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sabato 24 ottobre 2015

La deflazzione

...e gnente!

Svuotare il mare col cucchiaio!

Ma almeno ci saremo divertiti...

(?)

Nel mio primo video di una certa risonanza (
Byoblu semper laudetur), il cui titolo (partorito da Claudio) venne ripreso da un'importante progetto educativo, e poi da un saggio di uno studioso che ci onorerà della sua presenza al #goofy4, affermavo: "chi dice che a fronte di una svalutazione del 20% ci sarebbe un'inflazione del 20% è un criminale". In un video successivo Byoblu (semper laudetur) montò questa mia asserzione insieme a quelle di un simpatico dilettante dell'economia internazionale (per quanto stimato professionista nel suo campo, che non è l'economia internazionale), il quale, pensando che le mie affermazioni (precedenti) fossero una risposta alle sue sconclusionate congetture (successive), prese cappello, e la cosa finì male per lui (ma potrebbe finire peggio, se io non fossi di animo mansueto. Ma sono di animo mansueto?).

Ci penso oggi non solo perché sto andando alla
festa dell'IDV invitato dal nuovo responsabile economia (parola chiave: nuovo), ma anche perché, come ci ricorda il noto blogger del primo secolo, sufficit diei malitia sua: sconfitta per abbandono di campo l'armata Brancaleone degli adoratori della bisettrice del PUDE (geniale definizione di un altro Claudio, il Borghi Aquilini), ecco all'orizzonte l'ost dei deficienti della deflazione.

Qual è l'argomento di questi valvassori del grande capitale (al quale pensano di appartenere, e che invece a buon bisogno se li mangerà per poi evacuarli, come abbiamo visto accadere decine di volte)?

Semplice!

Deflazione vuol dire che i prezzi scendono, quindi con gli stessi soldi compro più beni, quindi è aumentato il mio potere d'acquisto.

Figata!

Capire cosa c'è che non va in questo ragionamento è facile, ma non banale, perché come vedrete,
inter alia, ci apre qualche prospettiva sulla pochezza intellettuale di un'altra sconclusionata masnada di cialtroni: quelli che "l'economia non è una scienza".

Avete letto l'intestazione di questo blog? Quella storia della discesa e della salita? La prima cosa che insegno ai miei studenti è che l'economia è fatta di pezzi piuttosto semplici. Esempio: una cosa costa di più? Di norma e in media ne compri di meno. I pezzi quindi sono semplici, ma la scienza consiste nel saperli tenere sempre insieme. La seconda cosa che insegno loro, con scarsa speranza di essere compreso, è che delinquenti e deficienti cercheranno sempre e comunque di manipolare ideologicamente il discorso scientifico presentandolo in modo unilaterale, che poi, in economia, cioè nell'analisi degli scambi fra esseri umani, significa concentrarsi su un solo lato della transazione.

Il caso della deflazione è esemplare.

Chi loda la deflazione si pone, evidentemente, da un lato ben preciso: quello del consumatore che ha una certa cifra da spendere. Nel far così non si pone due domande strettamente correlate: e quella cifra da dove gli è arrivata? E il produttore del bene consumando (non è un gerundio: è un gerundivo), lui, è contento?

Partiamo dalla fine, dal produttore, così poi non dovremo interrogarci sul principio (cioè sull'origine del reddito del consumatore).

Il produttore, ovviamente, non è contento di vendere a un prezzo più basso. Anzi! Ce lo spiega molto chiaramente il primo uomo, Adamo (Smith), in quel libro che tutti dicono di aver letto, ma nessuno ha letto, tanto meno gli ominicchi dell'economia, perché non era, questo libro, sulla "frontiera della ricerca" (limitandosi ad essere, come tutti i classici, all'avanguardia dell'umanità):

"People of the same trade seldom meet together, even for merriment and diversion, but the conversation ends in a conspiracy against the public, or in some contrivance to raise prices".

