo spazio di un commento per rispondere. Comunque, sono veramente sconcertato dall'imbecillità dei commenti ai due post precedenti. L'unica sintesi è "Salvini è razzista". Nessun commento, nessuna preoccupazione per la campagna razzista del Bild (possibile che debba preoccuparsene solo il compagno Henkel?). Nessun commento sulla politica estera di Francia e Germania (i battaglioni neonazisti in Ucraina li finanzia Salvini? Li sponsorizza la Le Pen? Se vi leggete il blog di Sapir troverete una storia un po' diversa...). Il solito tifo da stadio di anime belle che veramente, comincio a credere, meriterebbero che le cose finissero come io desidero non finiscano, cioè nel sangue. Non essendoci però alcuna certezza di chi sarebbe chiamato a versarlo, motivi razionali, oltre che etici, mi spingono a continuare a lottare per una risoluzione pacifica che necessariamente prevede la fine dell'euro e che quindi necessariamente prevede apertura - con i dovuti distinguo, da me ampiamente fatti - a tutte le forze che si orientano in tal senso. Ma lasciamo perdere: oltre ai ragli calcistici, ammantati di buonismo, c'è anche chi formula critiche. Ve ne segnalo una, con la relativa risposta...)

fraspero ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "QED 42: le squadracce":

-off topic- domanda per il prof. o per chiunque sia in grado di rispondere.
Gentile professore, premetto che tutto cio che so di economia lo devo esclusivamente a questo blog e ai suoi due libri che adoro perche oltre che scritti per far capire alla gente comune qualcosa di cui non sanno nulla, sono ricchi di citazioni e bibliografati maniacalmente come si conviene per un uomo di scienza che voglia considerarsi tale. Nella lettura de l.italia puo farcela mi ė sorta una domanda alla quale non ho trovato risposta a differenza di molte altre. Lei attribuisce la crisi di domanda mondiale ad un progressivo calo dei salari e ad uno dpeculare aumenti degli utili dei capitalisti. La mia domanda ė: la ricchezza sottratta ai salariati e trattenuta dai "padroni" per quale motivo non genera anch.essa domanda? Cioe questi soldi nn verranno spesi come li spenderebbe una persona comune ma in ogni caso dovrebbero essere spesi: investimenti, case, yatch di lusso o aragoste non fa differenza. Oppure vengono spesi in qualche altro mercato che di fatto non genera alcuna domanda di beni o servizi?
La ringrazio molto e spero che nn abbia gia dato la risposta in qualche altro post oppure nel libro e che mi sono perso.
Saluti
Francesco





(Francesco, fammi il cazzo di favore però di non postare tre volte la stessa domanda, vuoi? Diventa tutto molto più difficile se fate così. Fai clic, poi passi ad altro, e io se ho tempo rispondo, ok?)


Allora, mettiamola così: nel capitalismo "finanziario" descritto in IPF (ma da tanti altri prima di me, come adesso vedrete) succede essenzialmente che una quota sempre minore di reddito prodotto viene distribuita al lavoro, e una quota sempre maggiore di reddito viene distribuita al capitale.

Ora, tu dici, anche i redditi del "ricco" si traducono in domanda, cioè in acquisto di beni, quindi perché c'è bisogno di sostenere la domanda dei "poveri" col debito, cioè col credito (tendenzialmente erogato dai "ricchi")?

Ci sono alcune considerazioni da fare. La prima è che a meno che non nasca con quattro natiche, difficilmente un ricco potrà guidare contemporaneamente due Ferrari. Va bene: restiamo seri. Una Ferrari costa quanto venti Punto (a spanna), e quindi vedi da te che se il reddito si concentra nell'1% superiore, hai voglia a costruire hangar per Ferrari! In altre parole, l'economia della produzione di massa ha bisogno di un consumo di massa per tirare avanti. Questo comporta che una parte consistente dei profitti che vanno al capitale non si traducano (per impossibilità fisica) in domanda immediata di nuovi beni e servizi da parte dei "ricchi", ma vengano avviati al circuito finanziario (cioè si traducano nell'acquisto di "carta").

E fino a qui ci siamo, e in condizioni normali (cioè non di disuguaglianza crescente) alla fine andrebbe anche bene così: in teoria, considerando per il momento un'economia chiusa, l'acquisto di "carta" (un'azione, un'obbligazione) da parte del ricco corrisponde al bisogno di un'azienda di finanziare investimenti produttivi (emettendo, appunto, "carta"). Quindi la parte dei redditi dei ricchi che non va nell'acquisto immediato di aragoste e Ferrari si tradurrebbe comunque nell'acquisto di beni fisici (tangible assets), un acquisto mediato dal circuito finanziario, che raccorda famiglie (ricche e povere) e imprese, permettendo a queste ultime di finanziare i propri investimenti produttivi incrementando lo stock di capitale con l'acquisto di beni fisici (fra i quali anche il rimpiazzo dei macchinari obsolescenti, ecc.).

