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Migranti: alcune perplessità sull’integralismo dell’accoglienza
di Antonello Ciccozzi - 31/08/2015

Fonte: Il Fatto quotidiano

È il caso di spendere qualche parola sulle dichiarazioni fatte da Renzi davanti al pubblico di Cl. Il Premier promette che salverà tutti i migranti che si mettono in mare, e poi si preoccuperà di dare loro un futuro; questo per non cedere al provincialismo della paura, e per non rinunciare a secoli di civiltà.

Quest’ultima versione del formulario cerimoniale con cui, al solito, si demonizza qualsiasi modalità di dissenso verso l’ideologia immigrazionista dell’ “accogliamoli tutti”, mi suscita cinque perplessità:

Primo, prepotenza: si sa, il linguaggio politico ha le sue regole, ma degradare a miserevole “paura” la divergenza, i dubbi, la critica, e quindi ridurre la paura a gretto provincialismo, mi pare implichi una prepotenza argomentativa; un modo un po’ troppo dispotico per destituire di razionalità qualsiasi forma di opposizione al diktat dell’accoglienza assoluta, ammiccando alla ormai solita “reductio ad Salvinum”. E di questa binarizzazione dell’“o accogli tutti, senza se e senza ma, o sei come Salvini, quindi razzista”, non se ne può più.

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Secondo, ignoranza: dubbi simili mi vengono quando sento ridurre tout court la civiltà all’accoglienza incondizionata. La civiltà è accoglienza ma anche rifiuto, la civiltà s’è fatta tra “ponti” e “mura”, è storicamente stataequilibrio, spesso drammatico, tra gli aneliti della communitas e dell’immunitas, della piena apertura e della chiusura totale. Civiltà è accogliere, accogliere tutti sperando che vadano altrove è viltà mascherata da eroismo.

Terzo, ipocrisia: il messaggio sostanziale che ne esce “possiamo accogliere tutti e poi garantirgli un futuro” è un messaggio ipocrita perché non ci sono risorse per tutti quelli che popolano questo tsunami migratorio che è oggi solo all’inizio: premesso che, oltre e prima della condivisione di un insieme minimo di valori di base, non vi sarà mai integrazione reale senza lavoro, l’illusione di poter assicurare un futuro a tutti rimanda al mito della disponibilità illimitata di risorse, alla fantasticheria edenica di un mondo in cui basta “tagliare la testa al re” – ossia approdare a un potere buono e giusto – perché ce ne possa essere per tutti. Purtroppo non è così: finora siamo stati in grado di garantire ai migranti perlopiù delle forme di sfruttamento, ora sono finiti anche i posti da neo-schiavi; e, quando si romperà il profittevole incantesimo dell’economia dell’accoglienza, ci accorgeremo che, se arrivano mille persone al giorno senza che ogni giorno si creino mille posti di lavoro, si alimenta negli anni un problema grosso, e di difficile soluzione.

Quarto, incoscienza: questo “possiamo accogliere tutti e poi garantirgli un futuro” significa seguitare incoscientemente a ripetere un messaggio incosciente già troppe volte sentito. Incosciente perché questa promessa di salvezza e benessere attraverso le migrazioni è una narrazione che ha un potere enorme difomentare la crescita dei flussi migratori. Ciò è deleterio giacché avviene in uno scenario di non sostenibilità di questi approdi di massa, prima di tutto per la consistenza demografica e i tassi di natalità del Sud del mondo. Dare questo messaggio a un mondo di miliardi di persone che, entro una visione religioso-tribale della famiglia, seguitano a far fare sei figli a donna per mandarne uno qui perché possa spedire i soldi lì in modo da far arricchire il parentado e aumentare la filiazione, significa alimentare un processo catastrofico. Questo è ciò che diffusamente avviene all’ombra della spettacolarizzazione del dramma dei rifugiati, e sarebbe il caso d’iniziare a prenderne atto.

