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La rivincita del comunismo, di Alberto Bagnai

 

21 marzo 2015

 

Cari amici, mi dispiace molto di avervi trascurato. Come capirete, il periodo non è dei più semplici. La Grecia mi sta dando molto lavoro, e altrettanto me ne danno le presentazioni del mio libro in giro per l’Italia. Attività un po’ frustrante, perché il libro comunque cammina sulle sue gambe, e per presentarlo mi tocca logorarmi parlando di una cosa che trovo sempre meno interessante.

Ieri ero a Padova per una di queste occasioni, ottimamente organizzata dall’Osteria volante. Arrivo devastato dall’allergia, alla quale negli ultimi anni ero sfuggito passando la primavera in una delle città più fredde della Francia, Rouen: molto ghiaccio in terra, pochi pollini per aria, e qualche ricordo. È un privilegio andare a far la spesa al mercato dove fu arsa Giovanna d’Arco per aver liberato la Francia, passando sotto casa di due amici: Flaubert e Corneille, quello che constatava “la liberté jamais ne cesse d’être aimable”.

L’amico padovano che mi accoglie: “Dovresti provare le medicine omeopatiche che prendo io: male non ti fanno”. E io: “Caro, a un economista, se è un economista (non un matematico fallito), non puoi venire a raccontare che c’è una cosa che fa bene senza fare male! L’unico dato incontestabile dell’economia è che non puoi avere qualcosa per niente: non ci sono pasti gratis, free lunch, come dicono i miei colleghi – che per lo più non capiscono cosa stanno dicendo!”

Mi sono accontentato di un banale antistaminico, che ha sedato i sintomi, e come effetto collaterale anche me, disponendomi ad ascoltare, con calma olimpica, le solite sciatte e disinformate petizioni di principio precedute dal rituale “io non sono un economista ma…” (che poi non ci sono state, grazie anche a un mio preemptive strike: da vero bastardo quale nacqui, avevo allietato l’uditorio con il mio divertito racconto dei più assurdi “io non sono un economista ma…” da me subiti negli ultimi anni, in modo tale che chiunque avesse esordito così sarebbe immediatamente stato travolto da una valanga di risate del pubblico. Si vis pacem, interfice inimicos… o ricordo male?)

Ecco, parliamone: noi forse “non siamo economisti, ma” la nostra è un’economia di mercato, ed è un’economia capitalistica. Un’economia capitalistica è un’economia di mercato con un mercato in più, quello dei capitali. Cosa distingue un’economia di mercato da una pianificata? Il fatto che nella prima le decisioni su cosa produrre e come produrlo vengono prese da individui che agiscono liberamente (parola chiave: liberamente), ovvero in modo non coordinato da un decisore centrale, e lo stesso avviene per le decisioni su cosa consumare e quanto consumarne, e queste libere (parola chiave: libere) decisioni sono guidate da un sistema di segnalazione più o meno efficiente che è il prezzo. In un’economia di mercato non è il Gosplan di buona memoria, ma il sistema dei prezzi, a guidare l’allocazione delle risorse. Il mercato è appunto il luogo (reale o virtuale) nel quale si svolge questo processo di segnalazione e allocazione.

Come funziona un mercato? Come il banco del pesce in un qualsiasi mercato rionale. Il venerdì prima di pranzo la spigola pescata, se merita, sta a 40 euro al chilo. Sapete, il pranzo (o la cena) del venerdì generano una certa domanda di pesce, e il pescivendolo lo sa. Poi arriva sabato, siamo alle 13, e il mercato sta per chiudere per 36 ore. La spigola è ancora lì. È arrivata pressoché inalterata al sabato, ma non arriverebbe al lunedì. Tecnicamente, la spigola è in “eccesso di offerta”: nessuno la sta domandando. Il pescivendolo però sa cosa fare: “Signo’, guardi che spigola, gliela metto a 30 euro”. Svalutata del (40-30)/40=25%, la spigola si avvia verso la mensa della signora, e il pescivendolo chiude il banco.