(...
invecchiando, anch'io veggio "come quei c'ha mala luce": la mia memoria a breve termine si sbriciola, ma quella a lungo è infallibile, e ci piazzo subito i nemici: ancora ricordo quando e dove lessi questa pagina, sul pontone del DLF a Ponte Margherita, abbacinato dal sole agostano e stordito dal frinire delle cicale: avevo ventitré anni e mi chiamavano, con quella bonomia scanzonata, affettuosa e dissacrante dei romani veri, "er professore": perché si vede che la mia vocazione era evidente a tutti, tranne che a me, cosa che, come sapete, accade anche delle corna...)

(...
Rockapasso ovviamente è una santa, e comunque io prima di tornare a casa telefono: anche questo lo imparai su quel pontone, insieme a tante altre cose delle quali via via vi ho parlato...)

(...
ah, a proposito: questa semplice e limpida verità - non quella sulla telefonata, quella sui prezzi - è espressa nella parte II del Capitolo X "Of wages and profits in the different employments of labour and stock" del Libro I "Of the causes of the improvement in the productive power of labour". Così, tanto per dire che di produttività e conflitto distributivo non è che ne abbia cominciato a parlare Carletto il marziano: quello che c'era da dire era ed è sempre stato piuttosto ovvio...)

(...
scusate, un'altra parentesi: chiunque vi citi Smith, tranne me, non lo ha letto. Ve ne darò ulteriori dimostrazioni. Di due cose sono certo: di questa, e del fatto che morirò. Il resto è tutto opinabile...)

Allora, riprendendo il discorso: se i produttori aspirano così tanto ad alzare i prezzi, al punto che per farlo sono disposti a venire a patti coi propri concorrenti (
conspiracy, oggi si direbbe "cartello"), e che questo chiodo fisso li ossessiona anche durante le ore di merriment and diversion, capirete bene che se li abbassano lo fanno obtorto collo.

E, devo dire, io i produttori li capisco.

Sarà forse perché non ho passato la gioventù a berciare slogan pseudoprogressisti, nella speranza che essi mi dessero accesso al fiorente mercato della libertà sessuale (prodotto tipicamente "de sinistra" alla mia epoca). Avendo risolto abbastanza presto (e bene) il problema dell'accoppiamento (ve lo racconto un'altra volta), ho potuto seguire un percorso intellettuale relativamente indipendente, che se non mi ha portato nelle redazioni dei quotidiani ossequienti verso il grande capitale via "cioèporcoddiocompagninellamisuraincui", mi ha però condotto oggi a non considerare sempre e comunque l'imprenditore come un nemico. Un nemico è qualcuno da eliminare, a prescindere da quali siano le sue ragioni. E infatti molti, a sinistra, hanno voluto l'euro perché sapevano che avrebbe eliminato tanti imprenditori-nemici, senza interrogarsi su cosa sarebbe successo a tanti dipendenti-amici (avete presente quel discorso sul tenere i pezzi insieme?), e ce lo hanno anche detto: ricordate quei discorsi sulla piccola impresa metastasi dell'economia, e sull'interclassismo visto come malattia della pelle (laddove D'Attorre, per esempio, ne da una valutazione diversa - e quindi, a seguire, rapida conversione a U dei vari Rodomonti - se sapeste quante risate mi faccio! Non state troppo in pensiero per me...). Io preferisco considerare i diversi attori economici come portatori di interessi non necessariamente allineati ai miei, e, pensate un po', sono così speranzoso nell'umanità da illudermi che se faccio lo sforzo di capire come ragiona chi ha interessi diversi dai miei, forse mi sarà più facile trovare con lui una composizione non violenta dei nostri interessi.

Detto da uno che in fondo è una combinazione convessa di Cimourdain e Javert, uno che comunque basta a se stesso, e la cui massima aspirazione è la solitudine, direi che è un'affermazione impegnativa! Approfittatene, durerà poco...

