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domenica 7 agosto 2016

Il partigiano Joe

(...a Massimo, con sincera amicizia e solidarietà...)

Ma veramente credete che uno nato e cresciuto in quello che si propone come "stato federale", ma che in realtà è un immenso stato nazionale, animato da una monocultura anglosassone dominante, e da un nazionalismo ferocemente identitario e messianico, possa capire le aporie antropologiche e culturali del progetto di integrazione politica europea!?

Ma veramente pensate che uno nato e cresciuto in un paese che emette moneta di riserva, quella che per molti anni è stata praticamente l'unica moneta di riserva (e ancora è quella dominante perché garantita da adeguate riserve di plutonio) possa capire la logica economica del vincolo esterno, che così pesantemente ha condizionato l'ideologia e la prassi quotidiana del cosiddetto europeismo!?

Dai, su, siamo seri!

La dimensione italiana del dibattito prossimo venturo sul partigiano Joe è riassumibile in una semplice frase: la sinistra degli inutili tsiprioti aveva bisogno di un altro santino, e lo ha trovato.

Se lo tenga.

(...
noto peraltro con compiacimento la perfidia di Dagospia nel rilevare come il "consulente di SEL" sostenga tesi lepeniste... Ma questo è maramaldeggiare - cosa che personalmente trovo adorabile e passatempo al quale mi dedico con passione - e forse anche essere lievemente imprecisi...)

Potrei facilmente ironizzare sul fatto che se sei un martello, ogni problema ti sembra un chiodo. Così, se sei statunitense, ogni soluzione passa per gli stati uniti di qualcosa. "Joe, si è rotto lo scarico della vasca?" "Hai provato a unirlo a quello del lavandino?" "E come?" "Ma è semplice: con un tubo comune!"

Potrei dimostrarvi
per tabulas che una delle differenze fra neokeynesiani e postkeynesiani è il rifiuto aprioristico dei primi di riconoscere l'esistenza del vincolo esterno (ne parlai l'anno scorso al Goofy4 con riferimento all'altro sommo economista statunitense), il che li condanna, ahimè a non capire una beneamata della situazione europea.

Qui voglio fare due riflessioni metodologiche molto sintetiche e generali (salvo entrare nei dettagli, se l'argomento vi appassiona), a complemento di quelle più circostanziate ottimamente
svolte oggi da Luciano nel suo blog (che vi esorto comunque a leggere o a rileggere, perché è tanta roba...).

La prima è che il libro del nuovo partigiano ancora non l'ho letto, e credo non lo leggerò. "
Se non conosci non puoi giudicare", come ci siamo già detti, è un caposaldo, direi il caposaldo, della piddinitas, da espugnare rifiutandolo.

Elaboro brevemente: siamo circondati da imbecilli presuntuosi che pensano di poter capire un libro (o la situazione politica di un continente) prescindendo da un percorso di approfondimento culturale ed esistenziale. Il famoso discorso "ascolto tutte le campane e decido con la mia testa". Sicuro di poterlo fare? Credo sia molto più facile per chi ha fatto un certo percorso prevedere il contenuto di un testo (e i suoi ovvi limiti) senza nemmeno sfogliarlo, che per chi non lo ha fatto comprenderne il contenuto (e i suoi ovvi limiti) leggendolo svariate volte. Ora, se vi rileggete i primi due capoversi di questo post, trovate il mio
educated guess. Quello che c'è là dentro credo di saperlo. Se qualcuno di voi si sobbarca (o si è sobbarcato) la fatica, e può smentirmi, ne sarò lieto. Ma se nessuno lo fa, mi tengo il mio pre-giudizio. È per pre-giudicare con ridotti margini di errore che mi sono concesso il piacere di farmi una cultura europea (sì, è pleonastico: ma ogni tanto faccio finta di essere ecumenico): di leggere Manzoni, Flaubert, Tolstoj, e tutta la coorte dei libri senza figure di cui qui spesso si parla. Ora che ce l'ho, la cultura, la uso, e il suo principale impiego è quello di far risparmiare tempo a chi non ne ha.

