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mercoledì 4 marzo 2015

Atene chiama. Fassina risponde?

(da Mimmo Porcaro ricevo e con piacere pubblico...)

L’arretramento di Syriza
Non si è buoni amici del popolo greco se si sottovaluta il netto arretramento a cui Syriza è stata costretta dai ricatti delle sue controparti e dalla propria incertezza strategica. Nella lettera presentata da Varoufakis all’Eurogruppo non c’è alcun cenno alla questione più importante, ossia alla ristrutturazione del debito, ed oltre a ciò il governo greco si trova di fatto nell’impossibilità di utilizzare il fondo salva-stati (che andrà per intero alle banche) e di superare l’obbligo dell’avanzo primario (avanzo che, al massimo, potrà essere modulato).

È impossibile onorare anche parzialmente, in queste condizioni, gli impegni presi con gli elettori. È impossibile pensare che si sia aperto, in questo modo, un qualche spazio di manovra. Ed è sorprendente che si imputi tutto ciò alla durezza delle istituzioni europee: che cosa ci si aspettava? Come è possibile che il gruppo dirigente di Syriza non abbia previsto la rigidità dell’eurogruppo e i ricatti della Bce? Come hanno fatto a non capire che l’esclusione dell’uscita dall’euro ha reso quasi nullo il loro potere negoziale, di fronte ad un’Europa che, oltretutto, è momentaneamente ringalluzzita dal Q.E. di Draghi (non a caso annunciato poco prima delle elezioni greche…)? Intendiamoci: con avversari di tal fatta è difficilissimo scontrarsi, tanto che noialtri, sinistra italiana, non abbiamo nemmeno il coraggio di iniziare a farlo e preferiamo che qualcuno lo faccia al posto nostro. Ma non si sfugge all’impressione che vi sia comunque un errore di base ed un’imperdonabile supponenza nell’atteggiamento di Syriza: l’idea secondo la quale, in fondo, la fine dell’austerity sarebbe interesse anche delle classi dominanti europee. Mentre, al contrario, queste sguazzano felici nella deflazione (che deprezza il lavoro e valorizza i crediti), pur non escludendo investimenti ed immissioni di denaro se e quando la compiuta sottomissione dei lavoratori li renda convenienti.

Lenin direbbe che questa pretesa dei deboli di insegnare ai forti quali siano i loro interessi equivale ad una completa sottovalutazione della realtà dell’imperialismo. Tucidide, che anche con questo tema ha intessuto le mirabili pagine del dialogo tra gli Ateniesi e i Melii – sulle quali oggi sicuramente meditano i nostri compagni greci – direbbe semplicemente che è mancanza di realismo. Ma, si sa, si tratta di due vecchi arnesi: Lenin, a differenza di Varoufakis, nulla sapeva della teoria dei giochi, e Tucidide, redivivo, non arriverebbe certo a capire, con quel suo fissarsi sul conflitto tra potenze, the magic of globalization.

“Prendere tempo”
Si dirà che il mio giudizio è troppo severo, e che in fondo Syriza è riuscita, in una situazione difficilissima, quantomeno a prendere tempo. In parte è vero, e ci tornerò. Ma ci siamo chiesti come mai gli avversari di Syriza questo tempo l’hanno concesso? L’hanno fatto, io credo, per non dare l’impressione di strozzare la Grecia e per lasciare che la Grecia lo faccia da sola. Infatti il  contenuto della lettera d’intenti scritta da Varoufakis è tale da far ben sperare chi punta ad un indebolimento di Syriza. Già: l’aver conquistato il diritto di scrivere da soli i propri compiti senza farseli dettare dalla troika è cosa che può essere sbandierata come un successo, ma di fatto riduce la possibilità di imputare le scelte politiche restrittive alla protervia altrui, e questo trasforma il conflitto tra Grecia ed Europa in un conflitto interno alla Grecia. Non tanto perché numerosissimi e qualificanti punti del programma elettorale sono del tutto scomparsi: la forte tensione politica dei sostenitori di Syriza potrebbe anche, in un primo momento, far sì che si passi sopra a tutto ciò. Ma perché il concentrare tutto sulla lotta all’evasione fiscale (non potendo contare su riduzione del debito e su altro) rischia seriamente, nelle concrete condizioni della Grecia di oggi, di rompere il fronte che sorregge il governo. I capitali non cesseranno di fuggire, i percettori di redditi medio-alti si sentiranno minacciati, ma, soprattutto, gran parte dell’elettorato popolare, che spesso mescola redditi da lavoro dipendente e redditi di piccola impresa, rischia di perdere, col rigore contro il “nero”, una  risorsa aggiuntiva assolutamente vitale in epoca di crisi.