L'errore metodologico commesso dai vari deficienti, e dai loro ascari, gli epistemologi da bar, è banale ma radicale: non capire che il processo produttivo avviene nel tempo (cominciate a intuire la differenza fra scienza e opinione?). Eppure non ci vorrebbe molto ad afferrare che prima si acquistano le materie prime, poi le si trasformano - pagando chi lo fa - e poi si vende il prodotto finito. Se i prezzi, durante questo ciclo di produzione, scendono, credete che il produttore sia contento? Direi di no. I contratti (di lavoro, di erogazione del credito, di acquisto delle materie prime) sono stipulati in termini nominali, cioè non sono corretti per la variazione dei prezzi (fatti salvi, ovviamente, casi molto particolari e qui non rilevanti, come quelli di certi prodotti finanziari indicizzati all'inflazione). La rapida morale di questa favola è che in presenza di deflazione il produttore in buona sostanza si troverà a vendere i suoi prodotti sottocosto o giù di lì: ricaverà meno dalla loro vendita di quanto ha speso per acquistare i materiali e pagare i lavoratori.

Come pensate che reagirà, a questa aggressione del mercato, il produttore?

Come chiunque: difendendosi.

E come può difendersi?

Come chiunque: attaccando.

Dato che sul prezzo delle materie prime c'è poco da fare, perché non dipende né da lui, né dalle politiche economiche del paese, il produttore per difendere i propri margini non potrà fare altro che agire sul costo del lavoro: pagare di meno i lavoratori. E siccome questi, legittimamente, non sono del suo parere, il produttore sarà costretto a licenziarne alcuni, secondo il noto principio del colpirne uno per educarne cento, slogan ingiustamente attribuito alle BR, quando invece vediamo ogni giorno che esso riflette l'essenza più intima del libbberismo (con tre "b"): cosa c'è di meglio di un lavoratore in più a spasso, per convincere gli altri cento (a spasso pure loro) ad accettare un salario inferiore?

Ma questo, voi, qui, dovreste saperlo, perché
io ve l'avevo detto prima che ve lo dicesse lui...

(...
che tristezza vedere il commento di massimorocca sotto a quel post! Pensare che mi è toccato bloccarlo. Ma c'è chi ha fatto sacrifici peggiori - vedi alla voce Cimourdain - e sono ormai un efficiente elaboratori di lutti: questo mi chiede l'appostismo, che, come tutte le ideologie, è intrinsecamente totalitario...)

(...
apro e chiudo una parentesi a beneficio di un'altra categoria di imbecilli - stultorum infinitus est numerum - quella dei materieprimisti, i dilettanti i quali sostengono che una svalutazione ci sterminerebbe facendo aumentare i prezzi in valuta nazionale delle materie prime. In realtà, i produttori sanno bene che, anche senza scomodare il cambio, una diminuzione dei prezzi delle materie prime può essere anch'essa perniciosa, anche se accade nella valuta di origine. Mi spiego: se un ciclo di produzione dura sei o sette mesi (dall'acquisto del materiale alla commercializzazione del prodotto), e nel frattempo c'è un crollo conclamato dei prezzi delle materie prime (come adesso), cosa pensate che farà l'acquirente? Chiederà lo sconticino. Piccolo problema: le materie prime sono state acquistate prima (lo dice la parola stessa: "prime"), a prezzo alto. Quindi sconticino de che? Lo sconticino, eventualmente, potrei fartelo fra sei mesi se le materie prime le comprassi oggi. E invece mi tocca farlo oggi, perché se è vero che i produttori in tempi normali si mettono d'accordo per tirare su i prezzi, è pur vero che con la crisi si scatena anche fra loro la guerra per bande (tecnicamente: politica di prezzo predatoria), e quindi vuol difendere la quota di mercato deve regolarsi di conseguenza. Naturalmente anche queste tensioni si scaricano a valle, per cui riprendiamo il discorso...)

La conclusione è che, naturalmente, se torniamo a vedere la cosa dal punto di vista del consumatore, il calo dei prezzi non sarà di alcun beneficio non solo a chi si trova nella "corner solution" (cioè perde il lavoro, e quindi il suo salario "schizza" verso l'origine degli assi cartesiani, nel punto di coordinate doppio zero - come la farina...), ma anche a chi si trova in posizioni intermedie, per cui mantiene il lavoro, ma deve subire un taglio, come ormai avviene ovunque. Anche perché, vedete, la deflazione è di pochi decimi di punto percentuale, ma stranamente (chissà perché?) i tagli di salario dei quali sentiamo parlare sono tutti dell'ordine di un 20%. Sarà forse perché questo è, a spanna, il
differenziale di inflazione cumulato che dobbiamo recuperare rispetto ai padroni del vapore?