Questo modello corrisponde a quello che
Froud et al. 2001, che ho citato in Crisi finanziaria e governo dell'economia, chiamano il capitalismo "produttivista", e del quale qui ti offro il (loro) disegnino:


Le famiglie usano i propri risparmi per acquistare nuova carta con la quale le imprese finanziano investimenti produttivi che creano valore a fronte del quale vengono distribuiti dividendi che creano un reddito che va alle famiglie e il cerchio si chiude.

Quando però la disuguaglianza aumenta, in questa bella storia nella quale i risparmi vengono comunque convogliati verso la creazione di valore (via investimenti produttivi) comincia ad incepparsi qualcosa.

Intanto, una parte dei redditi dei ricchi (mangiata l'aragosta, comprata la Ferrari California), deve necessariamente andare a finanziare i consumi dei poveri (i quali altrimenti, morendo di fame, non potrebbero pescare l'aragosta che al mercato il ricco comprò...).

Poi, l'incremento della produttività da un lato (via progresso tecnico), e dei fatturati dall'altro (via finanziamento "a credito" della spesa dei "poveri"), determina una buona redditività aziendale, la quale fa sì che in effetti il settore delle imprese sia in grado di finanziare da sé gli investimenti produttivi, cioè senza ricorrere ai risparmi dei "ricchi", ovvero, senza ricorso ai mercati.

Ma noi vediamo che i "mercati" (finanziari) acquistano sempre maggiore peso.

Perché?

La risposta è che una buona parte delle risorse finanziarie distribuite ai "ricchi" vanno ad acquistare carta che non corrisponde a domanda di beni (in particolare, domanda "mediata" di beni capitali).

E a cosa corrisponde?

Froud et al. (2001) cercano di capirlo usando la contabilità ai
flussi di fondi di Stati Uniti e Inghilterra. La risposta breve è che le risorse finanziarie dei "ricchi" vanno ad alimentare una sorta di gigantesco gioco dell'aeroplano o schema Ponzi (se preferisci), dove la creazione di "valore" corrisponde sostanzialmente alle plusvalenze realizzate nelle operazioni di fusione e acquisizione di aziende, alle quali corrisponde una produzione di "carta" il cui valore è sostenuto, appunto, dal flusso di domanda di "carta", cioè dagli eccessivi introiti dei (pochi) ricchi, che un qualche impiego dovranno pur trovarlo (mangiata l'aragosta e parcheggiata la Ferrari).

Guarda questo schema:

e considera, per semplicità, gli Stati Uniti (che abbiamo visto essere archetipici di questa evoluzione del capitalismo).

Lo schema ti dice che fra 1980 e 1998 nelle imprese statunitensi sono entrati 19326 miliardi, dei quali circa 10000 distribuiti in dividendi (su azioni), interessi (su obbligazioni), imposte (su profitti), e 8119 non distribuiti, di cui 7786 miliardi corrispondono all'acquisto di beni capitali e 334 a utile di gestione. A fronte di questa situazione, il settore ha chiesto ai mercati, vendendo "nuova carta", 5168 miliardi (dei quali "in teoria" non aveva bisogno, visto che si era autofinanziato i propri investimenti produttivi), per un totale di 5502 miliardi di fondi totali (5168+334), destinati all'acquisto di 4494 miliardi di attività finanziarie. Queste attività corrispondono di fatto a plusvalenze derivanti da operazioni di fusione e acquisizione di aziende, che se dal lato reale traggono il loro fondamento nella (pretesa) esigenza di "razionalizzare ed efficientare" ("grande è bello, facciamo economie di scala...", ecc.), dal lato finanziario sono sostanzialmente un modo per vendere a 125 due aziende che valgono 50. Come dicono Froud et al., dato che la Tabella 7 consolida i bilanci delle imprese private, se una azienda A comprasse un'azienda B ai valori di libro queste due operazioni di compenserebbero, dando come risultato zero. Ma se l'azienda A compra per 125 una azienda B che vale 100 (o due aziende C e D che valgono 50 l'una), ecco che sorgono 25 (che confluiscono nei famosi 4494 in fondo alla tabella), corrispondenti a "creazione" di valore puramente speculativa, determinata dall'operazione di acquisizione, e non a un incremento del 25% dei macchinari, capannoni e attrezzature dell'azienda B (che fisicamente quella è e quella rimane).

