Tutto quello che dovreste sapere sui migranti siriani ma non avete mai osato chiedervi

 

Il ricatto della compassione
di Marco Tarchi - 07/09/2015

Fonte: Diorama letterario

Il regno dell’immagine ha le sue priorità, che da alcuni mesi a questa parte hanno fatto rotta sulla questione islamica. L’espansione militare dell’Isis, con tutte le sue conseguenze, ha inaugurato un ciclo di attenzione privilegiata – tutt’altro che esente da lacune, dal momento che delle responsabilità degli Stati Uniti e dei loro volenterosi comprimari nella distruzione dell’assetto geopolitico del Medio Oriente nei principali circuiti informativi quasi nessuno parla, e sull’ingenuo entusiasmo per le sfiorite primavere arabe non si fa sentire alcuna autocritica – verso il connubio fondamentalismo musulmano/terrorismo che le stragi di Parigi e Tunisi hanno ovviamente irrobustito. Se si esclude una certa persistenza delle vicende ucraine, osservate attraverso il prisma tutto ideologico degli interessi “occidentali” – alias statunitensi – e usate per raffigurare la Russia di Putin nei vecchi panni a malapena rammendati dell’orso (e orco) sovietico, tutti gli argomenti che nel recente passato si era contesi il palcoscenico massmediale, dalla questione palestinese resa ancora più spinosa dal successo elettorale di Netanyahu al nuovo ruolo planetario della Cina, passando per la crescita dell’euroscetticismo e la disputa sulle ricette per sormontare la crisi economica, sono temporaneamente scivolati nel retroscena. Dove pure l’effervescenza dell’attuale fase storica non manca di farsi sentire, con una serie di ininterrotti soprassalti.

Fra i fenomeni di ampia portata che proseguono il loro corso e sono destinati a riprendere in tempi brevi un posto di primo piano nel dibattito pubblico, l’immigrazione continua ad apparire uno dei più rilevanti, se non addirittura il più rilevante, tra quelli che caratterizzano in profondità la nostra epoca, non solo per le enormi proporzioni (di cui, in Europa, percepiamo solo la parte che direttamente ci interessa, senza avere cognizione di quanto sta accadendo fra Sud e Nord America, fra Asia e Oceania e all’interno di tutti i continenti) ma anche e soprattutto per le conseguenze nel medio e lungo periodo che è destinato a comportare.

Come abbiamo avuto modo di scrivere a più riprese su queste colonne, un serio dibattito sull’argomento appare per il momento impossibile, per i condizionamenti ideologici – e, di riflesso, psicologici, perché è su questo livello della coscienza individuale che influiscono oggi gli scontri e i dibattiti sui valori culturali e sui modelli di società che investono la sfera pubblica – esercitati sulla massa dei cittadini dallo spirito del tempo presente e da coloro che lo alimentano, politici ed intellettuali in testa. Già il solo fatto di insistere sulla crucialità delle sfide poste dal continuo accentuarsi dei flussi migratori suscita in molti commentatori dotati di cospicua audience reazioni infastidite e spesso commenti sprezzanti, ispirati dalla proclamata convinzione che un problema-immigrazione non esista e sia creato ad arte dagli incorreggibili xenofobi (in realtà razzisti puri e semplici, che non avrebbero più il coraggio di dirsi tali). Tuttavia, proprio perché sul tema vige di fatto un interdetto, chi si preoccupa della deriva totalizzante dell’odierna egemonia ideologica liberale – e della assunzione a totem intoccabile dei caratteri del suo strumento di conquista delle menti, il modello di “civiltà occidentale” costruito sulle fondamenta dell’individualismo, dell’utilitarismo, del cosmopolitismo e del materialismo consumistico – non può che insistere a sollecitare l’attenzione e la riflessione critica su questo processo sociale e culturale apparentemente inesorabile, contestando la vulgata dominante e sperando di fornire argomenti fondati e incisivi a quanti hanno ancora la sfrontatezza e la voglia di contrastarla.

Il punto da cui occorre partire per procedere in questa direzione è il contrasto tra la realtà del fenomeno e la sua rappresentazione. Soprattutto negli anni più recente, il modo prevalente, se non addirittura esclusivo, per dar conto attraverso la stampa, la radio, la televisione ed internet dello spostamento di consistenti masse di popolazione attraverso le sempre più porose frontiere statali è consistito nell’affidarsi al registro della commozione. L’attenzione via via sempre più spasmodica alle condizioni disagiate o disperate dei viandanti, schiacciati su sovraffollate e fatiscenti imbarcazioni o nascosti nei doppifondi dei Tir, ha messo fuori gioco ogni considerazione sugli effetti del loro afflusso nei paesi scelti per l’approdo. Ad ogni naufragio di un barcone, ad ogni salvataggio di carichi umani abbandonati alla deriva dagli scafisti, ad ogni estrazione di corpi assiderati dai mezzi utilizzati per attraversare clandestinamente i confini, torrenti di emozione sono stati riversati sugli spettatori di drammi e tragedie, senza la mediazione di alcuna riflessione estranea ai codici della pena e del senso di colpa che i “ricchi e protetti” sono istigati a provare di fronte al destino dei “dannati della Terra”. Particolarmente efficaci, da questo punto di vista, sono state le strategie scelte per collegare il particolare al generale, i singoli episodi al fenomeno complessivo. Indugiare con la telecamera sulle scarpe da bambini, sui giocattoli, su un taccuino, su altri piccoli oggetti recuperati in mare, su una spiaggia o sul fondo di una scialuppa, è un modo eccezionalmente valido per spazzar via ogni dubbio sulla necessità di accogliere senza discussioni o restrizioni i nuovi venuti, sempre e comunque visti come profughi in diritto di garantirsi una decente opportunità di vita e mai come clandestini o concorrenti sleali sul mercato del lavoro. E per porre lo spettatore o l’ascoltatore di fronte ad un drastico ricatto affettivo: accettare di buon cuore e senza porsi insidiosi interrogativi gli scampati alle apocalittiche tragedie descritte, e quindi stare dalla parte del Bene oppure coltivare dubbi e preoccupazioni sul continuo ripetersi degli sbarchi e degli altri arrivi e quindi indossare gli abiti del cinismo e dell’egoismo, condannandosi ad interpretare l’odioso ruolo di chi serve, consapevolmente o meno, la causa del Male?

Messa così, la vicenda ha già i suoi vincitori e vinti predesignati e la tecnica di condizionamento psicologico non può incontrare argini né ostacoli credibili: basta ascoltare i commenti e le risposte degli intervistati – in specie i più giovani – nei servizi televisivi e giornalistici predisposti in occasione di ogni massiccio afflusso di stranieri (ma si può ancora impiegare questo termine? Viene da pensare che, nel trionfo del progressismo universalista nella battaglia delle parole, all’espressione sia stata ormai assegnata una data di scadenza) per rendersene conto. Il ricatto della commozione ha però altri e non meno rilevanti obiettivi: innanzitutto, deve portare a credere che l’immigrazione di massa sia un fenomeno irreversibile, prima ancora che benefico (dato su cui non tutti sono ancora disposti a giurare), e quindi osteggiarlo sia non solo deplorevole sotto il profilo etico, ma anche e in primo luogo insensato. Anche sotto questo profilo, i risultati ottenuti appaiono impressionanti. Tanto da indurre perfino alcuni critici della globalizzazione, che pure ritengono tuttora possibile combatterla e farla regredire, ad accettare, anche se con questa riserva, lo scenario che potremmo definire dell’inesorabilità.

Sul punto occorre, naturalmente, intendersi. Che “piaccia o no, gli immigrati sono ormai parte integrante del nostro paesaggio urbano ed extra-urbano, della nostra cultura, della nostra economia”, come ha scritto Giuseppe Giaccio nel n. 321di “Diorama”, è un dato indiscutibile. Non altrettanto lo sono altre opinioni che a questo stato di fatto vengono, in quell’articolo, correlate. E cioè che quella di “rispedire a casa gli immigrati” sia una “illusione” esclusivamente “alimentata dai meschini e miopi calcoli elettorali di alcuni attori politici” (non più meschini e miopi, ci sia consentito affermare, di quelli di altri attori politici che sulla convinzione che gli immigrati siano sempre e comunque fonte di benefici per i paesi ospitanti e sulla connessa retorica dell’accoglienza costruiscono parte delle loro fortuna). O che quella speranza/illusione sia solo ispirata dal “fantasma, o l’utopia, della purezza, la mixofobia, la paura di mescolarsi con gli altri”. O, ancora, che la “convinzione che la mescolanza si risolva in una perdita (delle radici, dell’identità, del lavoro)”. Su questi aspetti della questione migratoria le nostre opinioni sono diverse, e non da oggi.

