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mercoledì 22 aprile 2015

Famiglie e unioni monetarie

(...pubblico al volo, seduto fra Henkel e Lucke - Bagnai tedescooooooooo...)

Caro Professore,

la vita è dura. Qualche domenica fa sono andato al paese, a pranzo da mia madre, con le mie figlie. Da qualche mese non ci andavo, dirottato e distratto dalle mille cose. Mia madre (vedova di un ex partigiano come mio padre, sanguignamente iscritto al PCI sino all'ultimo dei suoi giorni: per pochi mesi non vide la svolta di Occhetto, il furbacchione!) aveva invitato pure mio fratello e una delle mie due sorelle, con la allegata famiglia (lavora in banca, poverina). Si parla di un po’ di tutto, come normalmente facciamo, tra una lasagna e un’insalata (sorvolo sul consueto arrosto bruciacchiato che nostra madre imperterrita continua a sfornare da più di 40 anni). Poi si parla della crisi e della politica. Io dico la mia (la nostra, mi permetta, Professore) sull’Euro e sul PD. 

Apriti cielo. 

A fronte dei dati scientifici che io ponevo come solidi mattoni nella discussione (che ho potuto estrarre e armonizzare dalla complessa realtà grazie a Lei, ai Suoi libri e al Suo lavoro di inestimabile valore)  ho ricevuto in ritorno dai miei (no, dalla mamma no, povera stella, ma dagli altri…) raffiche di qualunquismo terroristico sulla morte certa che attende noi e il nostro Paese una volta usciti dalla prospera unione monetaria di cui il PD è stato ed è tra i maggiori artefici e propagandisti.

Occhiate di sguincio, come a dire “Ma questo è nostro fratello? Quello che ha il mutuo e due figlie piccole? Gli hanno fatto il lavaggio del cervello? Scie chimiche?”.  Poi sguardi comprensivi, come si fa coi pazzi (sa, Professore, del tipo “Certo, hai ragione, è una vergogna, ma ora prendi le tue pastiglie.” ). Poi freddo dileggio (“Allora adesso sei leghista? Tu, che hai due figlie adottate in Africa? Oppure sei grillino? Hai firmato per il referendum?”). 

E passi che mi dicano leghista (e creda, professore, due figlie in Africa le ho adottate davvero, e non a distanza, ce le ho proprio sul groppone – gioiosamente, s’intende). Ma grillino mai . Dire grillino a me non è un insulto, ma la negazione stessa del fatto che io sia un essere umano. E’ come dire che il mio livello intellettuale, vitale e spirituale è venti chilometri  al di sotto di quello di un’ameba rincoglionita. 

Così ho proseguito. Aggrappandomi al tavolo coperto dalla tovaglia fiorita della domenica per evitare di alzare le mani (s’era sempre in presenza dell’ottantenne matriarca, che ci guardava inizialmente attenta, poi decisamente preoccupata), ho snocciolato tutto il repertorio. Ho esposto i fatti, i dati. La verità sulla svalutazione del lavoro (nostro padre, ne sono certo, si è già rivoltato nella tomba dodicimila volte). La verità sulla cicuta che ci viene data a bere spacciandola per ambrosia, cioè la retorica pro-euro e la propaganda sulle carriole di cartamoneta, il bank-run e la Grecia sprecona. La verità su come il PD sia diventato, nell’ansia di accreditarsi presso non si sa bene chi o che cosa, il servo sciocco delle élite auto-referenziali politiche ed economiche del Nord Europa. La verità sul fatto che siamo immersi nella menzogna e che neppure ce ne accorgiamo. La verità sul fatto che l’Europa non può essere questa roba qui.

Ma niente. Cecità. L’Euro è santo e io sono un pazzo. E i mutui? E il debito pubblico? E il costo dell’energia? E l’export? E l’Erasmus? (mio nipote diciannovenne, questo, porello...). E poi noi siamo latini, facciamo schifo. Corruzione, casta, magna-magna. Dovremmo dichiarare guerra al Benelux e poi arrenderci subito, così ci invadono e diventiamo bravi come loro (mio cognato meccanico, questo). 