“Svalutata”: che brutta parola! Eppure, tecnicamente è quella giusta. Cerchiamo, soprattutto noi maschietti, di separare la tecnica dai nostri complessi. La rigidità, ad esempio, è un valore solo in alcune circostanze. Supponiamo infatti che il pescivendolo decida di mantenere rigido il prezzo. Il risultato quale sarebbe? Ma è presto detto: la spigola, invenduta, troverebbe indegna sepoltura nel cassonetto attiguo al mercato, per la gioia del gatto, e il pescivendolo che si era ostinato a voler incassare 40, si troverebbe a incassare zero (invece di 30). L’economia dei prezzi rigidamente pianificati è l’economia del cassonetto: perpetua squilibri, spreca risorse. In un’economia di mercato la flessibilità dei prezzi consente il verificarsi di transazioni che altrimenti non si realizzerebbero. Notate: nel momento in cui il pescivendolo decide di “svalutarla”, la spigola non si rimpicciolisce del 25%, né l’occhio comincia a colarle fuori dall’orbita. La qualità del bene, nel breve lasso di tempo in cui il prezzo viene aggiustato, rimane inalterata. Come la rosa di Shakespeare, anche la spigola del pescivendolo, con un prezzo più basso, ha lo stesso profumo. Non “vale” di meno. Semplicemente, può essere scambiata, e lo scambio realizza quelli che i tecnici chiamano un “miglioramento paretiano” (da Pareto, non da parete), cioè migliora la posizione di entrambe le parti coinvolte: il pescivendolo (che incassa qualcosa), e la signora (che mangia la spigola).

La rigidità assoluta e totale poi non esiste in economia (in medicina sì, si chiama priapismo e nonostante Stendhal – nella Vita di Henry Brulard – non potesse crederci, viene considerata una malattia). Se incassa zero, per portare qualcosa a casa il nostro pescivendolo dovrà necessariamente dare qualcosa di meno al suo garzone: la rigidità di un prezzo verrà così compensata dalla flessibilità di un salario. Compromesso al ribasso, ovviamente, perché con meno soldi il garzone a sua volta acquisterà meno beni: nasce così quella che tecnicamente si chiama “crisi di domanda”.

I mercati finanziari seguono la stessa logica. In particolare, la quotazione delle valute segue le rispettive domande e offerte, determinate da transazioni di natura reale (acquisto/vendita di beni o servizi) o finanziaria, e anche nel mercato delle valute la flessibilità del prezzo (il cambio) permette di realizzare scambi che altrimenti non si realizzerebbero, e fornisce segnali utili.

Quello che non sono mai riuscito a capire è come mai persone che si professano liberali possano accettare di vivere in un sistema, quello dell’Eurozona, che si è dato come principale missione quella di inibire il funzionamento di un mercato, quello valutario. Che ad un ex comunista, magari non molto brillante in aritmetica, possa piacere un sistema nel quale per decreto una unità di valuta tedesca vale una unità di valuta italiana (un euro vale un euro, ci siamo?) posso anche capirlo! Se hai nostalgia dei bei tempi in cui i prezzi erano decisi dal Gosplan, e se sai contare solo fino a uno, il cambio uno a uno in effetti ti lenisce la nostalgia e ti semplifica la vita.

Con l’avvento del politicamente corretto la sinistra, lei sì, si è un po’ svalutata: i suoi intellettuali, che leggevano tanti libri, son diventati “diversamente intellettuali” a disagio con le tabelline. Ahi fiera compagnia! Ma questo, come sapete, è un mio problema: quello di sinistra sono io! Resta il fatto che l’economia dell’Eurozona è la rivincita del comunismo, ed è anche l’economia del cassonetto: inibendo il mercato, produce distorsioni che conducono a squilibri e sprechi. Se un liberale la sostiene, o sta dalla parte di chi dagli squilibri ci guadagna, o è diversamente perspicace.

Ieri si è avuto un esempio di simile sagacia. Il giovane Giovanni ha fatto la classica obiezione: “Ma è un bene non poter più svalutare: in Italia era la Fiat a decidere di svalutare, perché questo le permetteva di competere senza innovare, ma ora che le imprese italiane devono competere sullo stesso piano delle altre, sono costrette a innovare, magari a costo di qualche morto”.