Il moscone ama fare esperienze: sbatte la testa sul vetro una, due, dieci, mille volte... È sempre lo stesso vetro: il compagno Hollande, il compagno Tsipras, il partigiano Joe... Un uomo si comporta diversamente. Può anche capitargli di dare una cornata, se il vetro è stato pulito bene (e quanto era stato lustrato Tsipras, ve lo ricordate?). Ma poi cerca la maniglia, apre la porta e esce... La maniglia che mi ha fatto capire prima di tutti gli altri
cosa avrebbe fatto Tsipras è quella che mi fa travedere il contenuto del nuovo libro di cui tutti parleranno senza averlo letto.

Neanche io, ma a differenza degli altri l'avrò detto, e saprò cosa c'è scritto!

La seconda è che siccome al 99% nel famoso libro ci si troverà quello che prevedo ci sia (e che mi pare
anche Jacques sostanzialmente adombri), cioè, in definitiva, una appassionata perorazione questista, seguita (perché così comanda il politicamente corretto) dalla solita "proposta costruttiva" del tutto farlocca (suppongo basata sul concetto di moneta comune, che nessuno è stato finora in grado di spiegarmi in modo convincente), già ci sarà chi, come prima Massimo su Twitter, metterà le mani avanti dicendo: "Eh, ma il partigiano Joe sa benissimo come stanno le cose! Lui sa benissimo che un altro euro non è possibile, ma sceglie l'artificio retorico di definirlo possibile purché esso rispetti un insieme talmente restrittivo di condizioni, che poi alla fine il lettore, ragionandoci su [con la sua testa] sia costretto a dire da sé: no, non è possibile!".

Vi faccio notare che gli economisti e i giuristi citati finora (Barra Caracciolo, Sapir, D'Antoni), tranne ovviamente il partigiano Joe, sono tutti nel comitato scientifico di a/simmetrie (personalmente ci vorrei anche il Pedante, perché la sua analisi del questismo è da Nobel). Per questo motivo non esploderò in fragorosi improperi al solito mio, ma mi limiterò ad articolare civilmente ad uso di Massimo, esponendomi volentieri a una sua ulteriore confutazione, la mia idea che questa supposta intenzione maieutica del partigiano Joe mi convince poco. Credo insomma che lui e Socrate abbiano in comune solo la barba, e non ne sono nemmeno tanto sicuro, perché di Socrate non ho visto mai una foto (che comunque avrebbe potuto essere photoshoppata - participio passato del verbo "photoshoppare": lo dico a beneficio di "bran academy", la crusca essendo quella cosa che serve a quello che sapete, e come abbiamo visto funziona benissimo...).

Temo che invece che un artificio retorico (intendendo, come Massimo eruditamente fa, la retorica come "scienza della persuasione"), invece che un procedimento maieutico, questo
modus operandi sia un errore politico pesantemente regressivo, che non solo non manda avanti il dibattito nel resto del mondo, ma che rischia di farlo arretrare qui da noi, dove (sostanzialmente grazie ad a/simmetrie) esso è ma di molto avanti.

Premetto l'ovvio, ovvero che io so benissimo che il partigiano Joe sa benissimo che l'euro non funziona (e ha anche un'idea ragionevolmente approssimata del perché non funzioni - leggetevi bene il post di Luciano per capire dove è che l'approssimazione diventa grossolana...). Ho citato nei miei libri non solo le sue dichiarazioni, ma anche quelle di tutti i nostri colleghi che lui non poteva non conoscere. Il fallimento dell'euro, nonostante alcuni cialtroni provinciali possano avervi fatto sospettare il contrario, è acquisito alla scienza economica da decenni come patrimonio condiviso dagli economisti di tutte le scuole. Ne consegue, peraltro, che se il libro fosse stato scritto per
dimostrarlo starebbe semplicemente scoprendo l'acqua calda. L'unico senso che può avere oggi un libro sull'euro non è quello di dimostrarne il fallimento, ma di spiegarlo, ed è rispetto a questo unico obiettivo sensato che ci dobbiamo chiedere se il questismo, nella sua variante di "altreurismo" ("un altro euro avrebbe stato possibile se mio nonno avrebbe avuto cinque palle e quindi avrebbe stato un flipper..."), sia una strategia valida.

Personalmente ritengo di no, come vi ho già detto, e, fatta la doverosa premessa, enumero.