A volte, ripetersi effettivamente giova. E ci piace richiamare alcuni passaggi dell’intervento che tenemmo nell’ambito dell’ultimo convegno di studi organizzato da quella che allora veniva chiamata, probabilmente a torto, Nuova Destra, fra il 25 e il 27 settembre 1992, a Spoleto, incontro intitolato Razzismo e antirazzismo. Le sfide della società multiculturale.

Sostenevamo in quella sede, difendendo le posizioni di un antirazzismo differenzialista – cui siamo tuttora fedeli – che, fra gli atteggiamenti allora (ed oggi) riscontrabili in materia di elaborazioni politico-culturali in merito all’immigrazione, ne scartavamo due, cioè sia l’esaltazione senza riserve della positività dell’incontro fra immigrati e popolazione di accoglienza sia il rifiuto del contatto e dello scambio, a profitto del terzo, l’accettazione pragmatica, che “mira a controllare la portata e ad organizzare le forme” del fenomeno. Ed aggiungevamo: “È la posizione che si esprime nella convinzione che una parte del flusso migratorio di questi ultimi venticinque anni si debba considerare definitiva […] ma che nel contempo esista in ogni società una soglia di integrazione degli allogeni che, se varcata, induce turbative e disagi non controllabili”. Precisando che “prendere atto del peso storico di un fenomeno non significa abbandonarlo a meccanismi d’inerzia” – e su questo la concordanza con Giaccio è totale – ci pronunciavamo contro la prospettiva assimilazionista e, pur non sottoscrivendola integralmente, citavamo l’opinione allarmata di un eminente studioso dei problemi sociali, Luciano Cavalli, che in Governo del leader e regime dei partiti, allora appena uscito deplorava “il permanere dei veli ideologici” che impediscono di percepire il significato che l’immigrazione di massa ha come “ulteriore colpo demolitore” della nazione intesa “come comunità di stirpe, cultura, storia e destino”. Del libro citavamo un passaggio significativo, laddove il sociologico scriveva: “Se l’immigrazione si sviluppa, per il tacito consenso della classe politica, nelle dimensioni ritenute probabili dagli esperti, al di là della crescita certa di malessere, scontento e conflitto […] c’è il pericolo di quella che possiamo chiamare saturazione migratoria. L’invasione dall’altra sponda e dall’Est, se praticamente incontrollata, scardinerebbe economia, società, ordine pubblico, cultura […], dunque la civiltà che ci siamo costruiti nel corso dei secoli, che dà una sua peculiarità al nostro popolo e a tutti i nostri rapporti interpersonali, che è parte di ciascuno di noi, elemento della nostra più intima essenza personale”.

A quel tempo, analisi come quella di Cavalli ci sembravano, anche se in gran parte fondate, allarmistiche, e pensavamo che una limitazione dei flussi, unita alla gestione della società multietnica “come una società differenziata e multiculturale, retta da una dinamica di scambi e interazioni ma fondata sul riconoscimento del diritto alla specificità di ogni gruppo etnoculturale, in un contesto che si potrebbe definire quasi di una società di comunità, al plurale” avrebbe potuto ridimensionare i pericoli paventati. Tuttora riteniamo che i toni con cui veniva dipinto il possibile scenario futuro fossero sopra le righe, ma a ventidue anni di distanza il nostro giudizio critico si è molto attenuato. Perché i flussi non sono stati contenuti, la politica di governo delle sempre più composite società europee che auspicavamo non è andata nella direzione che auspicavamo e il problema della perdita di identità delle singole entità nazionali si è fortemente acuito – certo non solo per effetto dell’immissione di allogeni, dato il ruolo predominante giocato in questo senso dalla penetrazione sempre più spinta dalla way of life (nord)americana, con il suo sottofondo omologante, ma anche a causa di questo sempre più acuto processo.

Pur rimanendo convinti che il perpetuarsi di un’identità forgiatasi nei secoli sia in primo luogo a carico di chi l’ha ereditata, non possiamo nasconderci che la ricomposizione etnica delle collettività nazional-statali oggi in atto, giunta in alcuni paesi (Francia in testa, ma non isolata) a livelli molto cospicui, favorisce fortemente l’erosione dei patrimoni culturali autoctoni. Il che non sarebbe grave se ciò spingesse semplicemente a una di quelle fasi di integrazione di contributi esterni che hanno sempre contraddistinto la dinamica di trasmissione dei modi di vita fra una generazione e le successive, ma lo diventa nel momento in cui ci si trova di fronte ad un vero e proprio processo di sostituzione di tradizioni autoctone con altre importate dagli immigrati. E, come ha ben colto il politologo francese Dominique Reynié (un cui contributo essenziale è stato pubblicato nel n. 58 della rivista “Trasgressioni”), nella popolazione dei paesi di accoglienza si fa sempre più strada la convinzione che ciò si stia verificando. Da ciò la crescita del consenso ai partiti che propongono quella che Reynié definisce la formula del populismo patrimoniale, volta a difendere simultaneamente il livello di vita, che si presume minacciato dall’estensione agli immigrati delle prestazioni dello Stato sociale e dalla concorrenza che costoro esercitano nel mercato del lavoro, contribuendo al mantenimento di bassi livelli salariali, e lo stile di vita, che la crescita della popolazione allogena mette in discussione (il riferimento, qui, cade inevitabilmente sulla diversità di usi e costumi, specialmente nei confronti dei musulmani).

Tutto ciò può essere imputato solo al permanere di una nostalgica “utopia della purezza”? E deve essere respinto nel girone dei patetici (o odiosi) arcaismi? Noi crediamo di no.

I motivi per preoccuparsi delle dimensioni assunte dai fenomeni migratori e di talune delle loro conseguenze sono solidi e numerosi. Su quelli che attengono alle questioni economiche e di ordine pubblico, le opinioni divergono e coloro che le sostengono si combattono a suon di cifre e di statistiche, puntando perlopiù su diverse interpretazioni degli stessi numeri (tipico il caso degli atti di criminalità, in cui l’impatto della componente migratoria può essere considerato in sé, in termini assoluti, oppure rapportato percentualmente al totale dei reati, ma che agli occhi di molti appare prima di tutto come un dato aggiuntivo, secondo la logica di buon senso – populista? – in base alla quale “se non ci fossero, almeno questi reati li avremmo evitati, perché almeno in questo settore i nuovi venuti non “rubano il posto” agli indigeni ma si affiancano a loro). Ma per quanto concerne lo stile di vita, il discorso è di tutt’altro tipo. Per chi coltiva una concezione della vita non meramente quantitativa e materialista, le tradizioni e i lasciti culturali ereditati dalle precedenti generazioni costituiscono un patrimonio immateriale, di cui non tutto può soggettivamente piacere ma del quale non ci si può sbarazzare, perché è a fondamento dell’esistenza stessa di un popolo – o, per dirla in altro modo, è quanto consente di considerare tale una sommatoria di singoli soggetti.

Chi crede che la (relativa) armonia del mondo sia garantita dal mosaico di differenze che lo caratterizza, e per questo si oppone all’omologazione delle sue parti in un melting pot universale o alla loro riduzione a sopravvivenze folkloriche e museali, non può quindi non provare disagio di fronte alla progressiva erosione dei connotati etnoculturali dei popoli formatisi nei secoli passati che l’immigrazione determina. Non può rimanere indifferente a quella che, con grande scandalo dei benpensanti accordati allo spartito dello Zeitgeist imperante, è stata definita dallo scrittore francese Renaud Camus “sostituzione di popolazione”. E non può limitarsi a soppesare le soluzioni proposte – quando ce ne sono – per diluire nel tempo questa marcia verso la cancellazione dei tratti distintivi di intere culture e delle loro espressioni nazionali.