Potrei scrivere alcuni volumi su tutto quello che non va in questa frase, che però riflette un sentire comune. Paradossalmente, sono spesso gli stessi imprenditori, in piena sindrome di Stoccolma, a diffondere l’idea che gli italiani, e in particolare gli (altri) imprenditori, non valgano nulla, e sia quindi necessario stimolarli, questi neghittosi, col manganello del cambio rigido, che impone loro di “innovare o morire”. Il caldo accento meridionale del giovane rendeva un po’ surreale questo elogio del calvinismo valutario, tanto più che la realtà che sperimento ogni giorno è molto distante da quella che descriveva lui. Fa parte della vita di molti imprenditori che conosco (e che il giovine aprioristicamente disprezzava, credo per invidia sociale) il voler migliorare il proprio prodotto, il rendere più efficienti i processi produttivi, l’introdurre nuovi prodotti e il proporli su nuovi mercati. L’operaio di Pescara che negli anni ’80 ha messo su la sua azienda, e oggi esporta in Angola forni industriali di suo brevetto, ha avuto questa idea in un tempo in cui l’Italia aveva una valuta nazionale. Questo non gli impediva di lavorare per il suo datore di lavoro, e poi, alle 17, di andare ad attrezzare il proprio capannone, con l’aiuto del mercato finanziario, cioè delle banche, che allora facevano qualcosa di meno sterile che comprare titoli pubblici a un fischio di Mario Draghi. Quando scrissi la mia tesina di econometria, nel 1985, mi servii di un Olivetti M24: un signor personal, più potente del PC IBM, e con un sistema operativo, il PCOS, elaborato dalla Olivetti, molto più efficiente del DOS della Microsoft. Eppure l’Olivetti avrebbe potuto svalutare, anziché innovare. E sempre nel 1985 la Fiat, che poteva “cavarsela svalutando”, mise sul mercato il motore FIRE, riconosciuto come un gioiello di ingegneria meccanica.

Forse il problema di Giovanni è che lui non ha mai provato la soddisfazione di guardare una cosa (una pagina scritta, una fresatrice, un paio di scarpe) e di poter dire: “l’ho fatta io”! L’affermazione di sé è il motore di molte attività umane, ma naturalmente occorre la materia prima, cioè il “sé”: se il “sé” manca, si incorre nel difetto delle personalità deboli, quello di attribuire ad altri le proprie deboli motivazioni, e di vederli quindi come una massa di cialtroni che campano solo per portare due soldi a casa, cercando di scansare la fatica, e che quindi se non debitamente “stimolati” dal terrore del fallimento non rendono. Mediocrità, quante cazzate si dicono in tuo nome!

Ma questa visione del mondo diventa esecranda quando afferma il principio secondo cui l’imprenditore o il dipendente, cialtroni da stimolare “alzando l’asticella del cambio”, meritano di fallire o di perdere il lavoro se non sono eccellenti. Che finaccia hanno fatto i comunisti: dal teorizzare una società nella quale tutti dovevano essere uguali, son passati a propugnare un sistema nel quale per sopravvivere tutti devono eccellere sugli altri! Da un sistema nel quale tutti dovevano essere sulla media (cosa un po’ squallida, ma possibile), a un sistema nel quale tutti devono essere sopra la media (cosa impossibile). Intendiamoci: nella vita esistono le scelte sbagliate, ed è giusto che si paghino con l’insuccesso. Ma un conto è pretendere una rete di sicurezza a fronte di qualsiasi stupidaggine si commetta, e un altro affermare il valore dell’eliminazione di chiunque non sia eccellente, rispetto a uno standard deciso non si sa bene come né da chi. Comunque, dato che, per definizione, non tutti possiamo essere sopra la media, a cosa potrà mai condurre, se non al conflitto permanente, questo imperativo categorico farlocco, questo darwinismo da poveracci, questa mancanza di umanità, di solidarietà? Può oggi una persona aspirare ad essere semplicemente normale, e a vivere una vita dignitosa e libera? Pare di no: l’ha deciso Giovanni. Al quale io, un po’ spazientito, ho fatto notare “Caro, lei dispone con molta facilità delle vite altrui, e sa cosa le dico: il suo mondo nel quale tutti devono essere eccellenti a me piace, lo compro! Parlo quattro lingue, suono due strumenti musicali, lavoro all’università, incido dischi per Brilliant, scrivo long sellers che fanno fare tanti soldini al mio editore, il quale mi ricambia col suo disinteressato affetto: io nel suo mondo vivo benissimo. Ma lei è sicuro di riuscire a sopravviverci?”

