http://goofynomics.blogspot.it/2015/01/cambio-nominale-e-cambio-reale-leggende.html

martedì 13 gennaio 2015

Cambio nominale e cambio reale: leggende metropolitane bipartisan

(la serie sulle leggende metropolitane bipartisan sta incontrando un certo favore. Ieri vi ho mostrato che non è vero che una flessione del cambio si traduca in una pari flessione dei salari reali. Spesso, anzi, i salari reali aumentano – e se ci pensate non è strano, visto che normalmente una flessione del cambio fa ripartire economia e produttività. Qui l’economista standard “de destra” o “de sinistra” vi dirà: “No, è impossibile, è illusorio. Una flessione del cambio nominale (prezzo della valuta nazionale) non può far ripartire l’economia, perché quello che conta per gli acquirenti esteri è il cambio reale (rapporto fra prezzi nazionali ed esteri), che quando il cambio nominale si svaluta rimane inalterato, perché è vero che la valuta nazionale diventa più conveniente per l’acquirente estero, ma è anche vero che i prezzi interni aumentano in pari misura, perché noi importiamo le materiepriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiime, che diventano più care. Quindi la svalutazione è una droga ecc. ecc.”. Mai sentita scemenza più colossale, smentita dalla letteratura scientifica perché smentita dai fatti. Ma prima di andare avanti, mi tocca spiegarvi ancora una volta, l’ultima, cos’è il cambio reale. Credo che un equivoco sulla sua definizione – o un congruo assegno da Bruxelles – sia il motivo per il quale tanti colleghi “de destra” e “de sinistra” aderiscono al pensiero unico, che in questo caso è quello del dr. Giannino. E allora permettetemi di spezzare una lancia sulla pelata di quest’ultimo: perché mai lui non dovrebbe chiamarsi “dottore”, se tanti che dicono esattamente le stesse scemenze si fanno chiamare “professori”? Lancio quindi l’hashtag #jesuisoscar, dedicato agli spregevoli servi nella vigna del pensiero unico, e da umile servo nella vigna dei dati mi accingo a produrvi il risultato di una rapida vendemmia...)

Se vi dicessero: “Guarda che l’avvitatore che ti serve puoi averlo sotto casa a 59 euro, oppure puoi comprarlo online in Corea del Sud, e ti costa 63000 won”, voi quale scegliereste?























































































...ecco, appunto, prima dovete vedere quanto costa un won, giusto?





















































Bravi.

Allora, santissimo Iddio, è mai possibile che ogni volta che parliamo di cambio reale mi sembra di rivolgermi a una vasca di carpe?
Dunque, il ragionamento che (spero) facciate è più o meno questo: per comprare un euro ci vogliono 1273 won, quindi per comprare un won ci vogliono 1/1273 = 0.00078 euro, il che significa che per comprare 63000 won (cioè il cacciavite) ci vogliono 63000x0.00078= 49.69 euro, il che significa che il cacciavite coreano mi costa di meno di quello italiano, che di euro ne costa 59, il che significa che lo compro (se poi sono piddino, lo compro anche se costa di più, primo perché non so le tabelline, e secondo perché tutto quanto è italiano è per definizione peggiore di tutto quanto è estero).
D’altra parte avreste anche potuto dire: “Se per comprare un euro ci vogliono 1273 won, questo significa che se io fossi coreano e dovessi comprare il cacciavite italiano spenderei 1273x59=75107 won. Ehi, ma allora mi converrebbe quello coreano, che ne costa solo 63000! E, fra l’altro, mi conviene anche se (purtroppo) sono italiano!”.
Respirone profondo, stampare, leggere rileggere, e poi andare avanti.
Poi, capito: poi!
Perché io posso (perché devo) accettare che degli ordinari di economia siano degli imbecilli. Ma da voi non devo accettarlo, e quindi posso smettere quando voglio. Cristo santo: ognuno di voi, ogni singola persona che legge questo blog, quando maneggia i suoi spicci è più rapida e più accorta di me: come diavolo è possibile che appena si parla di valuta sbarelliate? C’è evidentemente qualcosa di antropologicamente profondo, che trascende ogni vostro controllo e ogni mio sforzo didattico.
Bene.
Io però insisto: è una battaglia fra la mia forza di volontà e la vostra, e avete già perso.
Senza rendervene conto, sopra, avete parlato di tasso di cambio reale. Dice: “Ma veramente abbiamo confrontato due prezzi!” Cazzo sì! Il tasso di cambio reale è il confronto (rapporto) fra due prezzi. Punto. L’unica “difficoltà” (che senza accorgervene avete superato) è che siccome non si possono sommare mele con pere, non si possono confrontare won con euro. Lo capite, no, che il cacciavite coreano costa di meno, anche se in coda al suo prezzo (in won) ci sono tre zeri, giusto? Questa domanda vi offenderà, me ne rendo conto, o almeno lo spero...
Occorre quindi che i due prezzi siano espressi nella stessa unità di misura, nella stessa valuta. Insomma: se volete un avvitatore, bisogna che confrontiate i prezzi di quello europeo e di quello coreano entrambi in euro, o entrambi in won. Chiaro che se siete europei, vi tornerà più comodo ridurre tutto a euro. Ma è altresì chiaro che alla fine quello che conta è il rapporto, quindi se usate euro, won o rupie il problema è solo e soltanto quello di capire se il rapporto fra il prezzo del prodotto italiano e quello del prodotto estero è maggiore o minore di uno. Se è maggiore, il prodotto italiano costa di più e non conviene. Se è minore, il prodotto italiano costa di meno, e conviene. Se siete piddini, tornate all’inizio e rileggete.
Ce la facciamo a formalizzare questo discorzetto? Dunque: da quando usiamo l’euro quotiamo il cambio certo per incerto, cioè come quantità di valuta estera che acquistiamo con una unità di valuta nazionale. Insomma: il cambio certo per incerto fra KRW e EUR è 1273, quello incerto per certo è 0.00078. Allora, il confronto che avete fatto  è di questo tipo:
Nota: sopra avete il prezzo “domestico” (come dicono quelli che dicono “decade”), ovvero interno, ovvero italiano (si può dire o è una parolaccia?) espresso in  valuta estera, e sotto avete il prezzo estero espresso in valuta estera. Il rapporto essendo maggiore di uno, questo significa che il prodotto italiano costa di più, e quindi è meno conveniente.
Ci siete?
E se invece vogliamo confrontare i prezzi in euro? Semplice:
Quindi non conta quale unità di misura scegliate: il rapporto è uguale, e se è maggiore di uno vuol dire che il prezzo che sta sopra (sarebbe il numeratore) è più grande di quello che sta sotto. Siccome sopra c’è il prezzo italiano, cosa fare lo capite. Lo capite che due iarde sono il doppio di una iarda e due parsec sono il doppio di un parsec, anche se in un parsec ci sono 3.37E+16 iarde?
(se qualcuno mi rivede i conti mi fa un favore, e se non mi rompe le palle me ne fa due, che è il doppio di uno, ad esempio...)
Naturalmente, ogni prodotto coreano ha un prezzo in won, ogni prodotto italiano ha un prezzo in euro, ogni operatore economico fa i suoi conti ecc. A livello macroeconomico, cioè in termini aggregati, la valutazione la faremo non sul prezzo del singolo prodotto, ma su un indice medio di prezzi. Quindi avremo una cosa del tipo:

Cioè: il tasso di cambio reale è uguale al rapporto fra i prezzi interni (espressi in valuta estera moltiplicandoli per il cambio certo per incerto) e i prezzi esteri (espressi in valuta estera perché sono espressi in valuta estera).
Ora, attenzione: quando diminuisce questo rapporto? Quanto scende e (svalutazione “esterna”, cioè del cambio nominale, del prezzo della valuta), quando scende p (svalutazione “interna”, cioè dei prezzi interni, e quindi verosimilmente dei salari interni), o quando aumenta pW (rivalutazione “interna” del paese concorrente).
E quindi quando aumenta? Vedetevelo voi per esercizio.
Altro problema: mentre sopra abbiamo considerato prezzi monetari (63000 won, 59 euro, per dire), e abbiamo visto che quello che conta è il loro rapporto espresso nella medesima valuta (che era 1.19), quando passiamo a livello macro abbiamo a che fare con indici, e in quel caso il valore del rapporto non ci dice più nulla, perché dipende dalla base dei prezzi. Quello che conta, in questo caso, è la dinamica. In altre parole, non possiamo dire se il cambio reale è “alto” osservando solo lui, ma possiamo però dire che sta salendo o scendendo se ne osserviamo il percorso storico. Insomma, a livello macro un valore di 1.19 potrebbe benissimo essere sottovalutato (e indicare una convenienza ad acquistare in Italia). Ma certo che se passa da 1.19 a 1 siamo sicuri che l’Italia ha svalutato in termini reali (per uno dei tanti motivi esposti qua sopra).
Se stiamo considerando i rapporti con l’estero di un paese, dobbiamo anche tenere conto del fatto che ogni singolo paese commercia con tanti altri paesi, ognuno dei quali ha una sua valuta e un suo livello dei prezzi, e ognuno dei quali ha una sua rilevanza (grande o piccola). Quindi il tasso di cambio reale di cui sopra non va più bene, perché è bilaterale (Italia-Corea, ad esempio), e si usa un tasso di cambio effettivo reale (dove effettivo indica una qualche forma di media ponderata).
Ora attenti, perché qui arriva il bello.
Avete presente i cretini che sostengono che se svalutiamo del 20% il cambio nominale le materie prime aumentano del 20% e quindi i prezzi interni aumentano del 20%? Lo avete sentito dire, vero? O è successo solo a me? E che quindi la svalutazione è inutile perché l’inflazione se la mangia?
Con un minimo di formule è facile capire cosa vogliono dire. Immaginiamo di avere il cambio nominale a 1 e di essere nell’anno base dei prezzi, che sono quindi uguali a 100 qui e all’estero. Il cambio reale è 1:
Ora, girano per l’Italia tante persone prive di rispetto per le tante vittime della crisi, le quali che cosa vi dicono? Vi dicono che se il cambio nominale si svaluta del 10%, cioè scende a 0.9, allora i prezzi interni salgono di altrettanto, cioè vanno a 110, e quindi il rapporto (cioè il cambio reale) resta più o meno identico:
e quindi la svalutazione nominale non ha effetti sulla convenienza ad acquistare in Italia, perché l’aumento dei prezzi interni compensa la diminuzione del prezzo della nostra valuta.
Per curiosità, volete vedere con me quante volte questa cosa è successa, cioè quante volte è accaduto che una svalutazione nominale (una diminuzione di e) abbia lasciato inalterato, almeno dopo un lasso ragionevole di tempo, il cambio reale?
Vi servo subito, prendendo ad esempio i casi analizzati nel post precedente. Lì avevamo visto la svalutazione (effettiva) nominale insieme al salario reale, e qui vediamo la svalutazione (effettiva) nominale insieme alla svalutazione (effettiva) reale. Se quello che dicono i #jesuisoscar è vero, allora la svalutazione nominale non dovrebbe avere effetti, o per lo meno non effetti persistenti sul cambio reale, il che significa che noi dovremmo vedere un cambio nominale che scende, e un cambio reale che o non scende (restando al valore base, cioè a 100), o scende e torna rapidamente alla base (cioè a 100).
E infatti:









Dunque: nell'ultimo grafico il tasso reale ritorna a 100, ma perché ci torna praticamente anche quello nominale: la svalutazione (nominale e reale) è seguita da una rivalutazione (nominale e reale). Altrimenti, con la sola eccezione notevole del Messico (tanto per cambiare), dove la svalutazione nominale persiste, ma il cambio reale comincia praticamente da subito a rivalutarsi (anche se dopo quattro anni è sempre sotto del 20%), in tutti gli altri casi la svalutazione nominale si associa a una persistente svalutazione reale, cioè la manovra del cambio altera in modo persistente il rapporto di convenienza dei beni fra paesi, e nei quattro anni che rappresento questo effetto evidentemente non è annullato né da svalutazzzzzionicompetitivebbrutteguerravalutariamammaliturchi altrui, né da inflazzzzioneaquarantasettecifre interna, né da un cazzo di niente. Altro che effetti temporanei! Dopo quattro anni sono ancora lì, gli effetti, in alcuni casi, certo, erosi parzialmente dalle mille cose che possono succedere in quattro anni, ma in altri (Corea del Sud, Finlandia), si assiste addirittura all'apparente paradosso per cui una rivalutazione nominale (la linea blu che rimbalza verso l'alto) non è seguita da una pari rivalutazione reale: il cambio reale rimane lievemente più svalutato.

Paradosso? Direi di no, ci sono modelli che lo spiegano. Evidentemente Corea e Finlandia hanno, grazie al rilancio dell'economia determinato dal riallineamento nominale (la Corea è un paese manifatturiero come noi), creato condizioni per contenere i costi di produzione (maggiore produttività). Si chiama modello di Kaldor, Dixon, Thirlwall e penso di avervene parlato.
Sintesi? La sintesi è che quello che pensa Giannino, e tutti quelli che ragionano (?) come lui, non succede mai, assolutamente mai, un cazzo di mai, cioè mai, ovvero:
MAI
come

MALEDETTI
ASSASSINI
INFAMI
che poi è una calzante definizione di chi sostiene il contrario, e di chi gli dà spazio sui media e diritto di tribuna: queste persone non sono solo delle persone che non avrebbero titolo per esprimere la loro disinformata opinione (senza contare che in materia di scienza il diritto di opinione non esiste: non si può dire "io credo che il tumore si curi con la diossina", o meglio: lo si può benissimo dire, ma non in una trasmissione del servizio pubblico, camuffata da trasmissione di informazione medica, senza contraddittorio alcuno e senza alcun fact checking: questo è quello che accade ogni giorno sotto i nostri occhi e noi lo tolleriamo!). Oltre ad essere persone che non avrebbero alcun titolo ad esprimersi (nonostante gli eventuali titoli accademici), queste persone sono anche e soprattutto degli infami assassini e dei nemici della nostra democrazia (duole dirlo), perché questa loro assurda menzogna, che è smentita dalla letteratura scientifica perché è smentita dai dati e dal buon senso, è il sostrato ideologico e l'argomento ritenuto più convincente da chi ci vuol far restare in questa assurda trappola, l'argomento secondo il quale "tanto aggiustare il cambio è inutile, la svalutazzzzzione è come una droga"...

E se questo è l'argomento più convincente, figuratevi gli altri!




(chi mi sa dire in termini tecnici perché la svalutazione reale persiste dopo una svalutazione nominale riceve ovviamente il Goebbels d'oro. C'è una parolina inglese, vediamo chi se la ricorda...)


(ogni volta che un imprenditore o un operaio si suicidano, il loro sangue ricade sui #jesuisoscar. Chi semina menzogna raccoglie violenza. Perché in questo paese si continua a conculcare la democrazia e il dibattito?)