Intanto, c'è un problema di ordine dialettico.
Se entri nel tunnel del "questismo", se dici che "questo" euro non è possibile, ti indebolisci dialetticamente, perché ti esponi alla ovvia obiezione che allora il problema non è l'euro ma come è stato gestito.

Il questismo è pessima economia e pessima politica.

Pessima economia, perché se in una funzione di domanda inibisci l'aggiustamento dei prezzi relativi, necessariamente l'aggiustamento dovrà passare dal reddito, quindi l'adozione dell'euro, irrigidendo il cambio nominale, espone a due strade, in caso di problemi: o promuovere le esportazioni tagliando i salari, o reprimere le importazioni tagliando i salari. Cosa hanno in comune queste due soluzioni? Il taglio dei salari. Ma cosa rende necessario adottarle (cioè cosa è condizione sufficiente affinché esse vengano adottate)? Il cambio fisso. Non "questo" cambio fisso. Qualsiasi cambio fisso. Se non lo ammetti non sei un economista ma un dilettante (o un furbo) animato da verosimili ambizioni politiche (ovviamente non può essere il caso del partigiano Joe, che dalla vita ha avuto - meritatamente - molto, ma sarà il caso di chi qui da noi continua a negare la teoria economica elementare).

Ma il "questismo" è anche pessima politica, oltre a essere pessima economia. Chi si sobbarchi la fatica di un minimo di percorso interdisciplinare, chi, ad esempio, si legga bene i Trattati, sa benissimo che essi prevedono ogni e qualsiasi tipo di clausola di salvaguardia in circostanze eccezionali.

Ma chi dichiara lo stato d'eccezione?

Il sovrano, come sapete.

Cosa voglio dire? L'ovvio, come sempre. Partendo dalla fine: non ci sarebbe stato nessun bisogno di applicare anticipatamente il
bail-in, di strozzare la Grecia, di adottare il Fiscal compact ecc., se semplicemente si fosse preso atto del fatto che la crisi nella quale ci troviamo definisce circostanze eccezionali, quelle rispetto alle quali le normative sul bail-in prevedono una sospensione della sua applicazione, i Trattati europei prevedono infinite salvaguardie, compresi i controlli dei movimenti di capitali, ecc. Non sono sicuro che il partigiano Joe abbia letto bene i Trattati. Io li ho letti peggio di Luciano (ovviamente! Non è il mio lavoro), ma li ho letti, e vi posso dire che dalla loro lettura emerge la consapevolezza lancinate di una cosa che vi dico da sempre: se la volontà politica di cooperare esistesse, non saremmo in crisi, perché, anche a legislazione vigente, una serie di decisioni ingiustamente punitive, prese con la scusa di "applicare le regole", sarebbero tranquillamente cadute nel regime di eccezione e quindi avrebbero tranquillamente potuto non essere prese, in nome della solidarietà e della condivisione dei costi del progetto europeo.

Ma è questo spirito di condivisione di un progetto comune, è questa volontà politica che manca! Il sovrano è la Germania (l'attuale élite al potere in quel paese), infiltrata profondamente nelle istituzioni europee (come abbiamo scritto su a/simmetrie
in un articolo prima accusato senza citarlo di complottismo e poi variamente scopiazzato senza citare la fonte), e la Germania intende legittimamente perseguire i suoi e solo i suoi interessi. Quindi, ad esempio, per le nostre banche ci sarà la soluzione "di mercato" (cioè se le compreranno i capitalisti esteri per pochi spiccioli dopo aver dissanguato i risparmiatori italiani), mentre per la Deutsche Bank già si parla di nazionalizzazione, e nessuno farà un fiato, perché il sovrano avrà detto che quello è un caso eccezionale, e il nostro no.

Ma scusate, santo Dio, ma
l'avete letta a dicembre l'intervista a Lars Feld? E il partigiano Joe l'ha letta? E se l'ha letta l'ha capita? E se l'ha capita ci viene a parlare di un altro euro? "Voi dovete rivolgervi alla troika perché non c'è una crisi sistemica, noi ci siamo nazionalizzati le nostre banche perché c'era una crisi sistemica".

Chiaro?

Allora forse ha ragione Luciano, il cui post secondo me si riassume nel noto detto che chi non è parte della soluzione è parte del problema.

