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sabato 3 gennaio 2015

Paolo Savona

L'amico Ballardin mi ha girato due video che condivido con voi:

Ci sono dettagli coi quali come sapete sono in disaccordo (e ne ho parlato anche con l'interessato), e ci sono concetti che forse occorre precisare meglio per i meno esperti. Mi ci soffermo non per fare la lezioncina al prof. Savona (che non ne ha bisogno, tanto più che di queste cose abbiamo modo di discutere), ma per evitare che si scatenino due orde di imbecilli: quelli che "Bagnai ha cambiato idea!" (io non ho idee), e quelli che "Savona non ha detto che..." (quando intervisteranno voi riuscirete a fare di più in minor tempo).

Chiedo anche scusa se ho urtato la sensibilità di una terza categoria di imbecilli: quelli che si urtano quando chiamo imbecille un imbecille.
Io purtroppo sono un tecnico e devo attenermi ai fatti.

Entrando nel merito, per quel che mi riguarda, come sapete (e come sa chiunque abbia letto il mio libro, incluso, credo, il prof. Savona), son dell'avviso di
Feldstein:

There is of course nothing in economic logic or experience that implies that free trade requires a single currency. The North American Free Trade Area has stimulated increased trade without anyone thinking that the United States, Canada and Mexico would have a single currency. Japan has succeeded as a major global exporter despite substantial fluctuations in the value of its currency. We now see that the European Union has achieved a free trade market even though only 17 of its 27 members use the euro.

ovvero, per i diversamente europei:

Naturalmente nulla nella logica o nell'esperienza economica implica che il libero commercio richieda una moneta unica. Il NAFTA ha stimolato il commercio senza che nessuno pensasse che gli Stati Uniti, il Canada e il Messico dovessero avere una moneta unica. Il Giappone ha avuto successo come principale esportatore mondiale nonostante sostanziali fluttuazioni della sua valuta. Vediamo ora che l'Unione Europea ha liberalizzato il commercio anche se solo 17 dei suoi 27 membri usano l'euro.

Le parole di Feldstein mi sembrano tecnicamente inoppugnabili, ma intuisco anche il senso politico di quelle di Savona, che poi è il senso della pesca al polpo. Se vuoi tirarlo fuori dalla tana, non devi tirare, devi spingerlo dentro. Ah, non lo sapevate? Funziona così: se tirate, lui si appiccica ovunque con le sue ventose, e voi dovete avere i bicipiti di Tyson e i polmoni di un capodoglio. Se invece spingete, lui si stacca: allora potete rapidamente estrarlo. Provare per credere, io ho smesso di ammazzare animali.


Trovare un senso tecnico alla moneta unica, quando ne conosciamo il senso politico, serve comunque a rassicurare l'interlocutore: "c'era del buono, serviva per il mercato unico, ecc., ma purtroppo...". Serve a preparare quel "ma purtroppo" pesante come un macigno, che Savona squadra molto bene da ogni lato. Quindi non starei a discutere se ha fattualmente ragione Feldstein o Savona su questo punto. Seguirei la dialettica.

In termini comunicativi, io non direi che l'abbandono dell'euro è "un passo indietro verso il vecchio sistema del mercato unico" (sia perché contraddice l'assunto che non ci possa essere mercato unico senza moneta unica, sia perché mi sembra che conceda troppo al
frame "Italiettalirettasvalutazzzione", del quale Zingy è come abbiamo visto più e più volte, l'aedo). Però è un dettaglio, serve a farsi capire dalla casalinga (ma le casalinghe, a me, mi capiscono?).