Non c’è bisogno di sottostare ad alcuna ossessione della purezza per opporsi a questo destino. Se si afferma di non accettare, sul piano filosofico, una visione unilineare dei processi storici, non la si può poi adottare quando si è posti a confronti con la pratica. Pensare oggi a una “remigrazione” di massa dei grandi blocchi di popolazione che si sono spostati nell’ultimo mezzo secolo può apparire fuori luogo e, peggio, può prestarsi ad essere malevolmente interpretato come una volontà di deportazione (è quel che è accaduto al giornalista francese Eric Zemmour, mediaticamente linciato proprio per questo). Ma è un obiettivo che chi ha a cuore la specificità dei popoli e delle culture deve tenere vivo, accettando i sacrifici che andranno fatti per avviare i processi di ordinato e cauto sviluppo in grado di invertire la direzione degli odierni flussi, suscitando la scelta, libera e volontaria, di una consistente parte degli emigrati di ricostruirsi una vita nei luoghi di origine, riallacciando il rapporto con le radici ora recise. L’alternativa a questa presunta utopia è l’incubo di una Cosmopoli di atomi indistinti.

 

Quello che nasconde la campagna mediatica di pietismo sull’accoglienza dei profughi
di Luciano Lago - 07/09/2015

Fonte: Controinformazione

Gli avvenimenti eccezionali che determinano decisioni improvvise ed a volte nettamente inaspettate e contrastanti con l’orientamento dei governi espresso in precedenza,  quando sono accompagnati da massicce campagne mediatiche destinate a produrre una ondata emozionale nell’opinione pubblica per far prevalere una tesi sulle altre (accoglienza senza condizioni), non possono non destare sospetti.

Questo è esattamente il caso dell’ondata di profughi che ha investito ultimamente l’Europa e le ultime decisioni prese da alcuni governi europei in favore dell’accoglienza dei profughi siriani, divenuti una minoranza di fatto privilegiata nell’accoglienza da parte dei governi di Germania, Regno Unito e Francia (sembra che adesso facciano a gara nell’accoglierli), si presta a varie interpretazioni nella spiegazione dei fatti accaduti , stranamente tutti in contemporanea ed in forma tale da far ritenere la presenza di una accorta regia dietro lo sviluppo degli avvenimenti.

Che ci sia uno sciacallaggio nella speculazione sulla foto del bimbo siriano affogato e riverso sulla costa turca, ripresa da tutte le TV e giornali, questo è un fatto evidente, tanto più che questo sfruttamento dell’emozione suscitata dalla foto del povero bimbo viene fatto da quei media, quotidiani e reti TV, che mai avevano voluto mostrare le altre foto di bimbi uccisi dai bombardamenti dell'”armata del bene” (quella degli USA/Israele/ NATO ) in Iraq, a Gaza e nella stessa Siria martoriata dal terrorismo e dai bombardamenti della coalizione.

Tanto meno questi media hanno fatto vedere le foto dei bimbi yemeniti uccisi in qusti giorni dai bombardamenti effettuati dall’aviazione saudita, con il sostegno di USA/Israele/NATO, anzi quel conflitto (che è in corso dal Marzo di quest’anno ed è una vera e propria aggressione ad un paese sovrano) e quelle vittime sono del tutto oscurati dai grandi media occidentali, visto che si tratta di un fedele alleato dell’Occidente, l’Arabia Saudita, la ricca monarchia petrolifera, sulla quale , pur essendo uno lo Stato in assoluto più oscurantista e totalitario, che pratica il taglio della testa anche per l’adulterio, non vengono mai accesi i riflettori dei media occidentali (chissà perchè).
Quindi, per l’apparato mediatico occidentale, ci sono vittime di serie A, utili per scatenare campagne mediatiche di indignazione, dirette verso obiettivi predestinati, e vittime di serie B che non risulta opportuno mostrate (potrebbero “disturbare” coloro che si occupano della regia).
Gli obiettivi su cui si può indirizzare l’indignazione possono essere, nel contesto italiano, la Lega di Salvini che osa opporsi all’accoglienza e viene additata come il partito delle “bestie” e degli “inumani” da parte di Matteo Renzi, salito furbescamente sul carro dell’indignazione facile.

Tuttavia, a parte le beghe politiche in Italia, la campagna mediatica mira molto più in alto ed i veri obiettivi sono i paesi che si oppongono all’arrivo delle ondate di migranti e profughi (Ungheria, Repubblica Ceka e Slovacchia) e l’obiettivo finale è sempre lo stesso: la Siria del governo di Bashar Al-Assad, ostile all’Occidente e per questo assediata da un esercito mercenario jihadista infiltrato nel paese dalla Turchia ed armato dagli USA e dai loro alleati (Francia, GB, Arabia Saudita, Turchia, Qatar ).

In effetti sembra apparentemente strano che la massiccia ondata migratoria, costituita da siriani ma anche da afghani, pakistani ed altre etnie, sospinta dalla Turchia e da organizzazioni mafiose dei trafficanti che fanno capo ai servizi di intelligence turchi, attraversi un percorso piuttosto lungo e travagliato come quello del transito attraverso i Balcani, dalla Macedonia alla Serbia ed all’Ungheria, creando una situazione di forte turbativa e dissesto sociale in piccoli paesi dei quali due (Macedonia e Serbia) non fanno parte della UE e della NATO ed hanno sempre manifestato posizioni contrarie all’immigrazione. Non si comprende il motivo per cui l’ondata migratoria non sia stata indirizzata dalla Grecia a dirigersi via mare all’Italia e da questa per farla arrivare direttamente in Austria e Germania. Strano anche che le masse di profughi e migranti, dovendo risalire i Balcani, non transitino piuttosto per l’Albania e la Bulgaria che sono paesi strettamente alleati della NATO e soci della Germania.
Questo fa pensare che si voglia dare una “lezione” al governo di Orban ed ai governi di Macedonia e Serbia, troppo legati alla Russia e recalcitranti ad accettare le direttive di Berlino e di Washington in quanto a sanzioni ed apertura delle frontiere e adesione alle direttive occidentali. In attesa di una prossima probabile “rivoluzione colorata”, questo può essere un primo segnale.

In ogni caso, dopo l’apertura della Merkel, disposta ad accogliere i profughi siriani senza limitazione, si sono affrettati a comunicare la stessa disponibilità anche la Francia e il Regno Unito e questo ha fatto salire il prezzo dei passaporti falsi siriani e documenti simili venduti sul mercato nero dai trafficanti.
Persino David Cameron, il premier britannico, quello che non faceva passare i migranti e profughi da Calais (forse perchè quelli sembrano  troppo “abbronzati”) ed aveva chiuso del tutto le frontiere del Regno Unito, improvvisamente ha cambiato idea e, oltre ad aprire ai profughi siriani, ha subito chiarito che la Gran Bretagna si appresta ad intervenire direttamente in Siria, seguito a ruota dal suo eterno socio e competitor, Francois Hollande, il presidente francese, anche lui pronto a inviare aerei e truppe in Siria. Facile pensare che entrambi abbiano ricevuto la telefonata di Obama che ha suggerito loro la linea di condotta.

Naturalmente tutti i governi  occidentali dichiarano ed assicurano che l’intervento sarà finalizzato a combattere l’ISIS ma nessuno ci crede, visto che erano già presenti per quello da un anno in Siria ed in Iraq le forze anglo francesi, oltre a quelle degli USA ed ai turchi di Erdogan, ognuno a perseguire i suoi fini, senza concludere null’altro che la destabilizzazione ed il caos, proprio le cause che hanno prodotto l’esodo dei rifugiati in massa.

