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sabato 17 gennaio 2015

La svalutazione deprime la quota salari (leggende metropolitane "monopartisan")

In questo post vi ho fatto vedere come i dati mostrino che una svalutazione generalmente non incide in modo significativo sul salario reale, cioè sul potere d'acquisto distribuito ai lavoratori, e in questo post vi ho fatto vedere (tirando le fila del discorso) perché ciò accade (con l'indicativo e non con il soggiuntivo, perché è un fatto e non un'opinione): ciò accade perché l'impatto della svalutazione sui prezzi non è governato dalla cosiddetta "bisettrice del PUDE", cioè dell'equazione di Giannino "inflazione = svalutazione" (corrispondente alla retta y = x, bisettrice del primo e terzo quadrante). Il trasferimento (pass through) della svalutazione sull'inflazione è inferiore a uno (diciamo che è una cosa del tipo "inflazione = 0.4 x svalutazione"), e prende tempo (diciamo che nel primo mese è una cosa del tipo "inflazione = 0.02 x svalutazione"), e nel frattempo nell'economia succedono molte altre cose.

Occhio però: dire che i salari reali rimangono stabili
non significa dire che rimanga stabile la distribuzione funzionale del reddito, per un motivo molto semplice: sì, d'accordo, ai lavoratori viene distribuito lo stesso valore aggiunto, ma se il valore aggiunto totale aumenta perché l'economia riparte, ecco che evidentemente ai capitalisti viene distribuito più valore aggiunto. Questo è il punto sollevato tante volte (giustamente) da Emiliano Brancaccio, che fra l'altro ha appena pubblicato in proposito uno studio con Nadia Garbellini, uscito prima sulla Rivista di Politica Economica, il cui editor è il nostro amico Gustavo Piga, e prossimamente sul European Journal of Economics and Economic Policy: Intervention, il cui editor è un economista che vi ho citato spesso, Eckhard Hein.

Anche qui, una formuletta aiuta a far capire qual è il problema. Come vi ho detto spesso, e come spiego diffusamente nell'ultimo libro, è un problema di rapporto fra saggio salariale e produttività media del lavoro. Infatti:

dove W è il monte salari a prezzi correnti, N è il numero di occupati, quindi W/N è il salario medio (salario per addetto) in termini nominali (quello che abbiamo chiamato w - minuscolo - nei post precedenti), quindi (W/N)/p è il salario reale (per addetto), y è il prodotto a prezzi costanti (in "volume", non in "valore"), che in un'economia di mercato coincide con il totale dei redditi a prezzi costanti (visto che si produce per vendere, cioè per guadagnare), quindi y/N è il prodotto per addetto, cioè la produttività media del lavoro, e la quota salari è data dal rapporto fra monte salari nominale, W, e totale dei redditi nominali, py (cioè: reddito reale aggiustato per l'inflazione, per capirci).

Questo è il motivo per il quale non capivo come mai mi venisse detto che non parlavo di quota salari quando parlavo di salario reale e di produttività: essendo la quota salari il rapporto fra le due altre grandezze, in realtà la mia analisi dava più informazioni, perché, come sapete, faceva vedere che il crollo della quota salari in Italia non era dovuto a una esplosione del denominatore (aumento della produttività) ma a una depressione del numeratore (stagnazione dei salari), come abbiamo visto qui
tre anni fa. Nell'ultimo libro però mi sono adeguato (non capisco ma mi adeguo) e come avrete notato ho aggiunto anche considerazioni sulla quota salari.

Vorrei parlarvi oggi di una leggenda metropolitana "monopartisan", quella che la svalutazione deprima la quota salari. È "monopartisan" per motivi ovvi: gli economisti "de destra", gli araldi del liberismo, non hanno alcun interesse a parlare di distribuzione del reddito, perché loro sono gli ideologi di un sistema che, come abbiamo visto tante volte, ha fatto esplodere la disuguaglianza appunto distorcendo la distribuzione del reddito a favore del capitale, e trasformando le nostre economie da economie
wage-led (nelle quali una distribuzione del reddito - conforme alla stessa teoria dei capitalisti! - assicura che il prodotto venga assorbito, cioè non ci sia crisi di sovraproduzione), a economie debt-led (nelle quali una distribuzione del reddito che deprime i salari costringe stato e famiglie a indebitarsi per finanziare l'acquisto dei beni prodotti).

