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martedì 27 gennaio 2015

Germania e Grecia nel giorno della memoria

οὐ γὰρ ἐγὼ Τρώων ἕνεκ' ἤλυθον αἰχμητάων
δεῦρο μαχησόμενος, ἐπεὶ οὔ τί μοι αἴτιοί εἰσιν·
οὐ γὰρ πώποτ' ἐμὰς βοῦς ἤλασαν οὐδὲ μὲν ἵππους,
οὐδέ ποτ' ἐν Φθίῃ ἐριβώλακι βωτιανείρῃ
       155
καρπὸν ἐδηλήσαντ', ἐπεὶ ἦ μάλα πολλὰ μεταξὺ
οὔρεά τε σκιόεντα θάλασσά τε ἠχήεσσα·
ἀλλὰ σοὶ ὦ μέγ' ἀναιδὲς ἅμ' ἑσπόμεθ' ὄφρα σὺ χαίρῃς,
τιμὴν ἀρνύμενοι Μενελάῳ σοί τε κυνῶπα
πρὸς Τρώων
Iliade, I, 152-160

Ἦ ῥα, καὶ Ἕκτορα δῖον ἀεικέα μήδετο ἔργα.
ἀμφοτέρων μετόπισθε ποδῶν τέτρηνε τένοντε
ἐς σφυρὸν ἐκ πτέρνης, βοέους δ' ἐξῆπτεν ἱμάντας,
ἐκ δίφροιο δ' ἔδησε, κάρη δ' ἕλκεσθαι ἔασεν·
ἐς δίφρον δ' ἀναβὰς ἀνά τε κλυτὰ τεύχε' ἀείρας
μάστιξέν ῥ' ἐλάαν, τὼ δ' οὐκ ἀέκοντε πετέσθην.
       400
τοῦ δ' ἦν ἑλκομένοιο κονίσαλος, ἀμφὶ δὲ χαῖται
κυάνεαι πίτναντο, κάρη δ' ἅπαν ἐν κονίῃσι
κεῖτο πάρος χαρίεν· τότε δὲ Ζεὺς δυσμενέεσσι
δῶκεν ἀεικίσσασθαι ἑῇ ἐν πατρίδι γαίῃ.
Iliade, 22, 295-404

(Martinet o Nat saranno lieti di tradurre...)


Hallaron grandes poblaciones de gentes muy bien dispuestas, cuerdas, políticas y bien ordenadas. Hacían en ellos grandes matanzas (como suelen) para entrañar su miedo en los corazones de aquellas gentes. Afligíanlos y matábanlos con echarles cargas como a bestias. Cuando alguno cansaba o desmayaba, por no desensartar de la cadena donde los llevaban en colleras otros que estaban antes de aquél, cortábanle la cabeza por el pescuezo e caía el cuerpo a una parte y la cabeza a otra, como de otras partes arriba contamos.
Entrando en un pueblo donde los rescibieron con alegría e les dieron de comer hasta hartar e más de seiscientos indios para acémilas de sus cargas e servicio de sus caballos, salidos de los tiranos, vuelve un capitán deudo del tirano mayor a robar todo el pueblo estando seguros, e mató a lanzadas al señor rey de la tierra e hizo otras crueldades. En otro pueblo grande, porque les pareció que estaban un poco los vecinos dél más recatados por las infames y horribles obras que habían oído dellos, metieron a espada y lanza chicos y grandes, niños y viejos, súbditos y señores, que no perdonaron a nadie.


Bartolomé de Las Casas,  Brevísima relación de la destruición de las Indias, año 1552


Perchè li popoli in privato sieno ricchi, la ragione è questa, che vivono come poveri, non edificono, non vestono e non hanno masseri­tie in casa; e basta loro abundare di pane, di carne e avere una stufa dove refugire il fredo; e chi non ha dell’altre cose, fa sanza esse e non le cerca. Spendonsi in dosso 2 forini in 10 anni, e ogniuno vive secondo il grado suo ad questa proportione, e nessuno fa conto di quello li manca, ma di quello che ha di necessità, e le loro necessità sono assai minori che le nostre. Et per questi loro costumi ne resulta che non esce danari del paese loro, sendo contenti a quello che il loro paese produce. Et nel loro paese sempre entra ed è portato danari da chi vuole delle loro robe, lavorate manualmente: di che quasi condi­scono tutta la Italia. Et è tanto magiore il guadagno che fanno, quanto il forte che perviene loro nelle mani è delle facture e opere di mano, con poco capitale loro d’altre robe. Et così si godono questa loro roza vita e libertà: e per questa causa non vogliano ire alla guerra se non sono soprapagati; e questo anche non basterebbe loro, se non fussino comandati dalle loro communità. Et però bisogna a uno inperadore molti più danari che ad uno altro principe: perché, quanto meglio stanno li uomini, peggio volentieri escono alla guerra.