Alla fine abbiamo tutti compreso, e non era poi così difficile da capire, dove sarebbero andati a parare e perchè è stata orchestrata la massiccia campagna buonista di compassione e porte aperte ai migranti siriani.
Gli Stati Uniti cercavano un buon pretesto per un massiccio intervento della NATO in Siria ed hanno creato tutto loro: prima la false flag dell’attacco con le armi chimiche (rivelatesi poi fornite dai turchi ai ribelli siriani) poi l’ISIS, lo Stato Islamico, appositamente creata dai servizi di intelligence di USA ed Israele (come risulta da una quantità di prove) per portare il caos nella regione e spezzare le resistenze degli sciiti iracheni e delle forze siriane fedeli ad Al-Assad, poi la massa di profughi da far sbarcare in Europa per avere il pretesto e la giustificazione di un intervento NATO in Siria per abbattere definitivamente lo Stato siriano, svuotarlo di buona parte della sua popolazione, istituire un protettorato occidentale in Siria sotto la rete dell’Arabia Saudita, il fedele alleato degli USA e del Regno Unito nella Regione. Vedi: 
Dichiarazione bomba di un Generale francese al Senato: “L’Isis è stato creato dagli Stati Uniti

Ovviamente tutta l’operazione parte con l’obiettivo ufficiale di ” combattere l’ISIS”, con le forze militari sotto il controllo NATO senza alcuna autorizzazione dell’ONU nè tanto meno alcun permesso del governo siriano che ha ben chiaro quale sia la reale finalità dell’ISIS e chi lo ha creato e perchè.
Una operazione analoga a quanto fatto in Libia con alcune varianti dovute alla coriacea resistenza siriana che dura da 4 anni e mezzo, grazie al suo esercito ed al sostegno dell’Iran all’alleato siriano e grazie alle forniture militari ed assistenza della Russia di Putin che, in ogni caso, “ha mangiato la foglia”, come si dice in gergo e non rimarrà passivamente ad assistere ad una demolizione controllata del suo alleato siriano dove, fra l’altro, esiste l’unica base navale russa nel Mediterraneo. Ci possiamo scommettere.

Questa della Russia costituisce l’unica vera incognita che, ancora una volta, potrebbe far saltare tutto il piano statunitense, o in alternativa causare un allargamento del conflitto, coinvolgendo l’Iran e la stessa Russia con conseguenze imprevedibili.
D’altra parte il piano per il nuovo assetto del Medio Oriente era stato disegnato già da molti anni dagli strateghi israeliani (vedi il piano Yinon) e da quelli statunitensi (Zbigniew Brzezinski e Paul Wolfowitz) ed in base a quel piano sono stati attuati gli interventi in Iraq, in base al pretesto delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, poi rivelatesi inesistenti, in Libia con l’operazione neo coloniale ideata dagli USA ed attuata dalla NATO con Francia e Regno Unito in prima fila e la vergognosa partecipazione italiana, con il pretesto di “portare la democrazia”. Vedi: 
Greater Israel”: The Zionist Plan for the Middle East

La Siria di Basar al-Assad, uno stato laico ed educato alla convivenza inter religiosa fra comunità alawita, sciita, sunnita, cristiana e drusa, nemico ostinato di Israele ed alleato dell’Iran, non poteva essere tollerato dall’elite dominante dell’Impero anglo USA sionista. Si è predisposto a tavolino il piano dell’annientamento dello Stato siriano e della deportazione della sua popolazione, in modo simile a quanto accaduto per i palestinesi .

Nelle prossime settimane possiamo prevedere che inizierà l’intervento militare massiccio dei “portatori di democrazia”, inizieranno i “bombardamenti mirati” e l’apparato mediatico di propaganda ci racconterà delle “prodezze” dei “liberatori”.
Quello sarà il momento in cui si inizierà ad attuare il piano di annientamento della Siria, a lungo studiato e che, nei calcoli dell’elite dominante, dovrà servire da monito a tutte le altre popolazioni e stati che volessero osare sfidare l’Impero e sottrarsi all’egemonia anglo USA sionista.

Facile prevedere che “la campana suonerà” poi anche per le orecchie di Teheran e dell’Iran che, dopo l’accordo sul nucleare, dovrà attendere il prossimo pretesto e la prossima campagna mediatica occidentale, in quel momento potrà comprendere che sarà arrivato il suo turno. Soltanto questione di tempo.

 

Londra e Parigi alla guerra di Siria. Ma contro chi?
di Gianandrea Gaiani - 07/09/2015

Fonte: Analisi Difesa

Sull’onda emotiva dell’esplosione dell’emergenza determinata dai cittadini siriani in fuga verso l’Europa i governi francese e britannico sembrano pronti ad ampliare alla Siria le operazioni dei loro jet assegnati alla Coalizione che combatte l’ISIS già attivi da un anno sull’Iraq.

Annunciando l’accoglienza per 15mila  profughi siriani trasferiti direttamente dai campi ai confini con la Siria, il governo britannico vuole iniziare entro ottobre una campagna di raid aerei contro lo Stato Islamico in Siria impiegando i bombardieri Tornado già basati a Cipro e finora utilizzati solo sull’Iraq, oltre a lanciare un’azione di intelligence contro i trafficanti di esseri umani impiegando uomini e mezzi della National Crime Agency e del Gchq, l’agenzia di spionaggio elettronico da schierare nel Mediterraneo.

Il presidente francese Francois Hollande, ha invece annunciato l’accoglienza in Francia per 24 mila siriani e l’avvio già da domani di voli di ricognizione sulla Siria che anticiperanno le incursioni di Mirage 2000 e Rafale.
“In Siria vogliamo sapere cosa si prepara contro di noi e cosa si fa contro la popolazione siriana”, ha spiegato Hollande.”Sulla base delle informazioni che raccoglieremo potremo condurre dei raid”.
Una frase sibillina che sembra riferirsi ai recenti bombardamenti dell’aeronautica di Damasco che hanno provocato molte vittime civili.

Pur escludendo l’invio di truppe sul terreno perché “significherebbe trasformare un’operazione in forza d’occupazione” (curiosa la distinzione tra i bombardieri che “liberano” e le truppe che “occupano”) le parole di Hollande lasciano qualche dubbio circa il fatto che il nemico che Parigi vuole colpire sia davvero l’ISIS.

Più chiaro in proposito è stato , il ministro dell’economia britannico George Osborne che al G-20 di Ankara ha affermato che “un piano per una Siria più stabile e in pace” deve prevedere la lotta contro la “radice del problema: il malvagio regime di Bashar al-Assad e i terroristi dell’Isis”.

Anche per Hollande il presidente Assad dovrà andarsene mentre Federica Mogherini responsabile per la politi8ca estera della Ue,  in un’intervista ha dichiarato che “è impossibile pensare che Assad faccia parte del futuro della Siria”.

Tutte affermazioni ambigue per tante ragioni, non ultima che appena due anni or sono i franco-britannici erano entusiasti invisre i oro jet a colpire la Siria di Assad.

Eppure è evidente che non si può combattere l’ISIS e al tempo stesso il suo avversario, il regime di Damasco. A meno che Londra e Parigi non seguano le orme di Ankara con i jet di Ankara che da oltre un mese, con la scusa della guerra all’ISIS, bombardano i curdi, cioè i più fieri avversari dei jihadisti.

E poi oggi l’unica alternativa possibile al regime di Assad non è certo un modello svizzero di democrazia ma la sharia più rigida imposta da ISIS e dal Fronte al Nusra, qaedisti oggi sdoganati nell’Esercito della Conquista con salafiti e fratelli musulmani appoggiati da Qatar, Turchia e Arabia Saudita.

In questo contesto favorire l’ulteriore indebolimento o la caduta di Bashar Assad, che controlla un terzo del territorio nazionale abitato però da 12 dei 18 milioni di siriani, non farà altro che provocare altri milioni di persone in fuga verso l’Europa.

Hollande e Cameron sembrano quindi intenzionati a giocare la carta dei raid sulla Siria sfruttando l’onda emotiva che colpisce l’opinione pubblica. Un sondaggio di Odoxa ritiene che il 61% del campione di un migliaio di francesi sia favorevole a un intervento addirittura terrestre contro l’ISIS in Siria mentre in Gran Bretagna il sostegno a un intervento militare in Siria raccoglierebbe il consenso del 52% dei sudditi di Sua Maestà pur senza specificare se si tratti intervento aereo o anche terrestre ,secondo un sondaggio You Gov pubblicato dal Sun.

