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lunedì 12 settembre 2016

#goofy5


La verità.

Scritta su un documento ufficiale della Commissione Europea, il rapporto
Employment and Social Development in Europe 2013.

Correva l'anno 2014, e, come potete facilmente immaginare, non ho proprio idea di come il
team di economisti coordinati da László Andor fosse giunto a simili conclusioni. Vi prego solo di apprezzare la differenza fra un post-Keynesiano e un neokeynesiano. Quello che il post-Keynesiano Andor affermava, anche se a noi può sembrare banale (e a molti di voi solo con il senno di poi, e solo perché mi avete incontrato), non era una cosa così ovvia da dire nel 2014, in piena campagna elettorale per le europee, rivestendo la posizione che Andor rivestiva (Commissario per l'Occupazione, gli Affari Sociali e l'Integrazione), e partendo dalle premesse ideologiche dalle quali Andor partiva: quelle della sostanziale giustezza del progetto politico cui egli ha convintamente partecipato. Nulla a che vedere con la tardiva resipiscenza del neokeynesiano Joe, che fra l'altro, come previsto, non mi pare stia dando un enorme impulso al dibattito: dal letame può nascere un fiore, ma dalle banalità può nascere solo altra banalità.

Dire l'ovvio in ritardo, sotto l'ombrello di un prestigioso riconoscimento ottenuto per altri meriti intellettuali (
see below), senza rivestire alcuna carica politica (esplicita), non è un particolare segno di coraggio intellettuale, a mio avviso. Se posso capire le reticenze dei politici, non posso capire quelle dei miei colleghi, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di dire chiaro e forte, il più tempestivamente possibile, che questa cosa non poteva funzionare. L'ingegnere che aspetta il crollo per dire che i piloni sono di argilla va a processo.

Di ben altra caratura l'integrità e il coraggio intellettuale di Andor, che pur essendo "unionista" (ora come allora), non rifuggiva dal mettere in luce con estrema precisione le criticità del progetto in cui credeva e crede, nel quale era coinvolto, e che tuttora difende.

Forse questo enorme spread intellettuale dipende dal fatto che l'Europa non ha una sola grande isola, l'Inghilterra. Ne ha due, e la seconda, come sa chi ci abita o ha avuto comunque la fortuna di soggiornarci, è l'Ungheria. Un'isola, certo, non in senso geografico, ma culturale: da qui una certa indipendenza di giudizio dei suoi abitanti, che per questo vengono diffamati a man salva dai nostri media conformisti, come abbiamo avuto modo di
deplorare in altre occasioni. Forse dipende dalla differenza fra post- e neokeynesiani, laddove i secondi sono, di fatto, economisti ortodossi la cui raison d'être è intrinsecamente disonesta, perché consiste nel giustificare, adottando i metodi del mainstream, la tesi del mainstream secondo cui la Teoria generale di Keynes sarebbe in realtà un caso particolare del modello "vero" del mondo, il modello di equilibrio economico generale: quel caso particolare in cui i prezzi sono rigidi (per una somma di motivi) e quindi purtroppissimo il sistema dei prezzi non può condurci verso un'allocazione delle risorse efficiente e di piena occupazione.

Il mattoncino messo dal partigiano Joe a questo muro di menzogne è quello per il quale è stato debitamente ricompensato (a pari merito):

cioè l'idea che purtroppissimissimo, signora mia, il problema della disoccupazione è che i salari non possono raggiungere il loro livello (basso) di equilibrio, quello al quale tutti sarebbero occupati, e non possono farlo perché ad alcuni imprenditori conviene pagare un po' di più i dipendenti fannulloni per incentivarli a lavorare bene, anziché sostenere costi di monitoraggio per individuarli (sarebbe l'ipotesi del cosiddetto
salario di efficienza). "Asymmetric information", nel caso in specie, significa questo: che il dipendente sa se ha intenzione di lavorare sul serio, mentre il datore di lavoro (il master, per dirla con Smith) non conosce le intenzioni del proprio dipendente. Apprezzerete la finezza con la quale si dà per implicito che il dipendente sia un lazzarone: molto gianniniana, non trovate? Con queste premesse, la scelta individualmente razionale di usare un "extra-salario" (extra rispetto al livello di equilibrio economico generale walrasiano) per incentivare i propri lavoratori fa sì che a livello macroeconomico il salario sia troppo alto, il che, per Giannino come per Stiglitz, è la radice del problema. Insomma: per questi due intellettuali, il problema della disoccupazione sarebbe immediatamente risolto se gli uomini potessero leggere nel pensiero.