Rapporti di forza e rapporti sociali
Si dirà che in ogni caso il mio giudizio è troppo rigido, perché non considera l’Europa come un campo di forze in cui, soprattutto in periodi turbolenti, i rapporti fra i diversi attori possono mutare anche bruscamente. Ora, io non escludo affatto, in linea di principio, che un qualche concorso di circostanze possa modificare la situazione. Ed anzi, smentendo quanto in genere si imputa ai detrattori dell’euro, ripeterò che io non spero che Syriza sia sconfitta per meglio dimostrare quello che ormai è superfluo dimostrare (l’irriformabilità dell’eurozona), ma che spero (speravo) in una sua pur parziale vittoria, perché questa allevierebbe le sofferenze della Grecia e al contempo aprirebbe crepe nell’edificio comunitario. Ma un conto è discettare di possibilità astratte, altro è valutare le possibilità concrete. E la concretezza dice che Syriza ha perso rapidamente terreno, se mai ne aveva conquistato. E che, in ogni caso, anche una parziale vittoria sull’austerity, dati gli attuali rapporti sociali, si trasformerebbe paradossalmente in un ulteriore asservimento della Grecia.

Sì, perché il problema è proprio questo: qui non si tratta di mutevoli rapporti di forza, ma di coriacei  rapporti sociali. E nel capitalismo i rapporti sociali, come pure dovremmo sapere, sono particolarmente difficili da modificare perché si presentano (e funzionano) come rapporti tra cose, in particolare come rapporti tra entità economiche la cui dinamica è estremamente cogente, prescinde dalle oscillazioni abituali dei rapporti di forza ed appare, oltretutto, come un qualcosa di naturale e impersonale. E l’entità economica che maggiormente codifica, normalizza e riproduce i rapporti sociali (e geopolitici) inevitabilmente asimmetrici del capitalismo è la forma del denaro, ossia, nel nostro caso, l’euro. Per cui anche se Syriza riuscisse a modificare i rapporti di forza, a spuntarla, a finirla con l’austerity e a ridare un po’di speranza e di potere d’acquisto ai cittadini greci, non per questo avrebbe modificato i rapporti sociali e geopolitici che si incarnano nell’euro e nella connessa rigidità del cambio. Cosicché l’aumento del potere d’acquisto si tradurrebbe inevitabilmente in aumento del debito privato e quindi nuovamente del debito pubblico, ribadendo la dipendenza ellenica dall’Europa del nord. Perché l’euro, questo idolo della sinistra neo o post comunista, è studiato apposta per rafforzare il padrone e il creditore, ed è quindi incompatibile con una prospettiva di sinistra, se con questa parola indichiamo quelle vecchie, solide ed irrinunciabili cose che sono l’impresa pubblica, la piena occupazione, gli alti salari, il controllo democratico sulla produzione. Se non confondiamo, insomma, la sinistra col liberismo e col movimentismo.


Sostiene Fassina
Su questo insieme di temi è recentemente tornato, e con precisione, l’onorevole Fassina.