Sì, lo so, sono arrogante: ma non è colpa mia, è mamma che mi ha fatto così. D’altra parte, mi sono spesso chiesto chi me lo faccia fare di sbattermi tanto per propugnare un mondo nel quale ci sia posto per tutti, visto che la mia storia, e il semplice fatto che io sia qui, dimostra che lo spazio che voglio, se non me lo danno, me lo prendo. Credo sia per poter dire quello che dice l’imprenditore di Pescara del suo forno: “l’ho fatto io”!

E notate anche la contraddizione fra il voler esasperare la competizione “ponendo tutti sullo stesso piano”, esaltando in apparenza il leale confronto fra virtù individuali, senza però porsi il problema di chi decida quale sia il piano corretto! Il ragionamento di Giovanni è speculare a quello del mio collega Hans-Olaf Henkel, il quale, da persona sensata, ammette che proprio perché l’euro è troppo “pesante” per le nostre imprese, è troppo “leggero” per le imprese tedesche, e quindi attribuisce loro un vantaggio ingiusto, che squilibra la loro economia, cosa della quale i tedeschi ragionevoli sono giustamente preoccupati. Perdonatemi: in quale regata si dà un handicap alla nave più lenta? E poi, ha un senso definire “lo stesso piano” solo in termini valutari, cioè vedere nell’inibizione del mercato valutario l’unico elemento che ristabilisca parità di condizioni fra le imprese italiane ed estere? La diversità e l’evoluzione delle istituzioni non gioca un ruolo?

E qui casca l’asino, o meglio: arriva l’asino, che dice: “Eh, ma proprio legandoci all’Europa faremo riforme che ci consentano di avere istituzioni di migliore qualità!” Purtroppo non funziona così. Gli economisti (veri) sanno che un aggancio valutario, consentendo ai governi di paesi più deboli di finanziarsi a buon mercato, permette loro di perpetuare gli squilibri senza riformarsi. Ricordate? Non ci sono free lunch, e in particolare non è un free lunch la famosa “credibilità” della quale cianciano gli economisti da bar. Il cambio fisso, che alza l’asticella agli imprenditori, permette ai governi dei paesi più fragili di beneficiare di bassi tassi di interesse, e così abbassa l’asticella dello Stato, che trova più conveniente finanziarsi in debito, e sprecare soldi. Non sarà un caso se dentro a questo tritacarne ci hanno portato gli ex comunisti in armonia col CAF, no? I primi hanno piazzato figli e figliastri presso svariate banche (si chiama oligarchic capture), e i secondi (il CAF) hanno fatto il porco comodo loro senza essere minimamente moralizzati dal vincolo esterno!

Ripeto: esiste una letteratura sterminata sul fatto che gli agganci valutari portano a quello che gli economisti chiamano un soft budget constraint, un vincolo di bilancio statale “soffice”, che permette allo stato di non riformarsi, scaricando sull’impresa privata la responsabilità di farlo.

A voi questo piace? Ma non siete quelli antistatalisti? Bè, l’euro è statalista, tant’è vero che l’unica prospettiva per una sua stentata sopravvivenza, ormai l’abbiamo capito, è quella di costruirgli sotto, in fretta e furia, uno Stato europeo, cioè di andare nel senso di un accentramento di poteri politici ed economici: qualcosa di non esattamente liberale, direi anzi di sinistramente sovietico (come notava Hans Olaf l’ultima volta che ci siamo incontrati). Che poi sinistramente sovietico si abbrevia in SS.

Ecco: per tutti questi motivi io, da keynesiano, mentre capisco che a un ex comunista l’euro piaccia, trovo misteriosa la difesa che ne fanno certi liberali. Sospetto che appartengano alla categoria dei liberali con le terga altrui (come tanti lo furono comunisti). Voi che ne pensate?