Peccato che in tal caso avremmo ben altri problemi (a partire da un'ondata di omicidi passionali...).

Ma questo, lo capite, non ha nulla a che vedere con Keynes.

Il ragionamento keynesiano è un altro, ed è quello che Andor ha avuto il coraggio di applicare (e, fra gli altri,
Flassbeck vi ha illustrato con chiarezza ammirevole al precedente #goofy): il mercato del lavoro non è come quello delle patate, perché sul mercato del lavoro il prezzo, cioè il salario, è una componente della domanda aggregata, cioè della capacità di spesa complessiva dell'economia, e quindi è illusorio pensare, come Stiglitz o Giannino, che il problema della disoccupazione si risolva facendo scendere il salario (scivolando verso il basso lungo la curva di domanda, per gli alfabetizzati), perché questo scivolone ridurrà inevitablmente il fatturato delle imprese (dato che i dipendenti/clienti non avranno di che spendere), e quindi porterà a maggiore, non minore disoccupazione.

Questo significano le paroline: "the negative demand effects of wage containment precede the positive effects of improved exports performance", che poi sono anche le paroline che ci spiegano perché, pur avendo come paese un sostanzioso surplus di bilancia dei pagamenti, come individui non arriviamo alla fine del mese...

Il coraggio e l'onestà intellettuale di Andor si vedono anche nel fatto che lui, a differenza di altri, ha accolto il mio invito ad aprire i lavori della
quinta edizione della conferenza internazionale Euro, mercati, democrazia, che si svolgerà a Montesilvano il 12 e 13 novembre prossimi, pur sapendo perfettamente che la mia opinione sul significato complessivo del progetto unionista diverge totalmente dalla sua. Non vi annoio su come un commissario europeo abbia contezza delle farneticazioni di un oscuro economista di provincia.

Vorrei ora tornare sulle parole dell'amico Claudio Borghi, quelle con le quali aprì, in modo dialetticamente molto efficace, il suo intervento all'ultimo nostro convegno annuale: parole che reputai e reputo appropriate, condizionatamente alla veste in cui Claudio interveniva nel dibattito, che era quella di uomo politico (anche lui, come me, ha una doppia o tripla vita...). Una cosa del tipo "
siamo qui a celebrare il nostro fallimento". Ora, io posso anche essere d'accordo sul punto politico, che va però riferito a quali obiettivi uno si sia posto (more on this later). Fatto sta che come comunità e come associazione culturale, posto che sia importante dare un segno di apertura al dialogo (e entro certi limiti lo è), capite bene che poterlo fare con un personaggio della statura di Andor rappresenta comunque un momento di forte crescita, soprattutto se riandiamo col pensiero a certe deludenti esperienze del passato.

Spero quindi che questa notizia vi inorgoglisca, come deve.

Prima di annunciarvi il resto, torno su due punti politici: gli obiettivi, e il dialogo, per chiarire quali sono, a mio avviso, due cose inutili (e quindi dannose).

Circa gli obiettivi, credo che i fatti abbiano dimostrato a sufficienza quanto da sempre ho cercato di portare alla vostra attenzione. L'obiettivo "no euro" è un non obiettivo politico, non solo perché ogni messaggio negativo è intrinsecamente perdente, ma anche per il motivo implicitamente delineato da Claudio, e esplicitamente delineato da me in mille altre occasioni. Un movimento "trasversale" costruito con lo scopo di abbattere l'euro cesserebbe di esistere il giorno dopo l'inevitabile caduta dell'euro. Porsi questo obiettivo condanna alla morte politica (il che, ovviamente, è un problema non per me, ma per chi vuole avere una vita politica), esattamente come non porsi questo problema condanna Renzi a un prepensionamento molto anticipato ai giardinetti di Rignano. Il fatto è che l'obiettivo della mia divulgazione, e quello della mia attività di ricerca, e quello per il quale ho costituito e vi ho chiesto di sostenere a/simmetrie, è lievemente più ampio, e meno sterile. Non si tratta di abbattere un nemico di paglia come l'euro, che l'amico amerikano ha già deciso di togliersi di torno. Si tratta di riflettere su come mediare fra gli interessi delle tante forze sane del paese (dove per "sano" intendo "non completamente asservito al capitalismo estero"), su come proporre soluzioni costruttive per smussare le tante asimmetrie economiche, che non sono solo quelle sulle quali il partigiano Joe ha costruito il suo impero intellettuale, sul quale non tramontano mai le sòle. Si tratta di ripensare profondamente il rapporto fra Stato e Mercato, ma anche quello fra Democrazia e informazione. Si tratta di temi che possono forse sembrare astratti a chi non ci ha seguito nel corso degli anni, ma che voi, la mia comunità (lo dico con orgoglio), riuscite a seguire nelle loro articolazioni concrete.