Nicolò Macchiavelli, Ritratto delle cose della Magna, 1512




Bene.

Rapido commento per chi non sa unire i puntini.

Questo è un blog europeo, il blog di un europeo che parla quattro lingue europee, che ha passato la mattinata a provare Marais e Cavalli, che lavora in un paio di paesi europei, insomma, di uno che quando parla di Europa ha una vaga (vaghissima) idea di ciò di cui sta parlando, un pochino più del pisciapenne o dell'intellettuale critico di regime mediano, quello che va a Helsinki a lamentarsi che la pasta è scotta, quello che se te lo trovi a pranzo in qualsiasi posto non sia la casa della sua riverita mamma ti fa perdere tre ore sottoponendo il cameriere a un terzo grado: "Cos'è? Com'è fatto?"...

Oggi, mi dicono, è la giornata della memoria.

Da quando ho aperto questo blog, per me ogni giorno è la giornata della memoria, perché ogni giorno convivo con una sensazione angosciosa, che molti di voi condividono con me, e me lo hanno esplicitamente detto (in pubblico o in privato): quella di cominciare a capire come si sia potuti arrivare all'inaudita esplosione di violenza che ci ricordiamo oggi, per meglio dimenticarla negli altri 364 o 365 giorni dell'anno.

Cerchiamo di spiegarci bene, perché l'argomento è delicato. Quello che ho cominciato a capire (e ovviamente non a giustificare, né a condividere) è attraverso quali meccanismi perversi la menzogna e l'ingiustizia partoriscano la violenza. Prima, quando mi guardavo indietro, e vedevo quei fatti storici così distanti, apparentemente, li vedevo come fatti di una umanità altra da me, diversa, superata, perché così mi era stato insegnato e perché così credevo che sarebbe stato. Non riuscivo cioè a capire come gli europei, persone "come noi", avessero potuto portare le armi gli uni contro gli altri, e arrivare addirittura a pianificare lo sterminio di un popolo (che ha toccato, se pure indirettamente, anche la mia famiglia, come credo quelle di praticamente tutti voi). Sì, la guerra c'era (il Vietnam, ad esempio), c'erano anche i genocidi (ho incontrato tanti ruandesi, ad esempio), ma era una cosa che comunque riguardava gli altri: pelle scura, occhi a mandorla,...

Vi prego, cercate voi di capirmi, mi ripeto: non sto dicendo solo che non condividevo (è ovvio) i massacri che hanno macchiato la nostra storia, che non li giustificavo (è ovvissimo!): sto dicendo che non li capivo proprio, come non capisco in base a quale logica le formiche costruiscano i loro formicai, o gli storni si aggreghino nei loro stormi, così elastici e imprevedibili. Queste violenze mi sembravano ancora possibili, forse, in persone che percepivo come culturalmente e in qualche modo anche storicamente molto distanti da me, perché in diverse fasi dello sviluppo economico e sociale, se pure cronologicamente contemporanee.