Ma no, son coincidenze, come quella che ieri mi ha fatto incontrare un imprenditore nemico (Guido Crosetto) al supermercato: ci siamo guardati negli occhi e mi ha detto: "il paese è morto".

Bene.

Capita la storia?

Credo di sì.

Chi è il cattivo?

Non c'è.

Perché io vi sto facendo un ragionamento scientifico, e fra l'altro nemmeno molto originale: come vi ricorderete, Keynes (fra i tanti altri) ha chiarito prima di me come e perché
la deflazione non è nell'interesse dei dipendenti (earners), che anzi traggono beneficio dall'inflazione. Ma questo è un fatto, che prescinde dalle intenzioni (buone o cattive).

Ecco: altra piccola lezione di metodo. Ogni volta che vi raccontano una storia con un cattivo (e/o un buono) siete usciti dal dominio della scienza. I rapporti di forza sono rapporti di forza, non hanno in sé una dimensione etica. La loro composizione pacifica dovrebbe essere il fine della politica. Per evitarla, chi controlla l'informazione oggi vi racconta una favola, quella secondo cui la politica è corotta, se sò magnati tutto, castacriccacoruzzzione, e via andare, per cui la politica va sostituita o dalla tecnica, o dall'onestà (che ovviamente non si escludono a vicenda, pur essendovi qualche dubbio che la prima implichi la seconda, e la pressoché assoluta certezza che la seconda fattualmente escluda la prima...). La favola nella quale il cattivo è la politica ha un ovvio scopo, quello di convincervi che non avete bisogno di politica. Questa morale è conforme agli interessi di chi controlla l'informazione, che in democrazia è un bene prezioso, ma soprattutto costoso (vedi il
dizionario), cioè agli interessi di chi ha tanti, ma tanti soldi, e quindi, per dirla con Keynes, non appartiene certo al mondo degli earner, e non appartiene necessariamente nemmeno al mondo dei producer, ma senz'altro appartiene a quello dei rentier, di quella comunità finanziaria internazionale che sta cercando di imporci un modello (s)piacevolmente statunitensi di organizzazione del nostro vivere (in)civile, secondo linee che credevo di aver tracciato in modo sufficientemente nitido qui.

Ho cercato di spiegarlo nuovamente ieri a Coffee Break, e forse ci sono riuscito (
giudicate voi).

Riassumendo: parlare dei benefici della deflazione significa schierarsi dal lato del consumatore (cioè della domanda) senza considerare le ragioni del produttore (cioè dell'offerta). Un atteggiamento antiscientifico e tanto più sospetto in quanto chi ce lo propone abitualmente si schiera unilateralmente dal lato dell'offerta (cioè della produzione) per caldeggiare misure di "riforma" (via flessibilizzazione del mercato del lavoro) chiaramente volte a conculcare i diritti e le ragioni della domanda (cioè dei consumatori). Non vi sembra paradossale? Lo è, e questo paradosso è l'indicatore più evidente di una consapevole disonestà intellettuale in chi porta avanti ragionamenti che erano chiusi per Keynes negli anni '30 (e probabilmente anche per Smith negli anni '70 - del 1700, però...).

Ma naturalmente ci vuole un certo orecchio musicale per apprezzare certe dissonanze. Ma a voi v'ha rovinato er gèzz. Voi siete quelli per i quali un accordo di
settima di quarta specie può avere funzione di tonica! Come faccio a farvi capire che chi oscilla opportunisticamente dal punto di vista del produttore (quando vuole difendere il calo dei salari) a quello del consumatore (quando vuola laudare il conseguente calo dei prezzi) lo fa per prendervi per i fondelli?

Ecco, cerchiamo anche capirci su due cose, prima di chiudere il discorso.

La prima è la fallacia di composizione. Il produttore che a fronte di una diminuzione dei prezzi spunta una diminuzione del "costo del lavoro", che lo faccia perché costretto o perché si crede fuuuuurbo (la dimensione soggettiva non ha alcuna importanza), di fatto si condanna a ulteriori diminuzioni dei prezzi, in una spirale che collassa in un punto: quello in cui deve licenziare tutti, e alla fine la fabbrichetta la porta avanti da solo (e sta succedendo anche questo).