“È evidente che anche l’accoglimento della lista normalizzata di riforme strutturali presentata dal governo Tsipras lascerebbe la Grecia nel tunnel. Nel migliore dei casi, i greci comprerebbero tempo. È evidente dalla parabola greca che nell’eurozona non vi sono le condizioni politiche per la radicale correzione di rotta nella politica economica necessaria alla ripresa e al miglioramento delle condizioni del lavoro e, quindi, alla sopravvivenza della moneta unica. È evidente che la Grecia per salvarsi deve lasciare l’euro e svalutare. Rimanere prigionieri della moneta unica, pilastro del mercantilismo liberista, per Syriza vorrebbe dire consumare rapidamente il capitale politico di fiducia ricevuto il 25 gennaio scorso. Vorrebbe dire accompagnare comunque la Grecia al naufragio e lasciare campi di macerie alle scorribande dei neonazisti di Alba Dorata. È anche evidente che la parabola greca e delle sinistre greche prospetta un destino comune alle democrazie e alle sinistre dell’eurozona. La democrazia, la politica e la sinistra non hanno fiato nella camicia di forza liberista dell’euro. Nell’eurozona non c’è alternativa alla svalutazione del lavoro, al rattrappimento delle classi medie, al collasso della partecipazione democratica. Quindi, non c’è spazio per la sinistra. [..].  La sinistra può evitare la deriva di svalutazione del lavoro e di svuotamento delle democrazie delle classi medie e, così, si può salvare e ritrovare senso storico soltanto se riesce a spezzare la gabbia dell’euro. Se si ricostruisce nazionale e popolare. Altrimenti è finta o fa testimonianza”.

Parole e fatti
Parole sante, quelle di Fassina, ma vi sono atti conseguenti? Per il momento temo di dover  rispondere di no. 

Rompere con l’euro e con l’eurozona, ricostruire un punto di vista “nazionale e popolare” non sono cose che possano essere affrontate semplicemente correggendo la linea di questo o quel partito. Sono scelte di campo internazionali (e scelte di classe sul piano nazionale) che impongono la distruzione dei partiti precedenti e la costruzione di forze politiche di tutt’altro conio. Impongono, addirittura, la nascita di una forza democratica e popolare che non si chiuda nel riferimento alla sinistra attuale (Podemos docet ), ma sappia parlare a quella vasta maggioranza di italiani, di diversa estrazione politica, comunque interessata a non dissolvere il patrimonio di civiltà apportato dalla sinistra di un tempo e radicato nella nostra Costituzione. Di questa distruzione e costruzione, di questa nascita, però, oggi non si vede traccia: ed è un male, anche per i greci.

Infatti, se ha un senso il “prendere tempo” di Tsipras e Varoufakis, lo ha perché dovrebbe consentire la formazione non già di fantomatici movimenti continentali (nei quali, ovviamente, nessuno spera) ma di nuovi governi europei, in Spagna, in Irlanda e magari altrove, capaci di affiancare Atene nella sua battaglia. Ma per affiancare Atene nella sua battaglia non basterebbe aggregarsi al coro anti-austerity: un errore non diviene meno grave solo per il fatto che sono in tanti a commetterlo, e chiedere inversioni di rotta alla politica europea confermando, nel contempo, la propria fedeltà all’euro equivale a comportarsi come un condannato a morte che mentre chiede la grazia si aggiusta con le proprie mani il cappio al collo. Per aiutare la Grecia e sé stessi è ormai necessario dire senza mezzi termini che si vuol abbandonare l’euro (magari proponendo alla Germania un patto sostituivo basato sull’autonomia geopolitica del continente…), e prepararsi a farlo. Punto. E a dirlo non deve (forse non può) essere la Grecia o la Spagna o l’Irlanda o qualcun altro, ma deve essere quello che è il più forte trai paesi che dall’euro sono maggiormente colpiti, ossia l’Italia. Certo, l’ipotesi di un governo italiano capace di fare il grande passo appare al momento assai remota. Eppure, un atto di rottura autorevole ed argomentato, ancorché inizialmente proposto da una minoranza, potrebbe sortire un notevole effetto, se quella minoranza provenisse dalla forza politica più europeista del più europeista trai paesi.