Ora invece capisco come sia potuto succedere, qui e a noi, e come potrebbe succedere nuovamente, e lo capisco perché lo vedo sotto i miei occhi: la cieca, pervicace volontà delle élite europee di proseguire sulla loro strada di esasperazione delle disuguaglianze e degli squilibri fra i nostri paesi, di ottusa e suicida difesa degli interessi particolari di pochi, e il supporto che a questa strategia autodistruttiva viene fornito da una stampa indegna, menzognera più per conformismo che per tornaconto, piaga purulenta sul corpo martoriato della nostra democrazia, mi fanno disperare che si possa trovare una soluzione democratica ai problemi nei quali siamo invischiati. La violenza, e una sospensione anche formale di quella democrazia che nei fatti è già fortemente coartata dal progetto europeo, mi si profilano all'orizzonte come uno sbocco difficilmente evitabile, che mi terrorizza, come credo terrorizzi chiunque abbia dei figli. I miei amici ucraini già mi capiscono. Voi ci metterete un po' di più, forse. I meccanismi in atto oggi sono esattamente quelli del 1929: è un tema che ho solo in parte sviluppato nell'ultimo libro, che necessiterebbe di una ricerca interdisciplinare, e che se ben esposto credo ci darebbe ulteriori motivi di preoccupazione. Sarebbe interessante andare oltre le dinamiche macroeconomiche, magari andarsi a leggere un po' di annate di giornali nell'ameno periodo fra il 1935 e il 1939. Molto interessante e certo molto istruttivo, e sono sicuro che qualcuno lo ha fatto, e che fra di voi qualcuno ne ha nozione.

Credo che le analogie ci atterrirebbero.

Ora, per tornare al triste tema del giorno, avete mai dato
un'occhiata alla lista dei genocidi?

Si divide in due: prima e dopo il 1490. Convenzione storica, s'intende.

O no?

Dopo quattro anni passati a sentirmi dire "io non sono un economista ma...", permettetemi un piccolo "io non sono uno storico ma...".

Nella definizione di genocidio data da Gregory Stanton apprendo che il primo degli otto stadi di un genocidio è la divisione in "noi" e "loro". Non è un'enorme intuizione, ma senz'altro aiuta a mettere le cose in prospettiva. Ora, molto schematicamente, nelle relazioni economiche fra gruppi di uomini (li vogliamo chiamare nazioni? Popoli? Fate voi, non sono un esperto...) c'è un momento piuttosto preciso nel quale sorge il "noi contro loro", ed è quando qualcuno decide che gli altri sono il suo mercato di sbocco, i suoi clienti.

Intendiamoci: non sto dicendo che il barista sotto casa, o il ferramenta del mio libro, siano dei potenziali genocidi in quanto venditori di caffè o di trapani, ovviamente non è questo il problema. Sto dicendo una cosa diversa: che un approccio mercantilista alla politica (economica) fatalmente conduce a (e forse è originato da) una distinzione fra la razza eletta dei venditori, e quella inferiore degli acquirenti. Provate a leggere così la storia dell'Eurozona. E provate a leggere così la storia del mercantilismo europeo. Quanti genocidi sono stati commessi, da quando abbiamo cominciato ad andare in giro per il mondo a cercare mercati di sbocco, e, naturalmente, materie prime?

Molti.

Non ne parliamo per tanti motivi, ma non è che la memoria ne sia totalmente spersa: sopra ne trovate un esempio (si riferisce alla Florida, ma Las Casas è un florilegio di esempi simili, come sanno gli europei). I conquistadores, che a quel tempo si sentivano gli eletti, oggi sono i porci, i PIGS: sono cambiati i suonatori, certamente, ma quanto è cambiata la musica?

Mi rendo conto che questa frase susciterà un turbine di espertonismo. Qual è la frase che contraddistingue l'espertone in economia? "Oggi c'è la Ciiiiiiiiiiiiiiiiiiina!" È proprio dell'espertone applicare alla propria riverita cornea due belle foglie, belle spesse, magari due pale di fico d'India, onde andare più serenamente a sbattere contro l'albero. Tendo più che mai a diffidare metodologicamente di chi si oppone ad apprendere le lezioni del passato sulla base del fatto che "oggi c'è la Cina". Cortés non era Hitler, mi sembra sufficientemente ovvio. Eppure ancora oggi la gente in giro per il mondo muore in conseguenza di tre o quattro secoli di mercantilismo europeo, che hanno lasciato i loro segni sul mappamondo: avete presente quegli stati i cui confini son tirati col righello? Ecco, sto parlando proprio di questo: se ci fate caso, in sette casi su dieci lì la gente si sta ammazzando ancora oggi, e di quelli che c'erano molti non si ammazzano più perché non possono farlo, li abbiamo "eradicati" noi...

Cosa voglio dire con questo?