Articolare raffinate supercazzole tecniche rispetto a non si sa bene quali monete o quali bond comuni serve sì a farti sembrare un figo ai tuoi groupies, ma è una operazione intellettualmente disonesta, e quindi regressiva, perché fondamentalmente offusca il punto cruciale, ovvero il fatto che la volontà politica di adottare qualsivoglia arzigogolo tecnico per mutualizzare i costi non c'è, e non c'è per motivi storici, culturali, antropologici, geografici, religiosi, che se sei americano non puoi capire, perché non puoi farcela, perché non è il tuo cazzo di lavoro, perché se vieni da un paese nel quale chi insegna all'università Michelangelo non sa né deve sapere di chi sia - cioè chi abbia dipinto - la Vergine delle Rocce è del tutto normale che tu non possa arrivare nemmeno a lontanamente intuire la complessità e la profonda radicazione dei motivi che impediscono e sempre impediranno la maturazione di una simile volontà politica qui da noi, in Europa, in un insieme di paesi che hanno ognuno la sua storia, la sua geografia, la sua cultura.

Fatto salvo il diritto di ognuno di dire quello che gli pare a casa sua, dobbiamo quindi riconoscere che nascondere questa impossibilità dietro a simpatici fumogeni politicamente corretti è un'operazione devastante per il nostro dibattito, qui in Italia.
Avremo a che fare con una generazione di cretini 3.0 che verrano a rivogarcela con la storia che però "il partigiano Joe ha detto che un altro euro è possibile, e il dentifricio, e il tubetto, e l'euro è solo una moneta...".

E questo, sinceramente, potremmo risparmiarcelo se chi fa l'intellettuale, o si atteggia a tale, tenesse un comportamento etico.

L'etica dell'intellettuale presuppone due capisaldi: che egli parli di ciò che sa (e un economista non è uno scienziato politico), e che egli rifugga dal cercare il consenso in quanto tale (e quindi dica sempre e solo le cose come stanno).

Quando ho cercato di capire (e ancora non credo di averlo compiutamente fatto) le aporie politiche dell'euro mi sono rivolto agli scienziati politici: a Featherstone, a Majone, agli altri che via via vi ho citato. Ecco: un buon test per l'ultima opera del partigiano Joe sarà quello di sfogliarlo cominciando dalla bibliografia. Perché, vedete, io mi sono proposto di essere un nano sulle spalle di giganti, e per questo vedo più lontano di un gigante sulle spalle di nani. Eh già: perché se il gigante sale sul nano lo spiaccica... e quindi resta mezzo metro sotto a chi ha fatto l'operazione contraria...

Chi sa ha il dovere di parlare chiaro.

Quattro anni fa potevamo illuderci che forse una soluzione concordata potesse essere possibile. Oggi non lo è. Non solo. Già quattro anni fa era chiaro (a noi) che l'euro era un metodo di governo consapevolmente scelto, e che un altro euro non era possibile. Eravamo aiutati in questo dalle peculiarità del dibattito italiano,
che ho spiegato qui. Non possiamo fare a uno straniero la colpa di non apprezzare le finezze del nostro dibattito. Dirò di più: non possiamo nemmeno presumere, aprioristicamente, che chi non conosce il nostro percorso politico non sia in grado di darci un consiglio sensato. Tuttavia, è un dato di fatto che essere italiani, cioè essere cittadini del più forte dei paesi "deboli", di un paese tradito in modo smaccato dalla sua classe dirigente, organica al capitale internazionale (quella che oggi invoca l'arrivo della troika, per capirci), ci ha messo in condizione di capire prima e meglio.

E visto che nella merda ci siamo noi, e fino al mento, credo che questo ci autorizzi a chiedere a chi vuole, da debita distanza, occuparsi accademicamente dei problemi che lacerano la nostra carne viva, di farlo parlando chiaro.

Non chiedo né posso chiedere ad alcuno di sbilanciarsi come ho fatto io, soprattutto da quando comincio ad intuire quanto sto pagando per averlo fatto.
Ma di persone il cui principale scopo è quello di cadere in piedi in qualsiasi possibile scenario, di persone che con le loro reticenze hanno ostacolato il maturare di una consapevolezza diffusa, ne avremmo anche le tasche piene, o per lo meno ce le ho io.