È già molto tardi
Grande è quindi la responsabilità che grava sulla parte più decente della sinistra italiana. Per questo mi permetto di suggerire all’onorevole Fassina ed ai suoi amici di meditare, se già non lo stanno facendo, sull’urgenza di un gesto efficace che li allontani sia dal PD sia dal modo confuso e inconcludente col quale si sta affrontando, ancora una volta, il tema del “nuovo soggetto a sinistra”. Confuso e inconcludente perché ci si attarda come al solito a litigare sulla forma del nuovo soggetto (unione di movimenti e partiti, oppure unione di soli movimenti, oppure, ancora, unione di soli soggetti sociali, o chissà cos’altro…) non sapendo dire nulla, se  non qualche innocua ovvietà, sul contenuto della sua azione, ovvero sui suoi scopi. E  non si sa dire nulla sugli scopi perché nell’obbedienza all’euro la politica, ossia la scelta collettiva, e soprattutto la scelta di puntare ad un diverso ordine sociale, è semplicemente impossibile. Invece, se corroborata dalla proposta di una nuova collocazione internazionale, di una nuova alleanza trai diversi lavoratori e trai lavoratori e le PMI, di una nuova versione dell’economia mista in un contesto di diffuso controllo popolare, se accompagnata da tutte queste cose e quindi dalla convinta ripresa di un’ipotesi socialista, l’idea di uscire dall’euro è l’unica che ci consentirebbe di uscire anche dalla palude in cui sta morendo la sinistra movimentista. I tempi per tutto questo stanno maturando. Fassina e gli altri hanno prima atteso che si concludesse il semestre di presidenza italiano. Ora sembrano attendere che i fatti mostrino l’impossibilità di un compromesso decente tra Atene e Bruxelles: ma i fatti, e l’analisi, hanno già dimostrato l’impossibilità di un compromesso decente tra Bruxelles, Francoforte, Washington e la democrazia. Adesso è l’ora di muoversi. Non possiamo lasciare l’idea della dignità nazionale a Casa Pound e a Salvini (Salvini!). Da anni si pone nei fatti il problema del nesso tra indipendenza di classe e indipendenza nazionale: risolverlo potrebbe essere la chiave per un nuovo e più ampio radicamento delle nostre migliori idee, ma se non lo affrontiamo oggi questo diverrà il motivo della nostra definitiva sconfitta. È già molto tardi. 



(...solo un commento: se uno le idee le lascia, poi chi le trova se le piglia, e i cocci sono di quell'altro. Io più che dirlo quattro anni fa non potevo fare. Per il resto, potreste avere sorprese...)


Addendum
Aggiungo qui qualche breve considerazione che mi sento di poter sviluppare pubblicamente in dialettica con Mimmo, che comunque mi sembra sempre una spanna avanti (peraltro anche a me, almeno secondo Sergio Cesaratto, che in uno dei suoi ultimi lavori cita me per citare Mimmo, cosa che mi ha fatto molto piacere: lo vedrete presto in un w.p. di a/simmetrie appena ci guarisce il webmaster che al momento è un po' invalido...).

Molto sinceramente: la piazza di Roma era imbarazzante in certi suoi risvolti, inutile girarci intorno, ma non lo erano le 800 persone venute a sentire Salvini a Pescara o a Padova (due altre occasioni alle quali ero presente: dei giornalisti ovviamente non mi fido). In ogni caso, sono molto più pericolosi i burocrati di Bruxelles per i quali la Grecia è
expendable, dei fessacchiotti (potenzialmente violenti?) con il ritratto del Duce.