Una cosa molto semplice. Oggi Stiglitz ci ha ricordato che il problema non è la Grecia, è la Germania. Ma guarda, non ce ne eravamo accorti! Un amico (sareste sorpresi) mi ha segnalato
questo suo intervento. Visto dall'ottica statunitense, mi rendo conto, sembrerà particolarmente pregnante. Ma non credo che a chi ha letto Machiavelli dica moltissimo: il problema è già esposto tutto lì. Il mercantilismo, quello che uno di voi definì "la politica del mangiare solo una patata per vendere le altre tre al mercato", è chiaramente descritto nella sua meccanica economica (l'accumulazione di capitale finanziario) e nella sua logica politica (la Wille zur Macht c'era già tutta, se non si chiudono gli occhi). Ho sintetizzato il concetto in questo tweet che si è rivelato quello che voleva essere: un efficace strumento di individuazione di forme di vita diversamente intelligenti. Storicamente il mercantilismo è fortemente correlato allo sterminio. Certo, non quello organizzato, banalmente malvagio, dei nazisti: forme più artigianali, diciamo così. Nessuno vuole fare paragoni azzardati, certo non io. Constato invece con grande amarezza che tutti continuano a classificare i morti secondo categorie calcistiche: serie A, serie B, serie C, e questa ovviamente è la strada maestra verso la ripetizione di esperienze sgradevoli...

Ma torniamo al punto.

Mi sembra di star dicendo una cosa non particolarmente astrusa (e, come al solito, non particolarmente originale): è incontestabile che chi imposta la propria politica economica secondo rapporti di forza, cioè non secondo reciprocità, imbocca una strada che fatalmente conduce alla violenza.

E questo tipo di approccio, lo sappiamo, non possiamo, non dobbiamo negarcelo, il popolo tedesco, che ci ha regalato tanto (per chi sa capirlo) lo ha interiorizzato e praticato da secoli (per chi sa capirlo). Non è l'unico a praticarlo al mondo, beninteso, ma che in Europa ne sia il più fervente seguace è cosa consegnata alla letteratura scientifica:
Cesaratto e Stirati, ad esempio, ci hanno documentato come in Germania cinque secoli dopo Machiavelli la politica dei redditi fosse e sia indirizzata allo stesso stessissimo identico medesimo scopo: comprimere i salari (vivere come poveri) per espandere le esportazioni (accumulare "danari da chi vuole delle loro robe").

Ora, cercate di capire il mio sconcerto e il mio imbarazzo nel dirvi queste cose.

Io sono quello che per primo ha visto chiaramente come la via di fuga delle élite periferiche (qui in Italia, del partito di Repubblica), sarebbe stata quella di ricondurre il conflitto europeo fra capitale e lavoro (del quale l'euro è stato un elemento) a un: "tutta colpa della Germania se l'euro non ha funzionato"! Ve lo ricordate, e lo state vedendo, anche in questi giorni.
I nuovi nazisti, gli europeisti, sono quelli che fomentano l'odio antitedesco pur di salvare la loro svastica, l'euro. E io vivo questo sleale tentativo di salvare le proprie terga fomentando l'odio antigermanico come un vulnus profondissimo alla mia identità europea, e ve l'ho detto mille e una volta (ma è opportuno ripeterlo oggi).

Attenzione, però.

Se dobbiamo combattere chi banalizza il "fallimento" di un progetto che ha motivazioni complesse e finalità in parte raggiunte (come l'euro), riducendolo a un mero "tutta colpa dei crucchi cattivi" (la linea di Repubblica, per capirci), d'altra parte dobbiamo riconoscere che la Germania è un serio problema per l'Europa. Ve la dico con una frase a effetto, poi ci ragioniamo. L'ideologia dei popoli che "vivono come poveri", per dirla con Machiavelli, cioè che hanno fatto e fanno del godersi la vita un atto biasimevole, riprovevole (perché è per mera logica macroeconomica ostativo al "vendere agli altri" le famose tre patate), è
in re ipsa una ideologia di morte, un'ideologia distruttiva, e prima ancora autodistruttiva.

Noi abbiamo compassione dei popoli tedeschi, presso i quali la disuguaglianza è aumentata, più che da noi, e presso i quali la povertà dilaga (e i nostri giornali ogni tanto se ne ricordano). Ma ne abbiamo anche paura, e direi che abbiamo fondati motivi per averne. Credo che sarebbe semplicistico e suicida non vedere il collegamento fra certi atteggiamenti stratificatisi nei secoli, e certi esiti letali.