Sì, anche questa è un'idea profondamente keynesiana: l'idea che "
practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct economist".

E vorrei qui spendere una parola anche sul dialogo. Continuo a ritenere sostanzialmente inutile il dialogo fra tolemaici e copernicani nell'A.D. 2016 (come già lo ritenevo quando iniziai la mia battaglia, nell'A.D. 2010). A questo principio sono evidentemente ammesse delle eccezioni, che non sono di natura intellettuale (discutere sul fatto se la Terra sia piatta ascoltando tutte le opinioni per poi decidere con la propria testa è, come sappiamo, roba da insetti: forme di vita che personalmente ammiro, ma alle quali non affiderei il mio futuro politico), ma di natura etica e politica. Detta in termini molto crudi: dialogare con un disonesto che non conta nulla anche no. Farlo con una persona onesta che comunque ha rivestito ruoli di responsabilità, perché no?

Il programma del convegno vi riserva altre sorprese, spero piacevoli. Avremo con noi Kelly Greenhill, l'autrice di
Armi di migrazione di massa, o meglio di Weapons of mass migration (visto che, con mio grande stupore, non sono riuscito a trovare tempestivamente un editore italiano per un libro che è già uscito in edizione tedesca e che si venderebbe come il pane, perché lo merita: ma io ora devo risolvere i problemi miei, che sono tanti, e ai problemi degli altri ci pensino un po' loro...). Kelly, che tengo costantemente aggiornata (grazie a voi) sugli sviluppi del simpatico gioco di ruolo fra Recep e Angela, ci parlerà del suo ultimo lavoro.


Il tema principale del convegno, comunque, è quello di come si possa far parte dell'Unione Europea gestendo una propria valuta nazionale. Caratteristica questa che accomuna tante esperienze di successo, a partire da quella della Repubblica Ceca, tutte rappresentate al convegno. Naturalmente la porta è aperta al prof. Reichlin, laddove voglia porre a qualche funzionario di banca centrale le domande francamente sconcertanti che gli ho visto articolare qualche tempo fa su un giornale che non nomino (fondate sull'idea veramente bislacca e drammaticamente sbriciolata dall'evidenza empirica secondo cui "
se vuoi avere il diritto di esportare negli altri paesi europei devi anche accettare di entrare in un qualche accordo di cambio, anche se meno rigido di quello attuale"). Magari Mojmir Hampl (un liberista che non si nasconde dietro un dito) potrà spiegargli come fa un paese libero a gestirsi in coerenza col principio di autodeterminazione dei popoli, quel principio che qui da noi gli ex-comunisti e la loro progenie non condividono più nemmeno a chiacchiere...

Non è però questo solo un convegno di apertura, di dialogo.

È anche un convegno di chiusura, di protesta, e voglio rendere esplicita e condividere questa scelta che credo trasparirà dal programma. Abbiamo scelto di non invitare né politici né giornalisti italiani. Al netto del fatto che le generalizzazioni (cui loro ci hanno abituato) espongono al rischio di razzismo (che loro hanno praticato nei nostri confronti), credo di interpretare un sentimento diffuso se dico che i politici e i giornalisti italiani, come professione (o corporazione, o casta) ci hanno profondamente deluso (con le debite eccezioni).
La loro subalternità assoluta e totale, la loro radicale incapacità di difendere i nostri interessi ce li rende, più che sgraditi, superflui. D'altra parte, la nostra dimensione è quella internazionale, non quella provinciale dei vari "oni", "ini" e "ino" (ma anche "ina"). E di questo, dopo cinque anni di tentativi, bisognerà pure rassegnarsi a prendere atto. Certo, questo comporta un costo aggiuntivo: il convegno si svolgerà quasi tutto nella lingua del padrone. Ma, come sempre, forniremo traduzione simultanea, e fra voi sarete liberi di parlare in italiano...

Bene.

Ora sta a voi dimostrare se gradite l'iniziativa, e se la sostenete. Siamo sempre di più, nonostante qualche dolorosa perdita, come quella di Felice, che chi ha conosciuto non può dimenticare, e il posto però è sempre quello: non me la sono sentita, in un periodo di deflazione, di imporvi un aumento dei costi.

La
pricing policy è piuttosto chiara, quindi, come dire: datevi da fare...

(...
nota:contrariamente al solito, questo post contiene una menzogna...)