E voi?

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 http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/stiglitz-mejo-salvini-pen-economista-premio-nobel-euro-129801.htm

STIGLITZ MEJO DI SALVINI E LE PEN: PER L'ECONOMISTA PREMIO NOBEL, L'EURO E' UNA IATTURA CHE SERVE SOLO A MANGIARCI GLI STIPENDI – NEL PROSSIMO LIBRO PREVEDE CHE FRA CINQUE ANNI SALTA TUTTO – LA MONETA UNICA HA INDEBOLITO I LAVORATORI E FATTO GUADAGNARE I PADRONI (STIGLITZ E' ANCHE CONSULENTE DI SEL E DEL GOVERNO GRECO)

Ugo Bertone per “Libero Quotidiano

L' euro? Un tragico errore che tanti danni ha già provocato in 14 anni di vita: il crollo della Grecia, l' esplosione della disoccupazione in Spagna, la crisi bancaria italiana. Ma per Joseph Stiglitz, il premio Nobel Usa che da sempre denuncia i guasti provocati dall' euro, il vero peccato capitale è un altro: la moneta unica è servita in questi anni a comprimere i salari a vantaggio dei profitti.

Nato con l' obiettivo dichiarato di allargare l' area del benessere a tutto il continente, la valuta europea si è presto rivelata un' arma potente nelle mani di chi, grazie alla politica dell' austerità, ha imposto una politica che ha favorito la disoccupazione ed indebolito le posizioni di chi lavora.

L' accusa è contenuta nell' ultimo libro dell' economista dall' eloquente titolo «Euro, come una moneta minaccia il futuro dell' Europa», destinato a diventare fin dall' uscita, prevista il prossimo 16 agosto, un sicuro best-seller.

Così come è quasi sicuro, sostiene Stiglitz intervistato dal New York Times, «che l' edificio traballante della moneta unica possa durare ancora a lungo, diciamo altri cinque anni: la Grecia è ancora in depressione, così come un anno fa. È probabile che prima o poi ci sarà un altro referendum e una nuova uscita. E la disgregazione dell' Eurozona prenderà velocità».

C' è molto di nuovo nella diagnosi di Stiglitz, che pure affonda le sue radici nelle critiche ormai tradizionali alla moneta unica, primo esperimento storico di una moneta non sostenuta da un' autorità statale.

L' illusione che il sistema potesse prosperare solo sulla base dell' aumento degli scambi commerciali e del movimento dei capitali si è infranta di fronte alla realtà della crisi del 2007/08. Nel momento in cui la congiuntura è peggiorata, in assenza di una vera integrazione politica, la moneta unica si è trasformata in un macigno.

«È l' euro- spiega Stiglitz - la causa più importante per spiegare la lunga depressione dell' economia europea». Per più ragioni. Il vizio d' origine consisteva nella convinzione, così ben radicata in Germania, che per far funzionare il sistema fosse necessaria, anzi sufficiente, la convergenza sui parametri del debito e del deficit. Una volta realizzata questa premessa, le cose si sarebbero sistemate in maniera quasi automatica, secondo leggi meccaniche.

Purtroppo non è andata così, anche se, con ostinazione degna di miglior causa, tra Berlino e Bruxelles c' è chi suggerisce di inasprire la ricetta, a danno della Grecia o degli altri malcapitati. E a vantaggio dei soliti noti, a partire dal salvataggio delle banche tedesche che rischiavano di essere travolte dai prestiti improvvidamente concessi alla Grecia (spesso per far lavorare imprese d' oltre Reno).

Ma a questi «vizi», già oggetto da tempo di analisi, Stiglitz ne aggiunge uno nuovo: la politica dell' austerità, giustificata come il mezzo per sostenere l' euro, è stata usata come una formidabile arma per colpire i lavoratori.

La politica economica «avara» di questi anni ha avuto come effetto la crisi dell' occupazione, specie quella giovanile, frutto a sua volta della caduta degli investimenti. I vincoli posto dall' austerità e dalle regole di Bruxelles, combinate con l' impossibilità di usare la leva dei tassi o le manovre sui cambi, hanno provocato un profondo cambiamento del mercato del lavoro «così come volevano aggiunge Stiglitz - quegli imprenditori che, più o meno segretamente, pensano che la politica economica più efficace passi per le paghe basse».