Questo è come lo dicono loro, per tua erudizione:


Ora, il punto è: cosa permette di vendere al 25% in più (nell'esempio: ovviamente sono cifre indicative) una cosa che vale 100? Semplice: il fatto che qualcuno abbia i soldi per comprarla! Come in ogni schema Ponzi, sono i nuovi entranti che garantiscono la prosecuzione del gioco. Il capitalismo finanziario comprime lo Stato come intermediario del risparmio (riducendo, ad esempio, le pensioni), e così i redditi dei ricchi (che sono sempre più ricchi) e anche quelli dei meno ricchi si orientano sempre più a comprare carta privata, alimentandone (artificialmente) il valore. Guarda che alla fine la lotta ideologica ai sistemi pensionistici a ripartizione, per dirne una, ha il suo fondamento non tanto nell'invecchiamento della popolazione e via dicendo, quanto nell'evoluzione verso questo tipo di capitalismo.

Il disegnino diventa questo qui:


Non è più un circuito, dove la famiglie comprano la carta delle imprese: è uno schema che ha al centro il mercato secondario dei titoli (cioè il mercato della carta già esistente), che diventa il motore e l'arbitro del sistema. Questo è quello che Froud et al. chiamano il coupon pool capitalism, e che altri chiamano il capitalismo finanziario. Le imprese ora non rispondono alle famiglie ma ai "mercati" (il mercato secondario, il blocco centrale dello schema), e quindi la loro logica diventa una logica di breve periodo. Prezzo e quantità dei titoli presenti nel pool non dipendono più solo dalle necessità delle imprese "produttive" di finanziare investimenti in capitale fisico, ma da tante altre cosette che poco hanno a che vedere con la pruduzione e con l'acquisto di quei beni per acquistare i quali nel frattempo il "povero" si sta indebitando. Loro la mettono così:


Una buona descrizione italiana di queste dinamiche la fornisce
Bellofiore, che mi sta sui coglioni perché ha banalizzato il mio lavoro, ma questo, per me, non è motivo sufficiente per banalizzare il suo! La sua lettura ha una venatura marxista che Froud et al non hanno (ponendosi in un'ottica keynesiana), ma alla fine i numeri sono quelli (della Tabella 7) e la storia che raccontano è la stessa (dell'ultima citazione): quella di un capitalismo che produce carta a mezzo di carta, e che quindi, ovviamente, avvantaggia chi ha gli strumenti culturali e tecnici per trarre profitto da questo gioco (ovviamente i più ricchi), lasciando, come in ogni Ponzi game, il cerino acceso in mano a una sterminata platea di fessi (i contribuenti, che quando il sistema salta sono costretti a tappare i buchi, cioè a mettere di tasca loro quel famoso 25 che non c'era, e che quando nessuno vuole comprarlo più - per qualsiasi motivo - diventa il granello di sabbia che inceppa l'ingranaggio).

Per inciso: va da sé che quando l'ingranaggio si inceppa, chi ci ha messo i soldi pensando di avere una vecchiaia agiata si ritrova sotto i ponti. La lettura della stampa anglosassone ti riserverà lolte soddisfazioni!

Spero di averti fornito una spiegazione accettabile del perché in un capitalismo che distribuisce troppo ai pochi e poco ai molti i soldi che vanno ai pochi non sono destinati ad acquistare i beni che i molti non si possono permettere (e nemmeno il loro controvalore in beni fisici "da ricchi").

Ti ringrazio, e concludo con una breve allocuzione ai simpatici commentatori dei post precedenti: carissimi, se magari volessimo parlare di questo, sarebbe più interessante che parlare del coglione che ieri a piazza del Popolo portava in giro un cartellone con la faccia del Duce. A me dispiace più che a voi che dei problemi veri si siano finora (cioè fino a Fassina) rifiutate di parlare tutte le forze politiche tranne quelle contigue a fessi simili, ma questo non è un problema mio, né delle forze che hanno deciso di parlare. Se non vi è chiaro, amici miei, allora tenetevi l'euro e la vostra purezza etnica marziana.

Perché alla fine i razzisti siete voi, e io l'ho sperimentato sulla mia pelle in quattro lunghi anni di #bagnailafafacile e #bagnaiesceadestra. Ora, invece che a dove esco, vi toccherà stare attenti a dove entro. Così si osserva in voi lo contrappasso.