Io non credo che il punto esclamativo (Salvini!) sia da parte di Mimmo supponenza verso Salvini (non direi verso la Lega: specifico verso Salvini). Mi sembra piuttosto un motivato stupore, o meglio ancora la sottolineatura - che condivido - di un dato paradossale: quello che in questo paese così martoriato da tre decenni di autorazzismo (fomentato da quei quattro cialtroni "de sinistra" che si autodefiniscono intellettuali ma non sanno distinguere Palestrina da Reger, il Sodoma da Magritte, e Petrarca da Dickens), in questo paese stuprato da La Repubblica, la difesa della dignità nazionale sia stata lasciata all'esponente di un partito che nasce secessionista.

Il PD odia l'Italia. Il partito di Repubblica odia l'Italia, e odia tutti gli italiani, soprattutto quelli che amano l'Italia, ma, per non sbagliare, anche gli altri! Ma dentro a un certo PD la consapevolezza di quanto sia assurdo questo atteggiamento cresce.

Odiare l'Italia significa odiare i lavoratori italiani. Chi ha i soldi è cosmopolita per censo (cosa che ho cercato di far capire ieri a Londra). Se poi non capisci che anche un imprenditore (talvolta) lavora (come talvolta lavora il suo dipendente!), ecco che il cerchio si chiude: sei pronto a far carne di porco del tuo paese per consegnarlo alle potenze straniere che ti hanno spianato la strada del potere. Questa è la triste storia del PD e con questa lui deve fare i conti. Mimmo ha scritto qui diversi interventi che mettono in luce questo problema irrisolto.

Tuttavia, se a me in questo momento urtica l'atteggiamento supponente verso Salvini, che è semplicemente uno che ha capito prima quello che sarebbe successo dopo, e che ha avuto l'umità di farsi spiegare alcune cose che non aveva capito (mentre a sinistra non hanno bisogno di farsele spiegare, perché le hanno sempre sapute), mi urtica altrettanto l'atteggiamento programmaticamente diffidente e piazzaleloretista verso una parte del PD.

Ripeto: non mi pare che siano questi atteggiamenti di Mimmo, ma mi pare che invece emergano ogni tanto dalla discussione qua sotto, e vi segnalo qui in generale che
non sono d'accordo con questi atteggiamenti (che poi per lo più sono nutriti dai simpatici ortotteri). Purtroppo, che vi piaccia o no, non abbiamo molte altre scelte se non quella di dare fiducia a chiunque dica di volerci tirar fuori da questa storia, ovviamente preferendo la parte politica alla quale ci sentiamo più vicini (e la mia sapete qual è, in teoria). Anche qui, scusate se lo ribadisco: ortotteri non pervenuti (abbiamo visto tutti quantoc i ha provato Claudio, e anche Antonio).

Le cose che vorrei approfondire con Mimmo quindi sono altre.

La prima è la visione che ha di
Podemos. Come sapete, personalmente accomunavo Syriza e Podemos sotto lo stesso scetticismo. Tuttavia, in Podemos c'è Alberto Montero Soler, una persona senz'altro consapevole dei problemi, e che non mi sembra particolarmente allarmato per come vanno le cose in Spagna, mentre in Grecia l'altrettanto consapevole Lapavitsas, come vi immaginate... Non aggiungo altro.

Detto questo, pur avendo io stesso un outlook meno negativo su Podemos (per motivi irrazionali di amicizia verso Alberto), non posso non notare che anche Podemos ci gira in torno: non vuole proprio dirla, la parolina magica: euro! Dice invece le paroline per i gonzi: casta, cricca, corruzione ed evasione! Ora: un conto è non chiudersi nel riferimento alla sinistra attuale (e per questo un dialogo con Salvini in Italia sarebbe interessante, perché su alcuni temi sociali forse si potrebbero trovare terreni di intesa a sinistra, e di quelli sui quali non ci si può intendere bisognerebbe però occuparsi in ogni caso); un altro conto è fare un discorso post-ideologico un po' grillonzo. Secondo me Podemos è un esempio della seconda cosa più che della prima. Io starei molto attento: Mimmo è precisissimo e cauto, ma quando si dice che "bisogna superare la distinzione fra destra e sinistra" io porto la mano alla fondina. Vedo sempre il parlamentare (non a caso dei 5 stelle) che a Pescara ci diceva che non esiste più la distinzione fra capitale e lavoro. Figa! Siamo tornati al feudalesimo e non me ne sono accorto! La distinzione esiste ancora, e come, e un partito del lavoro (non della "riforma" del lavoro) serve oggi più che mai, e non per elargire mancette ai disoccupati.