Senza dimenticare la spada di Damocle della disoccupazione. «L' obiettivo è di far piegare la schiena ai lavoratori attraverso nuove regole del gioco cui è difficile opporsi, Ed in questa cornice un po' di disoccupazione non guasta». 

Certo, la crisi ha colpito anche gli altri. Ma l' Europa dei redditi da lavoro ha pagato un doppio prezzo: da una parte i vincoli di vincoli (e gli obblighi imposti dalla eurocrazia targata Germania), dall' altra il peso di nuovi equilibri sul mercato del lavoro che privilegiano il capitale.

Una miscela perfetta che fa sorgere un dubbio: l' austerità, più che un vincolo imposto dalle necessità, ha il sapore di una scelta consapevole e voluta.

Per questo Stiglitz è scettico su una possibile correzione di rotta dell' Eurozona: «Mi ha sorpreso la reazione del presidente Juncker al voto inglese. Dobbiamo essere intransigenti, ha detto, per evitare che altri facciano lo stesso. Insomma, non si deve stare assieme per libera scelta, ma per paura».

 

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http://orizzonte48.blogspot.it/2016/08/profstiglitz-its-too-late-for-wishful.html

 

domenica 7 agosto 2016

PROF.STIGLITZ, IT'S TOO LATE FOR WISHFUL THINKING.*

1. Dunque: il libro di Siglitz è pubblicato e ne circolano anche svariate recensioni: e tutte si possono definire "adesive", nel senso che ne condividono quantomeno l'analisi problematica, che ripercorre la serie di errori e di assurdità teorico-economiche che hanno caratterizzato l'applicazione e gli effetti disastrosi, a dir poco, della moneta unica. Ma, del libro, evidenziano pure le contraddizioni.

 

Se dici che #unaltroeuroavrebbestatopossibile non solo menti, ma ti indebolisci dialetticamente... pic.twitter.com/ZC6AoMACTR

— Alberto Bagnai (@AlbertoBagnai) 7 agosto 2016

 

Voci dall'estero ci ha riportato un "doppio" commento di Sapir sempre al libro di Stiglitz e al quasi contemporaneo volume di Mervyn King, sempre sull'argomento della crisi della moneta unica.

Al di là dei rispettivi presupposti di teoria economica, entrambi gli autori prevedono una imminente grave crisi politica oltre che economica come futuro sviluppo inevitabile di un elemento "culturale" che qui abbiamo molte volte analizzato: le elites €uropee, in perfetta ed inevitabile continuità con l'intero paradigma pianificato da oltre 60 anni, concepiscono qualsiasi soluzione solo come un'intensificazione degli stessi meccanismi e delle stesse aspettative che hanno caratterizzato la loro azione immutabile.

 

2. Da un intervista al New York Times, rilasciata in occasione della pubblicazione del libro, Stiglitz, per parte sua, dà conferma della contraddizione sopra accennata, che può essere riassunta nel seguente passaggio. Richiesto se le "istituzioni" €uropee siano propense ad un riesame della loro "filosofia economica", Stiglitz risponde:

Mi piacerebbe che ciò accadesse. Sfortunatamente, ciò che ho visto è praticamente l'opposto. E' un approccio aggressivo quello tenuto dai leaders europei alla Brexit; esponenti come il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, hanno affermato: "Saremo molto, molto duri con il Regno Unito, perché vogliamo assicurarci che nessun altro paese se ne vada".Per me è stato scioccante. Si spera che si desideri stare nell'UE perché ciò apporta benefici, perché c'è un credo nella solidarietà europea, la convinzione che che l'UE porti prosperità. Egli invece afferma che l'unico modo in intendono tenere insieme l'UE è tramite la minaccia di quel che accadrebbe se si pensa di lasciare.