Quinto, imprudenza: seguitare a predicare la dottrina dell’ “accogliamoli tutti” senza farsi venire il minimo dubbio sulleintenzioni di chi arriva, quando dall’altra parte del Mediterraneo c’è chi fa sempre più plateali annunci islamisti di conquista e annientamento, mentre vari “talebani faidate” iniziano a gironzolare per l’Europa con kalashnikov al seguito, è alquanto imprudente. Certo, finora non è sbarcato nessuno munito di regolamentare tesserino da terrorista, ma questo, magari messo insieme alla paura del “provincialismo della paura”, basterà per fidarsi di tutti? Capisco che siamo andati per secoli ad ammazzare mezzo mondo, ma non mi pare il caso di cedere per questo a certe inconsapevoli tentazioni di reciprocità a favore dell’odio anti-occidentale di matrice islamista.

Perciò, in sintesi e massimamente, questa mi pare l’ennesima dimostrazione di una politica del “faccio arrivare tutti e mi pulisco la coscienza, sperando sotto sotto che vadano altrove; tanto per ora, almeno finché regge questo grottesco welfare emergenziale degli aiuti umanitari, l’industria della solidarietà va a gonfie vele, poi si vedrà”. Ciò mi risulta avvilente prima di tutto in quanto intrinsecamente paradossale: più si sostiene l’ideologia ‘fondamentalista’ dell’ “accogliamoli tutti”, più ne arriveranno, più ne arriveranno più si paleserà l’evidenza che, date le condizioni demografiche dei luoghi di partenza e quelle strutturali di quelli di approdo, non si possono accogliere tutti; non si sarebbero dovuti accogliere tutti. Sono le pretese soluzioni messe in campo per risolvere l’emergenza a riprodurre e amplificare la stessa emergenza che avrebbero dovuto risolvere.

Non si tratta di non voler comprendere il dramma umano dei migranti, ci mancherebbe: si tratta di concedere ai ragionamenti su questi fenomeni anche un piano de-enfatizzato, per capire che, soprattutto a lungo termine, le migrazioni a Nord non sono la soluzione per i problemi del Sud del mondo (per quelli causati da “noi” e per quelli causati da “loro”).

Non si tratta di non avere paura, tanto più che anche il chiudere gli occhi con l’incoscienza del “poi si vedrà” tradisce in fondo una paura. Si tratta di usare il cervello, per capire che con questo ritmo da qui a una decina d’anni questi flussi causeranno un disastro di proporzioni che oggi solo s’intravedono. Si tratta di uscire da una visione immediata alimentata dalla cultura dell’emergenza, per approdare a uno sguardo a lungo termine. Si tratta di trovare una mediazione tra la cultura dell’accoglienza e la cultura della sicurezza, per capire che dobbiamo accogliere, ma non possiamo accogliere tutti.

Qualche giorno fa, nella solita schizofrenia tra xenofobi e xenofili, in risposta ad inviti alla chiusura totale dei Comuni proposta dalla destra leghista, il Presidente del Consiglio prometteva incentivi ai comuni disposti ad accogliere. Questo ‘fare la carità a chi fa la carità’, questa doppia carità pelosa, con cui il nostro disastrato governo fomenta all’accoglienza i comuni più disastrati nellapromessa di qualche vantaggio economico, è veramente deprecabile. A chi accoglie andrebbe portata la possibilità di far lavorare gli accolti. Non si accoglie con la carità, ma con il lavoro.

Dato che, per quanto sia indispensabile limitare questo flusso, non ci potremo esimere nei prossimi anni dal dover accogliere molto,abbiamo bisogno urgente di riportare il lavoro qui, il lavoro che sempre di meno c’è per gli stessi italiani ed europei. Nel nuovo orizzonte sociale che queste migrazioni stanno inevitabilmente configurando, abbiamo la necessità e l’obbligo di rifare dell’Europa un luogo di produzione (avremo una classe operaia prevalentemente africana e mediorientale? Ci sarà un nuovo capitolo della lotta di classe? ben venga in questa forma, soprattutto se l’alternativa è il crollo della coesione sociale, sotto il peso di quest’improvvisa e imponente moltitudine arrivata dal Sud del mondo). Si tratta di trovare nuove regole per riaprire le fabbriche e anche per tornare ai campi… È utopistico pensare a una nuova agricoltura che coinvolga i migranti nelle aree rurali desertificate dallo spopolamento e dalle politiche agroalimentari dell’Ue?

