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7 settembre 2015

Migranti: anti-immigrazionismo di destra e di sinistra, di Antonello Ciccozzi

Lo xenofobo di destra è atterrito dai migranti perché, a partire da valori quali la tradizione e l’omogeneità, ritiene che gli “stranieri” distruggeranno un’identità nazionale immaginata alla stregua di un’essenza solida, un monumento marmoreo da preservare a tutti i costi dalle ingiurie del tempo.

La visione di un’Europa multietnica si oppone a questo attraverso i valori del mutamento e dell’eterogeneità, e da qui deriva l’idea xenofila che i flussi migratori vadano salutati nient’altro che come una positiva vicenda storica di apertura all’Altro (stigmatizzando come razzista chiunque si oppone all’accoglienza incondizionata dei migranti).

Qui penso che la cultura progressista cada vittima di una pericolosa ingenuità che cova dietro la rassicurante credenza che i migranti non facciano null’altro che salvarci pacificamente dalla nostra bassa natalità, traghettandoci in un colorato e provvidenziale orizzonte multietnico.

Intendiamoci, per quanto mi riguarda il problema non è la società multietnica. Per indole personale l’idea pluralistica di una società multiculturale non solo non mi spaventa; anzi, essendo un amante della varietà e del cambiamento, in linea di principio mi piace. Semplicemente penso che il rischio di un futuro in cui non saremo più degl’italiani che ricordano gl’italiani dell’album di famiglia non è un rischio: figuriamoci, sono uno che non solo si vieta le nostalgie, ma spesso le detesta.

Per me, come ho scritto qui dall’inizio, il problema non è la società multietnica ma l’incognita di una sua degenerazione: la banlieuizzazione dell’Europa, il disastro di uno pseudo multietnicismo del risentimento e dell’odio, senza relazioni d’interculturalità tra gruppi ostili e segnati prevalentemente da rapporti disconoscimento e di violenza reciproca; il rischio di un futuro in cui predominerà miseria, degrado e violenza. Penso che chi non si rende conto di quest’eventualità nefasta pecca d’ingenuità o d’ipocrisia.

Chi pensa che per ottenere l’integrazione sia sufficiente abbracciare un’idea di astratta tolleranza, sbaglia: a parte che la tolleranza dovrebbe essere reciproca e c’è bisogno che ci sia accordo sui valori che si considerano fondamentali, c’è un altro aspetto del problema. Se a questo flusso migratorio in catastrofica crescita (e questo finalmente s’inizia a dire sui media, come sistematicamente faccio in questo spazio da un anno, fuori da accuse di allarmismo) non corrisponderà un piano istituzionale di dignitosa integrazione lavorativa, non potremo aspettarci nulla di buono. Più gente arriva, più gli archi temporali degl’ingressi si restringono, più il proposito dell’integrazione sarà impegnativo; e senza integrazione è facile che s’inneschi una spirale estraneità-marginalità-violenza. Oggi quanta integrazione reale c’è? Approssimativamente zero.

Riusciremo a riportare l’occupazione in Europa? Sarà necessario ma non sarà facile in un continente dilaniato da un ventennale processo di espropriazione del lavoro, perpetrato in nome della globalizzazione economica; in un continente trasformato da luogo di produzione a luogo di consumo, che sopravvive aggrappato alle speculazioni capitalistico-finanziarie di un sistema bancario sempre più in bilico sul ciglio di un precipizio.

Per ora i corpi di questi nuovi migranti dell’emergenza fanno da materia prima per il sistema di profitto sugli aiuti umanitari messo in piedi dall’industria della solidarietà impegnata in quest’accoglienza al bromuro in un regime di shock economy (già, perché, se ancora non lo si è capito, questa è un’inedita versione del capitalismo dei disastri di cui parlava Naomi Klein). Questa è la negazione dell’integrazione. Poi che succederà?

Quindi, se la trasformazione etnica dell’Europa può essere vissuta come un valore o disvalore (a seconda se si è, semplificando al massimo, di sinistra o di destra), di fronte allo scenario attuale non si può non considerare anche l’eventualità di un processo degenerativo.

Presumere che chi è contro l’immigrazionismo stia necessariamente esprimendo una posizione identitarista di difesa della nazione è uno stereotipo proveniente da un’attitudine alla semplificazione: si può (e si deve) essere contro l’immigrazionismo anche per difendere una via al multiculturalismo che non porti alla banlieuizzazione (opporsi alla totale deregolamentazione dei flussi migratori non significa necessariamente essere contro le migrazioni, ma comprendere che non si bilancia un errore storico – la deregolamentazione selvaggia dei mercati – commettendo un altro errore).

Chiarito che ci possono essere due modi di essere anti-immigrazionisti, uno di destra per difendere l’identità nazionale dal multiculturalismo, l’altro, di sinistra, per difendere il multiculturalismo dalla banlieuizzazione, non posso non rilevare che però questo secondo modo di essere anti-immigrazionisti ancora non esiste: non ha ad oggi nessun riconoscimento, oltre le parole che cerco di scrivere, insieme a pochissimi altri. Non esiste perché, a partire dallo stereotipo positivo del “buon migrante”, la cultura progressista si rifiuta di considerare queste forme di alterità anche come eventuale oggetto di rischio, le riconosce solo e unicamente come soggetti di aiuto; perché, in un martellare ossessivo di sensi di colpa postcoloniali, rappresenta la loro sofferenza come cagionata solo da nostre responsabilità.

Se lo xenofobo vede unicamente cattivi clandestini, lo xenofilo, abbagliato dal mito del buon migrante, non si accorge che, soprattutto in questo clima emergenziale, può arrivare anche gente mossa da intenzioni opportunistiche, predatorie e violente; pessime intenzioni spesso supportate da un sentimento di odio per l’Occidente religiosamente e/o politicamente indotto. Però, ad esempio, in questi giorni tra i fondamentalisti della cultura dell’accoglienza c’è spazio solo per la tragedia del piccolo rifugiato annegato: i pensionati massacrati dal rifugiato non meritano lo spettacolo del dolore, sono non-persone su cui non vanno fatte narrazioni ma deve calare un regime di silenzio.

Invece se vogliamo un “restiamo umani” che non sia solo a metà (e quindi una licenza per poter essere disumani verso alcune tragedie), dobbiamo uscire da questa schizofrenia tra xenofobi e xenofili; questo vuol dire che dobbiamo abbandonare il vizio della percezione selettiva e imparare a intrecciare queste narrazioni, per riconoscere la complessità di questo flusso migratorio, senza ridurla a stereotipi né negativi né positivi. Solo in questo modo potremo costruire il clima culturale adatto per approdare a un multiculturalismo sano, evitando sia la fortezza-Europa sia l’Europa-banlieue.