Il secondo è che nulla succede esattamente per caso. Nel gioco che ho appena descritto i lavoratori perdono subito, e i produttori perdono dopo un po'. Questi ultimi, quindi, di questo gioco si fanno efficaci pedine, anche perché sapientemente subornati dal "sesomagnatitutto", dall'astio contro lo "statoladro" (guarda caso, chissà perché, aizzato proprio da quelli
che autorevolmente decantano le virtù della deflazione, e fomentato dagli "onesti" di ogni forma e di un solo colore: il bianco camicia, che è qui da noi il colore delle rivoluzioni made in Usa). Ma naturalmente in economia non è possibile che tutti perdano! Non ho mai visto gettare soldi nel cratere di un vulcano: se si adottano regole che conducono oggettivamente alla distruzione di valore ostacolando le dinamiche del processo produttivo, comunque qualcuno ci guadagnerà. Chi? Naturalmente chi è in posizione creditoria netta, come spiega tanto bene Keynes. Guarda caso, l'attuale governo italiano è espressione diretta di istanze appartenenti a questo mondo.

Sarà così per sempre?

Se penserete che tecnica e onestà possano sostituire la politica sì. Ovviamente sarebbe una catastrofe, ma io guardo il bicchiere mezzo pieno: ve la sareste meritata.

Se l'è sicuramente meritata il fesso che, immancabilmente, interverrà accusandomi di aver fatto un elogio della corruzione e della disonestà. Se non ha capito che il mio discorso è totalmente diverso, direi opposto (perché è un richiamo alla prima onestà, quella intellettuale), non avrà ovviamente nemmeno capito qual è la sintesi di questo ragionamento: chi difende la deflazione è deficiente, cioè evidenzia un deficit. Se il deficit sia intellettivo o etico non saprei dirlo, dipende caso per caso, e non è comunque rilevante. Ma il punto è, amico imprenditore, che se non vuoi capire il discorso che ti ho fatto qui, e se preferisci credere che il problema sia che "sesomagnatitutto", non ci saranno limiti a quello che ti potrà accadere, e ti sarai meritato tutto. Se invece queste parole ti hanno fatto riflettere, e se la composizione pacifica del conflitto sociale non ti disturba, come prospettiva, allora mettiti una mano sul cuore, se tieni a sinistra il portafoglio.

Questo è l'unico progetto di divulgazione che cerca di prendere in conto le tue ragioni senza considerarti un nemico, senza far finta di difendere il tuo interesse, e senza far finta di credere che esso coincida con quello dei tuoi dipendenti. Ci sono aree di interesse comune, e ci sono ovvie aree di divergenza (vedi l'intestazione di questo blog): ci sono sempre state e sempre ci saranno.

Ma la morte di questo paese non fa comodo a nessuno, se non agli avvoltoi che vogliono cibarsi del suo cadavere.

Prova a pensare quanto ti conviene veramente.

Poi, se pensi che il suicidio dell'Italia non ti convenga, renditi conto di quanto ho fatto da solo, e, se sei un vero imprenditore, fai un investimento (
le istruzioni sono qui).

E se invece sei un dipendente? Bè, in quel caso forse mi stai già sostenendo, e allora grazie: sto lavorando, come sai, anche per te.

E se invece sei l'amministratore delegato di una banca? Bè, allora questo discorso forse lo vedi come il fumo negli occhi (a meno che la tua banca non sia in procinto di essere comprata da una più grande, e tu cortesemente accomodato alla porta, nel qual csao due domande forse te le stai facendo). Sai com'è, non si può dispiacere a tutti. Ma chiunque tu sia, e per quanto tu sia convinto che la crisi non ti toccherà, sappi che questa tua convinzione è sbagliata.

Puoi scegliere fra comprare tempo, mettendo la testa sotto la sabbia (per eleganza non ti ricordo cosa resterà fuori), e comprare libertà, sostenendo questa voce.

E farai la scelta sbagliata.

Buona fortuna.