Per dare un concreto significato alla loro decisione, Francia e gran Bretagna dovrebbero anche incrementare sensibilmente il numero di cacciabombardieri impiegati: gli 8 Tornado della Royal Air Force e la dozzina tra Mirage 2000 e Rafale dell’Armèe de l’Air non combineranno un granché se si dovranno dividere tra Siria e Iraq effettuando lo stesso numero complessivo di missioni. Senza truppe sul terreno la Coalizione dovrebbe passare da poche decine di azioni aeree al giorno contro l’ISIS a qualche centinaio.

La scorsa settimana i francesi hanno effettuato in tutto 16 sortite: anche se venissero suddivise tra il fronte siriano e quello iracheno non cambierebbero l’andamento della guerra contro un ISIS che in Siria  continua ad avanzare. A nord espugna villaggi agli altri gruppi ribelli nell’area di Marea, dove dovrebbe estendersi la zona cuscinetto che i turchi intendono costituire in territorio siriano a sud del confine più per impedire la continuità territoriale dei territori sotto controllo curdo che per penalizzare l’ISIS.

Anche nei sobborghi di Damasco l’ISIS avanza a spese degli altri gruppi ribelli mentre le milizie del Califfato pare abbiano strappato ai governativi parte del campo petrolifero di al-Jazal, nella provincia centrale di Homs, l’unico di una certa importanza ancora controllato dal regime con una produzione di 2.500 barili il giorno.

 

Orchestrare la crisi dei profughi
di Alessandro Lattanzio - 07/09/2015

Fonte: Aurora sito
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5000 bambini sono morti tentando di raggiungere l’Europa dopo l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. Nel 2015 BHL s’indigna… Allora tutti s’indignano…

Abdullah Kurdi dice che la sua barca iniziò ad imbarcare acqua a 500 metri a largo di Bodrum, da cui erano partiti. Kurdi dice: “Ho cercato di nuotare fino alla riva… ma non riuscivo a trovare mia moglie e i bambini, una volta lì. Ho pensato che si erano spaventati ed erano fuggiti. Quando non riuscì a trovarli nel nostro punto d’incontro in città (Bodrum), dove normalmente c’incontriamo, andai all’ospedale“. Aylan Kurdi: gli amici e la famiglia riempiono le lacune sulle immagini strazianti

Ci sono due problemi sul resoconto di Abdullah:
1. Venne riferito in precedenza che Abdullah Kurdi era stato trovato in stato semicosciente, “Il padre di Aylan e Galip fu trovato in stato semicosciente e portato in ospedale nella vicina Bodrum, secondo il quotidiano al-Sabah“. 
Le immagini scioccanti del bambino siriano
2. E’ stato riferito che, “che quando Abdullah si rese conto che suo figlio Ghalib era morto al suo braccio sinistro, rivolse l’attenzione all’altro figlio Aylan… Quando si rese conto che anche Aylan era morto, cercò di salvare la moglie, sempre senza successo...” 
Voglio dire al resto del mondo, a questo punto, d’intervenire
Abdullah ieri ha descritto come avesse supplicato i figli a continuare a respirare, dicendogli che non voleva che morissero. Fu solo quando guardò i loro volti e vide il sangue negli occhi di Aylan che capì che i bambini erano morti tra le sue braccia e che fu costretto a lasciarli. Guardandosi intorno nell’acqua, vide il corpo di sua moglie Rihan ‘fluttuante come un palloncino’. Era annegata“. 
Daily Mail

Sei fortunato Aylan! Siamo vittime della stessa guerra, ma a nessuno interessa la nostra morte...

Sei fortunato Aylan! Siamo vittime della stessa guerra, ma a nessuno interessa la nostra morte…

La storia di Aylan Kurdi sembra una psy-op?
CBC aveva riferito che la famiglia di Aylan Kurdi aveva fatto domanda per lo status di rifugiato in Canada. In realtà, alcuna richiesta formale del genere fu fatta“. 
CBC
La zia di Aylan Kurdi non fece molto per permettere alla famiglia di venire in Canada. Quindi, una parte fondamentale della storia è falsa. Il padre di Aylan Kurdi, Abdullah ha amici e parenti in Paesi come Grecia, Germania e Canada. Aylan Kurdi in realtà si chiama Aylan Shenu. La famiglia Kurdi ha vissuto in Turchia per tre anni ed è originaria di Damasco. Quindi, non erano minacciati dal SIIL quando s’imbarcarono. La sorella di Abdullah Kurdi, Tima, vive in Canada da 20 anni. “Tima Kurdi arrivò in Canada nel 1992, dopo aver sposato Rocco Logozzo” (un napoletano). Tima ha due sorelle e due fratelli in Turchia (tra cui Abdullah). 
BC Family
Tima Kurdi su 
facebook sembra avere amici certi ricchi sauditi come tale Nael Skeak. La pagina facebook di Abdullah Kurdi non mostra le foto della moglie e solo due di lui con i bambini.
Adil Demirtas, 18enne barman e chef dell’hotel Woxxie, a Bodrum in Turchia. Verso le 06:30, l’amico di Adil riferì di aver avvistato il corpo di Aylan, così come il corpo di una bambina. “Lui e un amico recuperarono i corpi dall’acqua sulla spiaggia”, prima di chiamare un’ambulanza. “Sembravano ancora vivi, come se stessero dormendo, sorridendo“, dice Adil.
 Daily Mail

Adil Demirtas

Adil Demirtas

Il problema è che tutta la storia appare una bufala. Nessuno aiutava il bambino, nemmeno i pescatori o i fotografi sogghignanti. “Un gommone navigò per cinque minuti e già imbarcava acqua. Lo scafista si gettò in mare e io provai a prendere il timone, ma un’altra onda rovesciò la barca“, dice Abdullah, padre di Aylan. “Abdullah ha detto che la barca sovraccarica si capovolse subito dopo che il capitano, descritto come turco, in preda al panico l’abbandonasse, lasciando Abdullah comandante de facto di una piccola barca sovraccarica in alto mare. In una dichiarazione della polizia successivamente giunta all’agenzia di stampa turca Dogan, Abdullah diede un altro resoconto, negando che vi fosse uno scafista a bordo“. Il bambino che ha commosso il mondo
Nessuno sembra abbiano cercato di rianimare il bambino; erano troppo impegnati a scattare foto? Il fratello di Alan, Galip, “fu trovato a circa 100 metri oltre Aylan“.

Nilüfer Demir

Nilüfer Demir

Nilüfer Demir, dell’agenzia stampa turca Dogan, scattò le foto del bambino verso le 6:00 del 2 settembre, ossia mezz’ora prima che il barman Demirtas lo portasse a riva?

Nel 2013, terrorista taqfirita di Jabhat al-Nusra in Siria. Nel 2015 'siriano' richiedente asilo in Europa.

Nel 2013, terrorista taqfirita di Jabhat al-Nusra in Siria. Nel 2015 ‘siriano’ richiedente asilo in Europa.