La seconda cosa che vorrei approfondire con Mimmo è l'idea del "gesto eclatante", della "rottura". Affettivamente gli sono vicino: sarebbe bello che ci fosse un partito per il quale votare a sinistra (non a un concorso di bellezza, intendo). Tuttavia, e Mimmo lo sa, la "rottura" è un gesto molto rischioso. Le reprimende più forti Fassina le ha avute dai "compagni" di SEL, tsiprioti in tutto e per tutto: di fatto, degli eurofascisti che girano col ritratto di Spinelli anziché con quello di Mussolini. Per carità, intendiamoci: Spinelli non può nemmeno essere paragonato al Predappiofesso, sono d'accordo. Ma voi, però, lo volete capire, cazzo, che sono entrambi fuori moda (per dirla in modo lieve)? Ci ho scritto un libro sull'ideale federalista: leggetevelo. L'Europa costruita a misura di anni '70 oggi non va bene, e comunque esorto sempre a ricordare che se Mussolini usava il manganello, Spinelli - o meglio: i suoi seguaci - usavano le crisi economiche, ma il risultato doveva essere lo stesso: ottenere con la violenza dal popolo quello che il
pastor bonus di turno voleva.

E questa cosa non può funzionare...

Er Nutella non pervenuto, scrive libri dove si parla di debito pubblico, ormai non ne parla più nemmeno la Bce, no comment...

E allora se facessero er gesto eclatante, Stefano, Gianni, Alfredo, ecc. (perché qualcun altro c'è), chi aggregherebbero?

Nell'attuale dialettica "nuovo/vecchio" che il cialtrone ha sapientemente instaurato e alla quale tutti i media si conformano, loro sarebbero automaticamente il vecchio (mentre il nuovo sono Vendola e Archinà, per dire), e in quanto tali sarebbero spazzati via.

Non dico che il gesto non debba esserci: ma deve essere preparato molto bene, e occorre prima che gli elettori ritornino a ragionare secondo categorie che riflettano, appunto, i rapporti sociali, e non la fasulla e demagogica dialettica "nuovo/vecchio" della sinistra bancaria (di provincia). La Grecia ci sta aiutando a far capire ai battipugnisti che il tavolo non c'è. L'immagine costruita a tavolino dell'intellettuale critico di regime esperto di teoria dei giochi si è sbriciolata come un savoiardo contro il Matterhorn alla prima prova dei fatti. Ha bluffato avendo un poker d'assi, e ha perso!

Sono state lezioni importanti per gli idioti benpensanti.

E la lezione per noi qual è?

Credo questa: che anche se non abbiamo più tempo, non possiamo avere fretta.

Il che, naturalmente, non ci deve trattenere dall'esprimere la nostra impazienza e i nostri desideri. Ma io, da quando vedo le cose sotto un angolo diverso, sto molto attento a chiedere agli altri di rischiare per me! Io ho rischiato per me, e ne sono contento. Ma non avevo né volevo avere e tuttora rifiuto il consenso, e non avevo grosse responsabilità. Ecco: credo di essere riuscito a farmi capire, ma lo scopriremo solo leggendo i commenti.

Intanto il 21 c'è la convention della sinistra PD, pare...



(...lo sconforto è in agguato...)