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Nel sistema mondo dell’economia neoliberista è utopistico pensare di poter far tornare le linee di produzione nei nostri vecchi capannoni dismessi? Forse, e di certo non sarà facile; ma, viceversa, potremo mantenere per sempre questa crescente marea umana nel dispendioso limbo della carità variamente opportunistica dell’industria della solidarietà? No. Quando questa caricatura di civiltà terminerà ci ritroveremo con milioni di marginali che avranno un’alta probabilità di finire con il delinquere, più per necessità adattiva che per scelta: se postulare un nesso deterministico ‘straniero-criminale’ è una pericolosa bestialità razzista, non capire il rapporto probabilistico ‘estraneità-marginalità-devianza’ è una sciocchezza buonista altrettanto pericolosa. Per quanto la liturgia immigrazionista abbia voluto isolare il caso del picconatore Kabobo nel tranquillizzante ambito di una follia puramente interiore e del tutto singolare, fra poco ci accorgeremo che, se non riusciremo a trovare il modo di offrire a queste persone la possibilità di un lavoro dignitoso, non appena il rubinetto della carità si rivelerà insufficiente, arriverà una grandinata di follia sociale composta da risentimento e violenza. Il rischio esiziale che troppo spesso rimuoviamo è quello che sul territorio europeo si generino spore sempre più resistenti e pervasive di guerriglia interetnica tra immigrati e residenti, dove ci accorgeremo troppo tardi di averimportato qui gli orrori da cui alcuni di loro sono fuggiti. 

Allarmismo? Qui va inteso che il rassicurazionismo può essere più deleterio dell’allarmismo (per non parlare del fatto che, ricambiando, dovremmo esigere da chi accogliamo rispetto culturale e lealtà civica, e lo scrivo soprattutto pensando alla leggerezza con cui, sopratutto in ambito progressista, escludiamo qualsiasi nesso tra migrazioni e fondamentalismi).

È per questo che dobbiamo agire in fretta e con rigore, senza cedere alle lusinghe di politiche rozzamente xenofobe, ma comprendendo che anche la reazione – ad esse opposta e complementare – della banale xenofilia va superata. E andrebbe superata passando a sinistra, rinunciando alla scellerata tentazione di trasformare l’Europa, in un immenso campo profughi,banlieueizzandola, a solo vantaggio degli enti e degli apparati che, in nome di un solidarismo tanto vaneggiante ideologicamente quanto contaminato a tutti i livelli da interessi economici, gestiscono questa globalizzazione della miseria e della disperazione.

Poi, diciamolo chiaramente: in realtà finora non abbiamo accolto pressoché nessuno. Consentire l’accesso a dei corpi per relegarli alla servitù (com’è avvenuto negli scorsi decenni, finché anche quel mercato del lavoro precario extracomunitario si è saturato) o alla marginalità (e oggi l’industria della solidarietà in ambito migratorio non produce altro che marginalità silente) non è accoglienza, per il semplice fatto che non vi è un riconoscimento concreto dell’Altro.Siamo solo all’inizio, e per questo dobbiamo imparare adaccogliere entro i limiti della sostenibilità che ci possiamo permettere rispetto ai nostri valori e alle nostre risorse, questo vuol dire che dobbiamo imparare sia ad accogliere che a respingere; ad accogliere non con la carità interessata dell’industria della solidarietà, ma con la ricostruzione di un sistema di lavoro.

Potrà non piacere, ma, a voler richiamare certe genealogie, si può e si deve essere progressisti ponendosi in modo radicalmente critico-problematico nei confronti dell’immigrazionismo. Ciò a partire dalla consapevolezza che – nel momento in cui degenera autopoieticamente in un sistema che trae profitto dalle pratiche di aiuto umanitario – l’industria della solidarietà è lo zombie del marxismo, o almeno l’ennesimo e forse l’ultimo atto del massacro perpetrato dal capitalismo neoliberista nei confronti dello Stato sociale. Proprio per questo l’industria della solidarietà andrebbe smantellata da sinistra, sostituendo l’offerta di carità con quella di lavoro.

Se non saremo in grado di garantire a chi sbarca un’occupazione produttiva, nel giro di pochi anni la pseudo-accoglienza alla moltitudine d’immigrati che – sotto il nome poetico di ‘migranti’ o quello drammatico di ‘rifugiati’ – approdano in Europa si trasformerà in una calamità sociale. Per questo è necessario guardare oltre la logica (e gl’interessi) dell’industria della solidarietà.