Un esponente dello Stato islamico affermava che il SIIL avrebbe inviato 4000 combattenti nell’UE tramite la crisi dei profughi. Dalle città portuali turche di Smirne e Mersin, migliaia di profughi partono per l’Europa meridionale e Italia, puntando su Svezia e Germania per stabilirvisi. Dei contrabbandieri turchi affermavano di aver aiutato i terroristi del SIIL ad infiltrarsi in Europa con il pretesto di richiedere asilo o di visitare le famiglie, per poi “essere pronti”. Il portavoce del SIIL Abu Muhamad al-Adnani avrebbe affermato “Saremo nemici, davanti a Dio, se qualsiasi musulmano che può far sanguinare un crociato si astiene dal farlo lanciando una bomba, un proiettile, un coltello, un’auto, un sasso o anche con un calcio o un pugno“.syrie-paris-1024x482Alla manifestazione del 5 settembre a Parigi, per “l’accoglienza dei rifugiati e il rispetto della dignità umana di tutti i migranti”, comparivano le bandiere dei terroristi islamisti in Siria e dell’opposizione allineata alla NATO nell’aggressione alla Siria che avrebbe creato la crisi dei profughi. Amnesty International, SOS Razzismo, socialisti, estrema sinistra e verdi francesi partecipavano alla kermesse filo-taqfirita.11952992Difatti, i profughi ‘siriani’ non sono ‘siriani’ e probabilmente sono ‘profughi’ in quanto islamisti e famigliari islamisti, provenienti soprattutto da Pensiola araba, Turchia, Pakistan, Nord Africa e Africa, in fuga perché sconfitti dagli eserciti siriano ed iracheno ed eliminati o cacciati dallo Stato islamico: “Documenti sparsi a pochi metri dal confine tra Serbia ed Ungheria provano che molti migranti che inondano l’Europa cancellano la loro vera nazionalità, probabilmente adottandone una nuova entrando nell’Unione europea. Molti viaggiatori userebbero documenti falsi per avere una maggiore possibilità di ricevere asilo in Germania e altri Stati dell’Europa occidentale”. La polizia di frontiera serba afferma che il 90 per cento dei migranti dalla Macedonia, 3000 al giorno, si dichiara siriano, ma non ha alcun documento per dimostrarlo. “Ciò si vede quando la maggior parte di coloro che passano in Serbia dichiara il 1.mo gennaio come data di nascita“, afferma l’ufficiale della polizia di frontiera Miroslav Jovic. “Penso che sia la prima data che gli viene in mente“. Il capo dell’agenzia di frontiera dell’Unione europea Frontex ha dichiarato che il traffico di passaporti falsi siriani è aumentato. “Molte persone arrivano dalla Turchia con documenti falsi siriani, perché sanno che otterranno asilo nell’UE più facilmente“. In Germania, le dogane hanno intercettato pacchetti spediti in Germania contenenti passaporti siriani, autentici o falsi. E non si tratta solo della Germania, il 1° settembre a Lecce venivano sottratti diversi documenti ancora in bianco e 25mila euro. E non era il primo furto all’anagrafe leccese.
d65serialsymbolVa ricordato che il “corridoio balcanico” parte dalla Turchia, da cui i flussi di islamisti e taqfiriti sono scagliati per colpire Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria, Paesi prossimi alla Russia e di ostacolo alle manovre atlantiste in Europa orientale. Una volta in Germania, i profughi saranno utilizzati dai partiti al governo della coalizione Merkel per schiacciare l’opposizione ‘ostalgica’ della popolazione dell’ex-Repubblica Democratica Tedesca e per colpire i migranti dai Paesi dell’Europa orientale, che diventano sempre più diffidenti verso Bruxelles
. Ad esempio il “Gruppo di Vishegrad”, formato da Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia, si riuniva a Praga per discutere della crisi e dichiarando piena solidarietà all’Ungheria nello scontro con Bruxelles, Parigi e Berlino, ed opponendosi alla politica delle quote decisa da Holland e Merkel con l’adozione di varie disposizioni comuni per affermare la loro sovranità verso la questione dei migranti, e quindi rifiutando la quota che tedeschi e francesi vogliono imporre. Infine, i quattro Paesi dimostrano l’intenzione di perseguire un’unica politica, aiutandosi a vicenda anche nella sorveglianza congiunta delle frontiere. Tutto questo crea de facto un blocco dei Paesi dell’Europa orientale nell’UE, contrapposto a Bruxelles-Berlino-Parigi. “Il risultato di tali opposizioni, contraddizioni e limiti, è un’Unione europea caratterizzata da un “centro” che tenta di affermarsi in modo quasi totalitario e senza alcuna legittimità, mentre le varie posizioni condivise dai 28 Stati membri vanno dalla dal fastidio all’opposizione radicale ai “valori” il cui ruolo paradossalmente unificante è stato indicato negli ultimi anni come necessità assolutamente fondamentale”.
Che dietro all’ondata ‘migratoria’ ci siano le operazioni della NATO è indirettamente confermato proprio da sicari ed agenti dell’organizzazione atlantista: il generale Constantin Degeratu, consigliere del presidente rumeno sulla sicurezza nazionale, dice che la Russia è dietro l’ondata migratoria perché aiuta il regime baathista di Damasco impedendo che la Siria divenisse il califfato del SIIL. “Quello che accade è una componente dell’assalto antidemocratico della Russia all’Unione Europea“, conclude lo squilibrato Degeratu. Infatti, Degeratu e amici non spiegano perché i migranti non fuggono verso i ricchi Stati del Golfo: Arabia Saudita, Quwayt, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, che registrerebbero i più alti standard di vita nel mondo e dove gli immigrati potrebbero integrarsi molto facilmente condividendo lingua e religione. Invece vengono indirizzati verso Germania ed Europa centro-settentrionale. Tale operazione “ha molti elementi in comune con il piano per distruggere le economie socialiste nel mondo. L’operazione fu pianificata e realizzata da Stati Uniti e NATO, portando alla caduta del muro di Berlino, al crollo dell’Unione Sovietica e all’integrazione nella NATO degli Stati dell’ex Patto di Varsavia. … Impianti di produzione dell’Europa orientale furono smantellati e rottamati in occidente o ristrutturati a vantaggio dei nuovi proprietari. Con la privatizzazione, le risorse divennero automaticamente di proprietà delle aziende occidentali. A seguito di tale enorme frode, la maggior parte della manodopera qualificata dall’Europa orientale, centinaia di migliaia di specialisti, tra i 35 e 50 anni, fu costretta alla disoccupazione”.

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Profughi: “Stanno usando il metodo del bipensiero orwelliano”
di Enrica Perucchietti - Andrea Barcariol - 07/09/2015

Fonte: intelligonews
Intervistata da IntelligoNews, Enrica Perucchietti, giornalista e saggista, esperta delle dinamiche "segrete" della società affronta il delicato tema dell’immigrazione, criticando il modus operandi della politica basato sulla spettacolarizzazione e sulla manipolazione. 

La foto choc di Aylan ha inciso molto sull’opinione pubblica. Anche la Merkel ha aperto ai migranti. Come spiega questo cambiamento?

«La foto del bambino siriano è stata una diffusissima strumentalizzazione mediatica che fa parte di un processo volto a sdoganare un certo tipo di messaggio. Senza entrare nel merito, quella foto è l’emblema della spettacolarizzazione, si gioca tutto a colpi di immagini che vanno a colpire la pancia delle persone che si scandalizzano sul momento e dopo 5 minuti riprendono tranquillamente la loro vita. Delle foto di altre migliaia di bambini morti non importa a nessuno».

Sui migranti c’è chi parla di errore dell’Europa e chi invece, come Fusaro, sostiene sia una strategia per avere “nuovi schiavi sottopagati”. Lei da che parte sta? 

«Quando si vedono in campo tutte queste forze unilaterali, probabilmente una strategia c’è. La tratta degli uomini ormai vale di più del traffico di armi e droga. Un quotidiano austriaco ha scritto un articolo interessante su tutto il giro di soldi che c’è intorno a questo fenomeno da parte di alcune banche e delle lobby nell’accoglienza dei migranti. Ha ragione Fusaro, una strategia c’è, perché c’è chi lucra sull’arrivo dei migranti e non dobbiamo dimenticare che se la situazione in quei Paesi è questa è perché noi siamo andati a distruggere i governi che c’erano prima producendo il caos. In Siria, ad esempio, c’è una regia occidentale che da anni sta tentando di far cadere il regime di Assad, che è l’unico che sta combattendo contro l’Isis. La politica ormai è schizofrenica e per far approvare i suoi interessi cerca di rendere schizofrenica l’opinione pubblica dicendo un giorno una cosa, un giorno l’altra. E’ il metodo del bipensiero orwelliano».

Papa Francesco ha detto: “Ogni parrocchia accolga una famiglia di profughi”. Cosa ne pensa?

«Io considero Bergoglio il Vescovo di Roma, nella sua funzione quella frase potrebbe avere senso, voglio però vedere se realmente le parrocchie accoglieranno i migranti. Nello Stato del Vaticano c’è molto posto, quindi credo che i profughi potrebbero essere accolti anche lì. Predica bene, ora bisogna vedere i fatti. Io non giudico quello che potrebbe fare a casa sua, nello Stato Vaticano, secondo me però si potrebbe trattare marketing. Ha detto anche tante cose sullo Ior, poi cosa ha fatto?».

