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lunedì 4 gennaio 2016

Indici della produzione industriale: il manifatturiero
Forse è meglio lasciarci alle spalle certe cose brutte e mettere in prospettiva quanto sta succedendo. Ne approfitto anche per chiarirvi un paio di concetti sugli indici, che non mi pare siano chiari a tutti.

Il sito dell'Eurostat ci fornisce i dati degli
indici della produzione industriale a partire dall'inizio degli anni '90. Qui confrontiamo quelli del settore manifatturiero per Italia e Germania:


Alcune riflessioni immediate:

1) una cosa come quella che è successa nel 2008 non si è mai vista. Qui la colpa non è tanto dell'eurone, quanto dell'entità dello shock arrivato dagli Stati Uniti.

2) In Italia non si è nemmeno mai vista una cosa come quella successa nel 2011, e qui la colpa invece è dell'eurone, perché il secondo crollo della produzione industriale, dopo una ripresa sostanzialmente in linea con quella tedesca, è in diretta connessione con le politiche di austerità, cioè con l'euro (come spiego ad esempio
qui).

3) Ci vuole un occhio un po' esperto per notarlo, ma, se ci fate caso, la dinamica della produzione tedesca si arresta a partire dal 2011. L'austerità che la Germania ha imposto ai suoi satelliti al fine di far risanare le sue banche dai loro contribuenti non le ha molto giovato in termini di sviluppo.

4) Un occhio ancora più esperto vedrà quello che è successo fra 1992 e 1994.

Una notazione metodologica.
Voi lo capite, vero, che questo grafico non dice che negli anni '90 l'Italia produceva più della Germania? Gli indici rappresentano la dinamica di un fenomeno, la sua maggiore o minore velocità. In altre parole, quello che il grafico ci dice è che la produzione industriale in Germania è cresciuta più rapidamente (anche se la sua crescita negli ultimi anni si è arrestata).

Forse per occhi inesperti è meno ingannevole un grafico nel quale si prenda come anno base il primo del campione, che in questo caso è il 1991. La figura si presenta così:


e qui in effetti si capisce meglio cosa è successo all'inizio degli anni '90, e si vede anche quando inizia il declino dell'economia italiana (sostanzialmente, intorno al 1997 per i motivi che vi ho spiegato senza
peer review qui e con peer review qui, suscitando una certa attenzione). Nota che dopo la batosta presa con il riallineamento del 1992-93, la produzione industriale tedesca ricomincia a crescere sostanzialmente dal 1997 (chissà perché...) e la sua dinamica accelera dal 2004 (chissà perché...).

Ma, come vi ho detto da subito, la Germania avrebbe segato il ramo sul quale siede. Sì, naturalmente è riuscita a riprendersi, parassitando i paesi circonvicini, mentre noi rimaniamo sostanzialmente inchiodati al minimo storico raggiunto nel 2009, al quale ci ha ricondotto l'austerità di Monti. Ma, come vi dicevo prima, e come qui si vede meglio, da quando ha recuperato, la sua produzione industriale ha comunque smesso di crescere.

Per crescere, la produzione industriale tedesca ha bisogno di una Europa florida e dall'aiutino di un cambio sottovalutato. Oggi ha solo la seconda cosa, ma non la prima. Truccare le carte indebolendo la valuta non la aiuta moltissimo, perché chi le sta intorno (ma, come vedremo, anche chi non le sta proprio a un tiro di schioppo) di soldi non ne ha più.

Altra precisazione per i nuovi arrivati.

Indebolire la valuta è fisiologico se sei in deficit. Diventa truccare le carte se sei in surplus (come la Germania e l'Eurozona sono nei riguardi del resto del mondo). Chi è in surplus dovrebbe rivalutare: la valuta dell'esportatore è richiesta per acquistarne i beni (per inciso, e di riflesso, questo meccanismo causa l'indebolimento della valuta dell'importatore). Ma se l'euro si rivalutasse, soffrirebbero le imprese del Sud che esportano verso i paesi emergenti (ad esempio in Italia), e questo accrescerebbe le tensioni centrifughe dei paesi "periferici" dell'Eurozona. La BCE, ovvero la Banca centrale indipendente da un governo che non c'è (quello europeo) ma dipendente da un governo che c'è (quello tedesco) sta quindi manovrando, anche attraverso il QE, per far indebolire l'euro con manovre finanziarie che contrastano quelle che sarebbero le naturali tendenze al rialzo determinate dalle dinamiche commerciali. Sostanzialmente, sta facendo scendere a zero i tassi di interesse, e quindi sta indirizzando gli investitori su titoli definiti in altre valute - e questo abbandono dell'euro per motivi finanziari si riflette sulla sua quotazione, nonostante l'euro sia domandato per motivi commerciali, cioè per acquistare i prodotti tedeschi.

È chiaro che agli occhi degli USA (ma non solo) la Germania, così facendo, sta truccando le carte perché svaluta pur essendo in surplus estero.  Questo però non le giova per almeno un paio di motivi:

1) perché il resto del mondo non sta lì a guardare, e reagisce. Abbiamo visto quest'estate (prima di tanti altri) come
la svalutazione del cambio cinese fosse nient'altro che il comprensibile desiderio di restituire al mittente (cioè a noi) il pacco che avevamo rifilato alla Cina svalutando rispetto al dollaro (e quindi anche rispetto a lei).

2) perché gli impatti della svalutazione sui paesi periferici (in particolare, sull'Italia) sono meno propizi di quanto si sperava, come noi avevamo
ampiamente motivato e previsto.

E quindi? E quindi la Germania riesce per la terza volta in un secolo a portare l'Europa in guerra contro gli Stati Uniti, senza alcun particolare costrutto per se stessa, ma anzi mettendosi in difficoltà. Perché, come avrete capito, per svalutare l'euro bisogna far scendere i tassi di interesse europei (che in Germania ormai sono negativi). Ma se i tassi di interesse scendono, gli accantonamenti ai fondi pensione non rendono nulla, e quindi il firtuoso sistemen pensionistiken tetesken si rivela insostenibile, pur essendo a capitalizzazione e non a ripartizione, semplicemente perché quando non ce n'è per nessuno, non ce n'è per nessuno. Farebbe molto più comodo alla Germania vivere in un mondo nel quale il denaro avesse un costo non drogato dalla necessità di tenere i cocci insieme, e dove però i titoli di Stato potessero essere considerati investimenti sicuri (perché garantiti dalla Banca centrale di ogni singolo Stato, anziché dalla BCE che cerca di fare gli interessi di uno solo di essi).

Le farebbe comodo cioè darci autonomia e quindi ossigeno, perché se non cresciamo noi, poi non cresce nemmeno lei. Ma loro non vogliono crescere: vogliono predare. Son fatti così, bisogna volergli bene, non possono cambiare, vanno presi come sono e aiutati a non sbagliare troppo. Ovviamente è un compito impossibile e quindi ci aspettano gravi tensioni internazionali (ma questo lo sapete).

Bene.

Abbiamo fatto un po' di informazione. Non è il nostro lavoro, ma visto che chi dovrebbe farlo non lo fa, spero che non si lamenti se lo abbiamo surrogato, visto che invece a noi riesce piuttosto bene (nonostante non ci paghino per farlo). Naturalmente, se l'articolo vi è piaciuto,
sapete cosa fare.