Notate come nel primo video Savona contestualizzi sia il problema attuale (il lavoro) che le conseguenze degli aggiustamenti passati (siamo sopravvissuti a inflazioni più alte di quella che ci aspetterebbe, mentre non sopravviveremmo a una deflazione). Lo fa molto bene. L'unica cosa che mi sentirei di precisare (ma non lo faccio sempre nemmeno io, e sicuramente lui sarebbe d'accordo su questo) è che
è più facile comprare una cosa che costa il 5% in più se hai uno stipendio, che comprarne una che costa l'1% in meno se sei disoccupato. Questo, come notate, Savona lo dice: la deflazione mette a rischio la coesione sociale del paese. Lui lo sa e lo dice. Altri lo sanno e non lo dicono. Altri ancora sono fuori come un terrazzo. Ma gli italiani "si guardano in giro", come dice Savona, e vedono che "qualcosa non funziona".

Nel secondo video Savona affronta il problema che più o meno nello stesso periodo stava (pre)occupando
De Grauwe: il fatto che entrando in un'unione monetaria di fatto un paese si "terzomondizza", nello specifico senso di perdere il controllo dell'emissione della valuta nella quale governo (e banche e cittadini) sono indebitati. Una cosa strutturalmente simile accade, come sapete, ai paesi del Terzo mondo, che per trovare credito sono costretti ad accettare contratti definiti in valuta estera e disciplinati dal diritto estero. Il caso di scuola qui è l'Argentina, che si è addirittura "dollarizzata" col meccanismo del currency board, ma non è certo l'unico. Come spiega il Fondo Monetario Internazionale, ogni crisi finanziaria nei paesi emergenti è stata preceduta da una qualche forma di aggancio valutario, e questo perché il cambio fisso rassicura gli investitori esteri; inoltre, come ci hanno raccontato Eichengreen, Hausman e Panizza, indipendentemente dal regime di cambio paesi con un passato di iperinflazione o default scontavano questo loro "peccato originale" essendo comunque costretti a indebitarsi in valuta estera (normalmente dollari), il che, ovviamente, avrebbe dovuto costituire un deterrente rispetto all'ipotesi di reagire a shock esterni svalutando (perché i debiti contratti si sarebbero parimenti rivalutati). In realtà questo deterrente non è che abbia funzionato poi benissimo. Le svalutazioni poi ci son state lo stesso, in presenza di forti shock o di squilibri non altrimenti correggibili. Lo prova la letteratura sulle contractionary devaluations (svalutazioni recessive), della quale si è occupato niente meno che Kruggy in uno dei suoi primissimi lavori (con Taylor, quello di Frenkel), e che trovate riassunta ad esempio da Céspedes. Il succo è che se gli operatori si indebitano in valuta estera, poi quando il paese è costretto a svalutare falliscono perché non riescono a tener fede ai propri pagamenti all'estero (il cui importo in valuta nazionale cresce, se questa si svaluta), e quindi l'impatto positivo della flessione del cambio su esportazioni e domanda potrebbe essere compensato da quello negativo legato alle difficoltà di banche e imprese. Come ci siamo detti più volte, questo è stato soprattutto il caso di certi paesi del Sud Est asiatico durante la crisi di fine anni '90, ma il fenomeno è generalizzato.

Nel suo discorso Savona non può entrare nel tecnico, ma noi possiamo: l'euro è una moneta straniera perché non ne abbiamo il controllo, ma è una moneta a corso legale nel nostro paese. La situazione italiana attuale quindi
non è esattamente quella di un paese del Terzo mondo, nel senso che, come sapete, i contratti retti da diritto italiano potranno essere ridenominati. Questo non era il caso dei mutui in ECU, che nel 1992 non poterono essere ridenominati, perché non erano contratti in valuta a corso legale nel paese ed erano disciplinati dal diritto estero. Chi li aveva prese una legnata (ma prima aveva pagato interessi più bassi di chi invece si era indebitato in lire). Non è nemmeno il caso dei debiti in dollari degli argentini, per ovvi motivi (cha Savona spiega). La nostra situazione è un po' diversa ma rimane, certo, una quota di "peccato originale", cioè di obbligazioni in valuta estera non ridenominabili perché rette dal diritto estero. Si può stimare quante siano, e si può stimare l'impatto sul tasso di crescita di una loro "rivalutazione" (cioè di una svalutazione della valuta nazionale che costringa i debitori nazionali a rimborsare i propri debiti con l'estero in una valuta estera più cara). Lo faremo in un prossimo post, ma intanto è utile sapere che secondo le stime di Jens Nordvig, a fine 2012 l'Italia, fra i paesi dell'Eurozona, era quello con il "peccato originale" più piccolo. Da allora quello che è cambiato è soprattutto il crollo del Pil, che ha reso il peso di qualsiasi obbligazione (incluse quelle verso l'estero) meno sostenibile: se non guadagni, come rimborsi?