Si riferisce anche all’acquisto degli occhiali a piazza del Popolo?

«Quello è emblematico adesso, come ha detto Socci, andrà dal macellaio a comprare la trippa per il gatto. Lui si muove a colpi di spot e in questo è bravissimo, come Renzi. A livello mediatico sono molti bravi e stanno manipolando l’opinione pubblica che si fa attrarre dalla spettacolarizzazione. La propaganda che prima si faceva solo nei periodi di guerra ormai si utilizza sempre, è tutto un battage pubblicitario e si tende molto ad alzare i toni per dividere i cittadini in tifoserie: c’è chi sta a favore e chi contro, non c’è possibilità di dialogo o via di mezzo. Così le questioni non si risolvono mai». 

A proposito di toni alti, Renzi ha detto che sull’immigrazione non si tratta più di “Pd contro le destre, ma di umani contro bestie”.

«Ci dovrebbe essere il rispetto alla base di tutto. Una volta si criticavano i toni violenti di Grillo ma questa è la stessa cosa. Un Premier non può dare delle bestie a chi la pensa in maniera differente perché in questo modo legittima un clima di violenza che, da moderato, ha sempre condannato. Tutto fa parte di un processo di manipolazione delle masse per poter far passare il messaggio che vogliono. Da un lato si punta sul vittimismo strumentalizzando forse anche le morti dei bambini, e questo sarebbe vergognoso; dall’altro si alzano i toni per creare tifoserie che si scannano, anche sui social, senza mai andare alla radice dei problemi».

 

Ecco chi promuove l' “accoglienza” (chi l’avrebbe mai detto?)
di Maurizio Blondet - 07/09/2015

Fonte: Maurizio Blondet


Il 5 settembre doveva tenersi a Parigi, Place de la République, una “grande manifestazione” , ovviamente “spontanea”, senza capi, fatta di “semplici cittadini”, a favore dell’accoglienza senza limiti dei migranti da Siria e Irak e contro le “poltiiche repressive” degli stati che si oppongono ai profughi. La manifestazione s’è tenuta. Ma non è stata affatto “grande”. E’ stata, diciamolo, un flop. A dimostrazione di quanto la marea di emozione creata per forzare una politica di immigrazione incontrollata sia artificiale, come del resto tutto il fenomeno dell’immigrazione di massa contro l’Europa.

Ancor più interessante – grazie a un lettore che me l’ha segnalato – sapere chi è il promotore della (fallita) grande manifestazione spontanea. Chi l’avrebbe mai detto? E’ un quarantenne documentarista (dice lui), esperto di marketing, che vive normalmente in Ucraina. Ebreo. Si chiama Raphael Glucksmann.

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Il suo cognome farà risuonare un’eco nella memoria dei più anziani. Infatti il liberista-libertario senza-frontierista Raphael è il figlio di André Glucksmann.

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Personaggio cruciale. Papà Glucksmann – a destra nella foto, accanto al rampollo –  è stato il capo (con Bernard Henry Lévy) del ben pubblicizzato movimento dei Nouveaux Philosophes: giovani ebrei che si sono messi in luce come agitatori ultra-rossi nel Sessantotto (non dimentichiamo Cohn Bendit), hanno provocato la caduta (o meglio il ritiro) di De Gaulle;  allora  era, anzi erano,  di estrema sinistra e difensori della “rivoluzione culturale” di Mao.

Poi, nei tardi anni ’70, ecco la loro metamorfosi: diventano critici del comunismo sovietico ormai decadente  e protettori dei “dissidenti perseguitati” in Urss.

Scrittore di successo, papà Glucksmann, invecchiando diventa insieme a Bernard Kouchner – chi l’avrebbe mai detto? – atlantista, filo-NATO, filo-americanista, difensore delle “guerre umanitarie” come BHL . Simpatizza con il PNAC (Project for a New American Century), il think tank american-israeliano che propugna un riarmo totale dell’America onde dare inizio alle nuove guerre in Medio Oriente e “prevede”, onde convincere l’opinione pubblica renitente al riarmo, “una nuova Pearl Harbor” (sogno poi realizzato l’11 Settembre). Nel 2007 ha sostenuto Sarkozy .

Nel 2009, l’ex maoista  ha scritto un fondo Le Monde in difesa dell’intervento genocida di Israele contro Gaza detto Piombo Fuso: Israele ha il diritto di sopravvivere, l’intervento non è stato eccessivo ma “proporzionato ai desideri sterminatori di Hamas”, insomma le posizioni difese, da noi, dalla Nirenstein e Pacifici.

Attualmente André – ormai ha 78 anni – partecipa a un “pensatoio” parigino apertamente neocon, il Cercle de l’Oratoire, con Kouchner.

Un vero trasformista da far invidia  allo Zelig di Woody Allen

Stupirà apprendere che il figlio di tanto padre, il quarantenne Raphael, viene indicato nei circoli parigini che contano come “ agente della Cia”? Definizione più riassuntiva che sbrigativa. Raphael Glucksmann è stato infatti uno dei più intimi consiglieri del presidente Georgiano Mikhail Saakasvili. Quando costui, nell’estate 2008, su istigazione sionista, e con armamenti, consiglieri militari, addestratori e persino ministri israeliani (di origine georgiana) nel suo governo, tentò di riprendersi con le cattive le due provincie russofone Abkazia e Ossezia del Nord . Tentativo che Putin rintuzzò in poche ore di scontri.

Georgia : ha perso Israele (di nuovo) ”, spiegai allora su Effedieffe (4 dicembre 2008), dando informazioni su questa collusione criminosa, che anche Comedonchisciotte illustrò col titolo: “Georgia: la Israel Connection” e potete leggere utilmente qui:

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4908

Utile per cosa? Per due cose

  1. capire che il virulento internazionalismo ebraico è l’anima della macchina bellica USA, tramutato in Impero del Caos; e
  2. che lo stesso “internazionalismo” è, sotto veste di agnello umanitario, all’origine del grande movimento per l’accoglienza dei migranti in Europa, tutti, a milioni, nessuno escluso. Naturalmente Israele è esentata da tale “internazionalismo umanitario”: gli immigrati li caccia con le cattive. Ed ha leggi razziali a difesa della sua “natura ebraica”. L’identità etnico-culturale, la devono perdere gli altri. Gli europei.

Raphael Glucksmann fa’ la spola fra i circoli chic, libertari-umanitari e mondialisti di Parigi e l’Ucraina, di cui ha preso la cittadinanza e dove abita: per star vicino al suo grande amico Saakasvili che, braccato nella ex patria da accuse di corruzione, è stato messo da (J) Poroshenko e Yatseniuk (J), evidentemente su indicazione della Victoria Nuland-Nudelman in Kagan – senza il cui aiuto il governo fantoccio di Kiev non durerebbe un giorno – a fare il governatore di Odessa. Del resto, Glucksmann il giovine ha sposato l’ex ministra degli interni di Saakasvili quando governava la Georgia, Eka Zgouladze, che oggi ha ritrovato occupazione nella Ucraina di Kiev come ministro aggiunto della polizia, incaricata delle epurazioni degli elementi filo-russi. Agente della NATO secondo ogni indizio.

https://fr.wikipedia.org/wiki/Eka_Zgouladze

Raphael in UcrainaRaphael Glucksmann in Ucraina

Ed ecco a voi Marquardt, “musulmano” di Davos

Saakachvili e Glucsman sono entrambi amicissimi di un altro personaggio da seguire, un altro quarantenne ritenuto agente della Cia in Francia (comunque un intimo dell’Ambasciata) ed ebreo: Félix Marquardt. Rampollo nato ricco (suo padre è banchiere d’affari, sua madre ha una immensa galleria d’arte a Place des Vosges), ospite fisso del Forum di Davos da un decennio, creatore dei Diners de l’Atlantique, una ”cena” di personaggi “atlantici” dove invita persone appunto atlantiche, da Saakasbvili a Nouriel Roubini, che è diventata una rete di relazioni snob e d’influenza di primo piano per attrarre grandi imprenditori e giornalisti importanti alle idee dell’internazionalismo libertario-umanitario senza frontiere, insomma neocon.