Quindi certa gente di distribuzione del reddito non parla, perché ha ovvi scheletri negli armadi. Meglio non far capire che negli ultimi trent'anni le cose sono andate più o meno ovunque così:


(ne abbiamo parlato
qui, vi ricordate?): esplosione della produttività (blu) e stagnazione del salari (rosso), cioè esplosione dei profitti. Ovviamente se fossi la Confindustria, o il suo giornale "people" (il Sole 24 Ore), o la sua rivista scientifica (Rivista di Politica Economica), o il suo economista (Zingales), tenderei a glissare sul fatto che da trent'anni i dipendenti se la stanno prendendo in saccoccia!

Ma secondo me a sinistra non è che si debba essere molto più fieri di questo bel risultato, intendiamoci!

Perché il problema è che se in Italia le cose sono
andate così, ciò è dovuto a diversi fattori geopolitici: la globalizzazione, il crollo del blocco sovietico, e, soprattutto, la cattura dei politici di sinistra da parte delle oligrachie europee. Come argomentano Del Savio e Mameli, non è un caso se trent'anni di integrazione europea si sono svolti all'insegna della crescita della disuguaglianza: ciò indica che le oligarchie sono riuscite a catturare i politici di sinistra (ricordate Napolitano, Barca, Spaventa, come erano contrari all'integrazione monetaria negli anni '70?), e a piegarle ai propri fini.

La sinistra è stata pagata? Ma no, dai, che cosa volgare! È stata fatta entrare nella stanza dei bottoni e le sono state garantite delle comode
revolving doors, a lei e ai suoi ram-
polli.

Quindi anche la sinistra ha i suoi scheletri nell'armadio, e lo sappiamo. Alla crescita della disuguaglianza hanno assistito inerti, se non contribuito, partiti "de sinistra" e sindacati. Ma ora che il sistema sta esplodendo (perché più disuguaglianza implica, come spiego ne
L'Italia può farcela, maggiore fragilità finanziaria e maggiore iniquità fiscale), c'è ovviamente chi pensa di cavarsela dicendo: "Be', ma io ero dalla parte giusta!".

In realtà, purtroppo, ci sono state solo parti sbagliate: ma non insisterò su questo punto, perché mi dà uno svantaggio sleale. Io infatti sono un totale
outsider nel dibattito, non essendomi mai interessato di politica, e mi è facile parlare col senno di poi, come mi è facile rivendicare la mia assoluta estraneità ai fatti. Però (goofypolitics) anche questo "vantaggio" implica uno svantaggio. Mi si potrebbe chiedere: "E tu dov'eri? E tu che hai fatto?" Non molto, a parte dire nel 1997 che l'euro non ci avrebbe portato vantaggi. Voglio però dire che in una democrazia rappresentativa i cittadini non devono sapere tutto. Sarebbero i loro rappresentanti a dover capire e gestire i problemi, secondo l'indirizzo politico che pretendono di esprimere. Il problema è tutto lì: in un mondo normale si dovrebbe poter fare una vita normale, e non studiare fisica nucleare per sapere se le centrali di terza generazione sono sicure, o leggere l'American Economic Review per capire se unire Finlandia e Cipro sotto la stessa moneta è una cosa intelligente (be', nel secondo caso basta meno a capire, però...). Anche su questo Del Savio e Mameli fanno interessanti considerazioni.

Ora, però, vorrei venire al punto.

Se la svalutazione deprime la quota salari, la rivalutazione dovrebbe esaltarla, no? Deposuit potentes et exaltavit humiles. Perfino Dio, nella sua assoluta e totale libertà, non riesce a tirare la coperta da una parte senza lasciare scoperto chi sta dall'altra!