Certo che ci sarebbe un grande shock (forse) se uscissimo! Ma sarebbe peggio per molti altri, per ora, perché le loro esposizione sull'estero sono peggiori delle nostre (e ci sono anche degli insospettabili dentro). Vogliamo continuare a farci cuocere a fuoco lento
per poi sentirci dire quello che ha detto la Merkel alla Grecia?

"L'Unione Europea ci strappa la sovranità fiscale senza darci l'unione politica."

Come sapete, io non credo che l'unione politica sia un obiettivo plausibile né desiderabile, ma ai tanti che lo credono penso che non ci sia modo migliore di far venire qualche dubbio di quello scelto da Savona con questa frase. Le sue parole di biasimo della "religione europea" sono impeccabili. La sua descrizione dell'alternativa fra la "pace" (o la "guerra") evocate dagli "europeisti" onirici, e la realtà del conflitto sociale che ci attende sono chiarissime. Inutile dire che la necessità del piano B è un dato ovvio, e come sapete potrei confermarvi che altri paesi europei se ne sono dotati fra 2011 e 2012 (tutta roba che è comparsa sui giornali, peraltro).

"Abbiamo cambiato la costituzione economica e sociale del paese con un atto illegittimo, ci siamo mossi con troppa superficialità."

Questo noi lo sappiamo e lo abbiamo scritto, ma è importante che venga detto così, come è importante che si capisca che "i gruppi dirigenti siamo tutti: i professori universitari, gli imprenditori, i sindacalisti, e tutto sommato anche i lavoratori". Il mio ultimo lavoro è dedicato alle responsabilità di queste categorie: dallo squallore scientifico e morale degli appellisti (gli economisti che fingono di ignorare quale sia il problema perché non vogliono assumersene la responsabilità), alla disfunzionalità di sindacati che agiscono contro gli interessi dei lavoratori non perché ci guadagnino qualcosa (come i loro colleghi tedeschi, che almeno
vanno a troie coi padroni), ma perché non capiscono niente, alla miopia di una classe imprenditoriale che ha accettato l'imposizione di un vincolo esterno (quello del cambio) in cambio della rimozione del vincolo interno (quello del salario), pensando che per salvare la pelle bastasse orientare le scelte politiche verso un sistema nel quale il rischio d'impresa si scarica sistematicamente sul lavoratore (credits: @federiconero), senza capire che il modo in cui cercavano di guadagnare competitività (schiacciando i salari) e efficienza (licenziando) li condannava a morte, perché distruggeva il mercato interno.

L'Italia può farcela è stato scritto soprattutto per proporre un diverso patto sociale a queste classi dirigenti, che temo se ne batteranno il belino. Mi pare sia estremamente probabile che i tanti personaggi che abbiamo visto sfilare su questo blog ci condurranno a un catastrofico scoppio di violenza, nell'illusione di restarne immuni, e nella certezza che questo sia il modo migliore per non prendersi la propria parte di responsabilità di quanto è accaduto nel nostro paese. Il nostro paese è stato tradito, e se guardando Savona vi siete fatti delle illusioni, be', mi dispiace, ma è mio triste e sgradito dovere togliervele subito: qui bene amat bene castigat, il medico pietoso fa la piaga cancrenosa, e il peggio non è mai morto...

Soprattutto quando si parla di Presidenti di quella Repubblica che una volta era fondata sul lavoro. Chi vivrà vedrà, ma di illusioni, su questo, me ne faccio veramente poche.