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Ciò che non gli ha impedito di dichiararsi convertito all’Islam, ovviamente un Islam “atlantico” (come Al Qaeda, altra creazione Cia?), il che gli consente di presentarsi in tv accusando i francesi comuni, specie quelli che simpatizzano per il Front National, di islamofobia.

Marquardt ha tre passaporti: tedesco, austriaco, americano; e nel 2013, nell’imminenza delle elezioni europee, si è associato a Cohn -Bendit “per tentare di mobilitare gli europei ad abbandonare l’onnipotenza dello stato-nazione e accettare una vera integrazione europea”.

http://www.lesinrocks.com/2013/09/16/actualite/felix-marquardt-daniel-cohn-bendit-11426615/

Che cosa si debba intendere per vera integrazione europea, l’ha detto, anzi gridato il suo amico Raphael Glucksmann in un recente dibattito alla tv francese: Si parlava della scuola. E della Le Pen che criticava la cancellazione della identità francese dai testi scolastici. Glucksmann jr è sbottato, fuori di sé:

E’ allucinante che il tema della laicità sia sequestrato oggi dal Front National….il progetto di scuola repubblicana [riferimento alla Rivoluzione Francese, ndr.] era un progetto di sradicamento. Era un progetto politico che mirava a strappare via i bambini dai campanili, dalla campagna, dal ‘nostrano’! Era il progetto di creare dei cittadini, era il contrario del progetto reazionario che ci viene proposto nelle urne” se vince il FN.

https://youtu.be/-p36KFDF-hw

Non si può essere più chiari. Anche quello in corso, promosso da – chi poteva immaginarlo? – lorsignori, è un progetto di sradicamento delle identità europee, dei loro campanili; in nome della globalizzazione, in nome dell’umanità, in nome dell’umanitarismo, non importa: le scuse propagandistiche cambiano, il progetto di sovversione della natura umana non cambia.

Ai cristiani che mi leggono, avverto: come vedete, il progetto non è cristiano. Quando “El Papa” invita ad accogliere stranieri musulmani in ogni parrocchia, aderisce al “mondo”.  Anzi peggio: al mondialismo che ci impone la perdita delle nostre identità. Del resto, El Papa sta già operando in tutti i campi per spogliare la stessa Chiesa cattolica della sua identità storica, dogmatica, religiosa, per scioglierla in un protestantesimo buonista senza contenuti, tranne la “carità”, l’ecologismo, radical-pannelliano, che è il volto umanitario del globalismo, dell’omologazione di ogni nazione in un groppo di “consumatori-standard”, e della ingerenza umanitaria . Ed è precisamente per questo motivo che la Chiesa finirà – e finirà in tragedie, con le sue gerarchie scacciate e braccate ed uccise – perché ha aderito al mondo, quel mondo per cui Gesù “non ha pregato” (Giovanni 17, 6-9). Ma questo è un altro discorso. Che farò prossimamente, e i non-cattolici mi sopportino.

 

Degli Stati Uniti: ovvero come usare l’immigrazione per controllare l’Europa
di Filippo Bovo - 07/09/2015

Questo è il classico articolo scritto in tutta confidenza: lo s’immagini come un dialogo al bar, fra me ed il mio lettore. L’argomento è quello dell’immigrazione che in questi giorni sta sconvolgendo l’Europa. E’ un argomento delicato, che vede contrapporsi su opposti fronti le varie cancellerie del Vecchio Continente. Da una parte ci sono paesi come la Francia e la Germania, ed aggiungerei pure l’Italia, che si dichiarano favorevoli ad aprire le porte e a portare avanti un’accoglienza incondizionata o quasi; dall’altra ci sono quelli come la Slovacchia o l’Ungheria che invece non ne vogliono proprio sapere, e che non esitano a ricordare ai francesi e agli inglesi di non esser stati certamente loro a volere le guerre contro la Libia e la Siria, guerre che hanno provocato proprio questo drammatico esodo.

Effettivamente, nel trattare questo dramma, bisognerebbe pur avere l’onestà di dire come l’attuale processo immigratorio nei confronti dell’Europa non sia scaturito dal nulla, ma bensì che tragga origine da gravissimi eventi a monte su cui i nostri governi di qualche anno fa hanno avuto pesantissime responsabilità. E qui torniamo proprio alle già citate guerre in Siria ed in Libia, ampiamente sostenute dai nostri esecutivi e persino dalle nostre opposizioni, in nome dell’esportazione della democrazia, della lotta al cattivo dittatore di turno, e così via. Ma, per completezza, sarebbe opportuno risalire ancora più indietro, trattando del gravissimo ed inaccettabile sfruttamento a cui soprattutto le ex potenze coloniali europee quali Francia ed Inghilterra e quelle neocoloniali quali Stati Uniti e Germania hanno sottoposto l’Africa, trasformandola proprio in quel “deserto” che tanto prospera nel nostro immaginario collettivo.

Pare che tuttoggi non si possa commerciare con un paese ex colonia francese senza l’avallo del ministero del commercio e dell’economia di Parigi: già solo questo basterebbe a far capire quanto grave sia la situazione. Come può svilupparsi ed intrattenere una politica commerciale ed economica autonoma un paese della Françafrique, in simili condizioni?

Per decenni il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, poi, hanno imposto ai paesi africani prestiti col cappio al collo, con condizioni onerosissime: per avere i soldi, in pratica, dovevano privatizzare scuola, acqua e sanità, ovviamente privandosi in questo modo delle condizioni necessarie a garantirsi un futuro e quindi anche il rimborso di quegli immensi debiti. Così FMI e BM hanno potuto campare per intere decadi (ed ancora lo fanno) sugli interessi sul debito contratto dai loro debitori africani, mentre quest’ultimi annegavano nella miseria.

Quando qualche governante africano provava ad uscire dal seminato, per dirla così, ovvero a rompere questo diabolico incantesimo, veniva immediatamente impallinato: si pensi a Tombalbaye del Ciad, a Sankara del Burkina Faso, o a Gbagbo della Costa d’Avorio. Leaders tutti estremamente diversi fra loro, ma accomunati comunque dalla malaugurata idea di mettersi contro la Francia e gli Stati Uniti. E contro, soprattutto, ai loro istituti di credito e alle loro multinazionali.

Ora, dopo le guerre alla Costa d’Avorio, alla Libia, dopo gli interventi in Mali e Repubblica Centrafricana, dopo le destabilizzazioni di vari paesi come quelli del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea, a tacere poi di quelle di Yemen e Siria, ci meravigliamo per il fatto che sia esplosa la bomba e che tutti fuggano in massa verso l’Europa. Ma questo era un fenomeno assolutamente prevedibile.

Ed era tanto prevedibile che proprio gli Stati Uniti lo volevano, allo scopo di mettere sotto pressione l’Europa e più precisamente quei suoi governi maggiormente riottosi come la Slovacchia, l’Ungheria (tra i paesi dentro l’UE) o la Serbia ed il Montenegro (tra quelli extra UE). Tutto calcolato. Agli Stati Uniti serve un’Europa in continuo stato d’emergenza, plagiata economicamente e commercialmente col TTIP (il Trattato di Libero Commercio), e scollegata dalla Russia grazie alla crisi ucraina, per farne un proprio avamposto proprio contro Mosca, Pechino ed il Medio Oriente. Un satellite, un dipartimento d’oltremare, una colonia, chiamatela come volete.

E cosa s’usa per raggiungere quest’obiettivo? Qualche decina di migliaia di disperati, della cui sorte alla Casa Bianca come del resto alle varie cancellerie europee non gliene può fregar di meno, ma le cui sofferenze sono sempre così tanto redditizie per i nostri cari media controllati dalla politica, per imbonire le masse o, se è più comodo, per incattivirle. Una volta c’era la “carne da cannone” per i vari conflitti mondiali e non; oggi invece c’è la “carne da gommone”, che sorprendentemente si rivela ancor più remunerativa.

Quando l’Europa si sveglierà e s’accorgerà del raggiro, sarà ormai troppo tardi.