Suona logico,
ma c'è un problema.

Ve lo faccio vedere con riferimento all'episodio che tanto preoccupa alcuni polemisti: la caduta della quota salari in Italia dopo la svalutazione del 1992. Ora, voi capirete che la svalutazione di qualcuno coincide con la rivalutazione di qualcun altro. Questo non è chiaro a tutti, va detto.
Zingales e Giannino, ad esempio, sono convinti che se ci vogliono più lire per acquistare un marco (dato che la lira si è svalutata), d'altra parte con un marco compri le stesse lire di prima (perché il marco non si è rivalutato, o almeno loro non ne parlano).

Che ci vuoi fare, son ragazzi, e comunque
ci sono terapie per questi problemi.

Ora, nel 1992 sappiamo benissimo che Italia, Regno Unito, Svezia e spicci svalutarono, mentre Germania, Olanda e altri rivalutarono. Vogliamo vedere i cambi contro ECU fra 1992 e 1994? Eccoli qua:


Nel 1994 un Ecu costava il 5% in meno in scellini, quindi lo scellino si era rivalutato, ma costava il 21% in più in lire, quindi la lira si era svalutata. Andando in fondo, un Ecu custava il 4% in meno in sterline irlandesi, quindi l'Irlanda aveva rivalutato... No! Dio santo, no!
Come vi ho detto mille e una volta, le valute di Inghilterra e Irlanda hanno sempre quotato certo per incerto: vedete cosa c'è scritto? "ECU per sterlina", il che significa che in quel caso il -5% significa che con una sterlina compravi il 5% di Ecu in meno, cioè la due sterline si erano svalutate.

Ci siamo?

Ottimo, allora andiamo a vedere quanto è cresciuta la quota salari nei paesi che hanno rivalutato, così ci togliamo questo pensiero
e dopo parliamo di cose serie.


(notate che ho adattato il cambio di Inghilterra e Irlanda esprimendolo incerto per certo, quindi una svalutazione la vedete con segno positivo nell'ultima colonna, ovvero come aumento del prezzo dell'Ecu in valuta nazionale)

 
Ma...

Noooooooooooooooooooo....

Cosa vedono le mie fosche pupille!

La quota salari è diminuita ovunque, sia nei paesi che hanno svalutato che in quelli che hanno rivalutato! Non c'è un singolo paese nel quale sia aumentata! E allora la rivalutazione che arricchisce il povero proletario? (secondo Boldrin, al quale il proletario sta tanto a cuore, sapete...)

Se volete, vi faccio anche il disegnino, vi va? Eccolo:


Dice: "Ma non ci si capisce niente!" Dico: "Perché non c'è niente da capire!" Gli statistici vedono subito che questa relazione
non è statisticamente significativa. Il 92% della variazione della quota salari è spiegato da fattori diversi dalla svalutazione, il che, per i non tecnici, significa che quello che conta non è se svaluti o rivaluti, ma come gestisci il riallineamento. Anche nella forte Germania, che aveva rivalutato del 5% rispetto all'Ecu (cioè alla media delle valute europee) la quota salari era caduta di 1.5 punti, per dire, e sapete perché?

Perché come ci ricorda Claudio Borghi la forte e brava Germania, una volta scomparso il vantaggio che le veniva conferito dal drogare il cambio, si era trovata nella triste situazione di dover
licenziare 22000 operai alla Mercedes, tanto per dire! Voi mica sarete così imbecilli da pensare che la Germania competa sulla qualità?

Nessuno compete sulla qualità: si compete sempre e solo sul rapporto qualità/prezzo.

Se distorci il prezzo manipolando il cambio a tuo favore, creando un sistema nel quale se sei in surplus con l'estero, se tutti vogliono i tuoi prodotti e la tua valuta, quest'ultima non si apprezza, è ovvio che le cose per un po' ti vanno bene, fino a quando non ti vanno male.

Allora, qui si torna al punto nodale della mia divulgazione, che come sapete si nutre di vent'anni di esperienza di ricerca sulle economie in via di sviluppo.