Cosa voglio dire con questo? Ma sempre la solita cosa: che uscire dall'euro ovviamente non risolverà tutti i problemi. Uno dei problemi residui sarà, purtroppo, quello della Germania: una nazione così scomoda, che chiunque ne parli affrontando il problema in termini razionali è costretto ad ammettere che i suoi vicini hanno necessità di dotarsi di armi difensive nei suoi riguardi. Ricordate l'articolo di Meade (1957) che tanto spesso vi cito? Parla di "arma difensiva del tasso di cambio", necessaria per isolare i mercati del lavoro nazionali dalle politiche aggressive di quel popolo di persone che "vivono come poveri", che mangiano una sola patata, pur di costringerti ad acquistare le altre tre, preferibilmente prestandoti i soldi a strozzo. Del resto, per uno dei tanti paradossi della storia, lo stesso euro, nella vulgata un po' beota dei neonazisti
de cujus, era stato proposto come arma difensiva contro la Germania, non ricordate? Si dice che Mitterrand l'avesse propugnato per evitare che la grande Germania diventasse pericolosa, cercando di espandersi a Est (cosa nella quale il progetto nazionaleurista l'ha invece favorita, per non entrare in altre considerazioni).

Al di là della farloccaggine di questo argomento, resta il fatto che anche Mitterrand vedeva nella Germania un pericolo, e questo a causa delle di lei strategie mercantiliste (consolidate nei secoli).

Questo è il principale problema culturale che il progetto di "unione politica europea" si trova davanti, ed è un ostacolo insormontabile, ed è un problema da gestire e da non ignorare.
Portata alle estreme conseguenze (ma anche molto prima di arrivarci) la politica mercantilista è, oggettivamente e nei fatti, una politica di sterminio, per il semplice fatto che essa traduce in pratica il delirio asimmetrico di élite che individuano negli altri popoli un mezzo, anziché individuare nel proprio popolo un fine: tale è stata storicamente, tale si presenta oggi ai nostri occhi.

La divisione in "noi" e "loro" nasce da lì, e sono certo che più di un vero storico avrà usato questa chiave interpretativa (ma mi affido a voi, che siete molto più colti di me).

Come si gestisce questo problema, come si gestisce, quindi, qui in Europa, il problema tedesco? Questo l'ho detto ne "L'Italia può farcela": l'evoluzione verso un sistema monetario internazionale come quello proposto da Fantacci e Amato, tale cioè da scoraggiare automaticamente le politiche di surplus estero strutturale, è senz'altro il
first best; il second best è tornare alla flessibilità del cambio, come strumento che costringa i tedeschi a godersi i meritati frutti del proprio lavoro, a non "vivere come poveri", a riequilibrare il loro modello politico e culturale sullo sviluppo della domanda interna.

Come spiego in
L'Italia può farcela, c'è una insanabile incoerenza logica nell'affidare a una nazione mercantilista la gestione di un mercato comune: una nazione che vuole solo vendere, e mai comprare, non potrà mai gestire in modo equilibrato e razionale un'area di libero scambio. Di questa palese incoerenza logica stiamo morendo. Molti discorsi apparentemente "astratti" hanno ricadute drammaticamente concrete (con buona pace dei "qualcosisti").

Siamo noi che dobbiamo fraternamente insegnare ai nostri amici tedeschi le virtù dell'equilibrio dei conti esteri, ma per riuscirci, per essere veramente convincenti, prima dobbiamo capirlo noi, dobbiamo apprendere questa semplice lezione della storia: il mercantilismo porta allo sterminio.

Anche se oggi c'è la Cina.

E che c'entra l'Iliade?

Be', io l'Iliade la vedo così: inizia con Achille che dice ad Agamennone "questa guerra non è la mia guerra", e termina con Achille che dimostra ad Ettore il suo peculiare e liberatorio concetto di rispetto per il nemico.

Come sapete, questa guerra non è la mia guerra.

Auguri.



(P.s.: ringrazio Barbara, l'unica altra persona che riesco a leggere oltre a me, per aver riportato nel suo blog l'illuminante passo di Machiavelli che ho ritenuto di offrire alla vostra riflessione...)

 

Alberto Bagnai