Un incubo. Guardavo il muro di fronte a me, dove una volta ci sarebbe stata la foto di Berlinguer e ora c’è , triste, una fotografia del Golden Gate. Mi veniva in mente un verso di Guccini , “Stoviglie color nostalgia”.

Sembrava il pranzo di Babette, ma esattamente al contrario, come dietro lo specchio (in questo parallelo, l’arrosto bruciacchiato di mamma ha giocato un ruolo importante).

E’ difficile. E’ come essere gnostici in un mondo di cattolici (ehm, in effetti…). Hai voglia a dire che Jaweh non è il vero Dio, che l’inferno è questo mondo, che noi siamo puro spirito e che questo corpo e questo mondo sono un inganno, che Giuda ha fatto un favore a Gesù rimandandolo presso Dio (anzi, ogni  gnostico serio sa che è stato lo stesso Gesù a dire a Giuda “Denunziami, ché mi son rotto di stare qui e voglio tornare alla casa del Padre”). 

Se uno è cattolico, rigetta in blocco il tutto e ti dà dell’eretico. Punto. Non puoi demolire il suo mondo con le parole. Se gli apri gli occhi, lo distruggi. Demolisci la sua identità. Capirà che sino ad allora ha vissuto nell’inganno e ne morirà.

Ecco, è così. Se gli togli l’Euro, gli togli ciò che sono, o che pensano di essere.

Non ci siamo lasciati bene, con mio fratello. Ci siamo guardati in cagnesco sulla porta di casa, mentre con fredda cortesia salutava me e le bimbe. Mia sorella era silente e un po’ distaccata, credo abbia pensato “L’abbiamo perso”.

Ecco, un altro dei danni dell’Euro. Un piccolo solco tra me e miei fratelli. Ok, ci vogliamo bene e passerà, non ci siamo giurati odio eterno, non ci siamo accoltellati, non abbiamo litigato per l’eredità di nostra madre (chi terrà la credenza? Chi il vecchio merletto ? Ah, saperlo), né mai ci tireremo addosso alcunché. Ma abbiamo fatto un piccolo passo, indietro tutti e due (tre). Ci divide ora lo spazio , minuscolo e immenso, di una maledetta moneta.

Tornando a casa, in macchina, la grande (che io chiamo Mai Sazia) si è addormentata subito (e ci credo, al mattino alle 6 ha già gli occhi a palla e vuole giocare a qualunque cosa.). La piccola (che io chiamo Trattativa Continua), che viene dal Congo ed è una capatosta, ha preso la sua bambola e ha cominciato  a pettinarla, silenziosamente. 

Segue dialogo.

LEI: "Papà, posso vedere i cartoni a casa?"

IO: "No, tesoro, sarà già passata l'ora dei cartoni"

LEI: "Cinque minuti?"

IO: "No"

LEI: "Quattro?"

IO: "No"

LEI: "Tre?"

IO (esausto, sospirando): "Ma sì, tre minuti sì..."

LEI:"Papà, ti sei arrabbiato prima?”

IO:“No cara. Sai , i grandi discutono, a volte” (non riuscivo ad essere granché originale, al momento).

LEI: “Non ti devi arrabbiare, papà, per tutte quelle cose che dicete (sic) sulle monete (sic)”

IO: “Dici?” 

LEI: “Sì sì! Se una cosa è cattiva non può durare”

IO:  “Ah.”

Poi silenzio fino a casa, dopo un po’ si è addormentata anche lei. 

La notizia è che mia figlia, nell'ultimo film di Walter Veltroni, Professore, non c’è.

Grazie

Cordiali saluti

 

P.S.: se vuole e lo ritiene utile, può pubblicare. Ho provato ad inserire il testo come commento al suo blog, ma ci sono vincoli di spazio....