L'imposizione di un cambio rigido, nelle esperienze dei paesi in via di sviluppo, ma anche dei paesi in transizione (il caso di scuola è
l'Anschluss della Germania Est raccontato da Giacché), è sempre il primo passo dell'aggressione imperialistica di un capitalismo forte (Stati Uniti, Germania...) ai capitalismi satellite e ai loro simpatici proletari. Questo ormai lo dice anche il Fondo Monetario Internazionale, laddove ammette che qualsiasi crisi finanziaria dei paesi emergenti è stata preceduta da una qualche forma di "agganciamento" a una valuta forte (pag. 3 secondo capoverso)! Chiaro? Le crisi dei paesi emergenti sono state, storicamente, il pretesto per imporre politiche di "aggiustamento strutturale", cioè per imporre l'agenda del Washington Consensus (per gli amici WC). E sono proprio loro che ce lo dicono: "Guardate che la precondizione per andare in giro per il mondo a massacrare le classi medie e i lavoratori è sempre stato il cambio fisso", loro, che ora stanno facendo questo lavoro qui da noi con la troika!

Non so se vi rendete conto: er Nutella sorpassato a sinistra da Olivier Blanchard...

E perché lo stanno facendo da noi e non nel resto del mondo? Ma perché il resto del mondo segue una tendenza storica e evolve verso una gestione più flessibile del cambio (e anche questo ce lo dicono loro).

E allora, cazzo, diciamolo in modo chiaro, anziché parlare di animali mitologici!

Non è la "svalutazione" il problema, ma il come viene gestita, e purtroppo una svalutazione o una rivalutazione vengono necessariamente gestite male se

(a) il sistema è congegnato in modo da lasciar accumulare tensioni che possono essere sfruttate per distorcere la dialettica politica (FATE PRESTO!) e

(b) la gestione del sistema è affidata a banche centrali indipendenti da un controllo democratico e soggette a cattura da parte delle oligarchie.

Per questo il cambio fisso è uno strumento di lotta di classe, ovviamente a favore del capitale.

Lo dicevo quattro anni or sono, un po' a intuito, e quattro anni di ricerca me lo hanno confermato (ringrazio a questo proposito il collettivo trotzkista del FMI). Il cambio fisso, non la svalutazione, deprime la quota salari, e la gestione delle crisi che il cambio fisso provoca influenza in modo avverso la distribuzione del reddito sia nei paesi "virtuosi" che in quelli "viziosi".

Deve necessariamente essere così? Certo che no. Però bisogna avere consapevolezza del problema. Sono altresì quattro anni che parlo di indicizzazione del salari, tanto per dire, e che vi spiego
come essa non necessaramente abbia un impatto inflazionistico.

Certo, in questi quattro anni avrei potuto parlarvi del
Leptailurus serval.

Sarebbe stato più facile.




(...visto che siete tanto curiosi dei beksteigge, vi segnalo che abbiamo avuto interessanti occasioni di avviare una dialettica costruttiva con Emiliano su questi problemi, cosa della quale sono particolarmente lieto. Ovviamente, il presupposto di questa dialettica è che certi animali, se evocati, vengano chiamati con nome e cognome. Ma credo che siamo ormai d'accordo sul fatto che il nostro campo di indagine è l'economia e non la zoologia, che il problema non sono i riallineamenti del cambio ma come vengono gestiti, che l'euro è comunque morto, che prima ci sbrighiamo meglio è, e che Bagnai non è un leghista libbbberista bbrutto amico di Nomura e di Salvini. Quest'ultimo argomento va bene bene per i marxisti dell'Illinois, strappa senz'altro l'applauso in certi oscuri angiporti, ma quando c'è da fare un discorso serio - cioè con certi interlocutori - ovviamente ci si attiene ai fatti: per me parlano i miei libri. Chi li ha letti ha capito, chi non li ha letti fa miglior figura a stare zitto, e se non lo capisce da solo glielo spiego io, ma solo se ho tempo da perdere...)