E ancora, richiesto di indicare quali siano gli strumenti per realizzare quello che, tutt'ora, Stiglitz ritiene "the best scenario", cioè una riforma della moneta unica che la possa "salvare", egli ribadisce: 

Un'unione bancaria con un'assicurazione dei depositi. Qualcosa di simile agli eurobond. Una BCE che non sia focalizzata solo sull'inflazione, ma auspicabilmente sul pieno impiego. Una politica fiscale che si incentri sulle ineguaglianze. E occorre liberarsi dei limiti sui deficit statali".Nel finale, peraltro, Stiglitz ammette che tutto ciò è improbabile che avvenga: "E' difficile credere che il cercare di cavarsela nel modo attuale possa continuare per altri 5 anni. La Grecia è ancora in depressione, non meglio di un anno fa. La cosa più verosimile è che in un paese o in un altro ci sia abbastanza supporto per un altro referendum, e ne derivi l'exit. Ciò darà inizio al processo che sbroglierà il pasticcio dell'eurozona. 

 

3. Sapir, nel commento citato al libro di Stiglitz, fa questa chiosa finale: 

"Stiglitz è perfettamente consapevole dell’enorme costo politico che la creazione dell’euro nella sua forma attuale ha causato. 

Anch’egli annuncia una crisi che sarà tanto politica quanto economica, a meno che i paesi dell’eurozona non decidano di dissolvere l’euro in modo ordinato, o di fare in modo che la moneta unica diventi solamente una moneta comune

Confesso di avere dei dubbi su quest’ultima soluzione. Non che non sia intellettualmente attraente. Ma la complessità dei meccanismi che dovrebbero implementarla la rende più che improbabile. È l’altra soluzione, quella di una dissoluzione concertata dell’euro, che si dovrebbe logicamente imporre. 

Ma le resistenze sono molto forti, specialmente tra le élite francesi, che persistono nel non voler vedere la realtà, e che continuano a fare discorsi insensati sui “rischi” ai quali una dissoluzione dell’euro ci esporrebbe. In realtà è proprio il mantenimento dell’euro che espone l’Europa a rischi immensi, sia dal punto di vista economico che da quello politico. È ciò che abbiamo scritto finora su questo blog. 

Si può pensare che l’Unione Europa non sopravviverà all’euro nella sua forma attuale, e che la battaglia per “salvare” l’euro finirà per portarsi via quelle stesse forze che sarebbero necessarie per rimettere in sesto l’Unione Europea. Da questo punto di vista dobbiamo considerare i leader attuali e passati, così come le loro ufficiali opposizioni, in Francia, in Germania e in molti altri paesi dell’Unione Europea, come i peggiori nemici dell’Europa, non nel senso istituzionale, ma nel senso della comunità di popoli che dovrebbe essere mantenuta unita da un obiettivo di pace, prosperità e democrazia". 

 

4. A Stiglitz, peraltro, vorremmo obiettare che, a parte la scarsa efficacia degli eurobond per riequilibrare le asimmetrie da sbilancio dei conti esteri che rendono disastroso l'euro, la discussione nelle varie istituzioni €uropee di qualsiasi soluzione di questo tipo viene accompagnata dalla condizionalità feroce che corrisponde al progetto del "fondo europeo di redenzione"-ERF, la cui introduzione equivale a un default degli Stati debitori a copertura illimitata (cioè 100% di recovery rate a qualsiasi costo economico-sociale).

Ebbene, Stiglitz, l'americano colto e democratico, queste cose non dovrebbe ignorarle: il modo di intendere la (inesistente) solidarietà fiscale all'interno dell'UEM, è già manifesto e praticamente non negoziabile, da parte dei poteri dominanti in €uropa. 

Così come non dovrebbe ignorare che le regole fondamentali dei trattati impongono, in modo assoluto e altrettanto non negoziabile, i limiti ai deficit statali, anzi il pareggio di bilancio (come proiezione del mito teologico, neo-liberista, dello "Stato come una famiglia") e vietano politiche fiscali redistributive a livello "federale" (cioè che trascenda il sistema fiscale del singolo Stato).

 

5. Sarebbe quasi inutile ripercorrere le ragioni di questo assetto, perché su esso ci siamo soffermati in lungo e in largo e anche di recente: quello che decisamente è "scioccante" è che Stiglitz, oggi, paia non essersene ancora reso conto e...si sciocchi di quanto affermato da Juncker sulla Brexit (che, tra l'altro, e non a caso, è un problema estraneo all'eurozona). Quanto e cosa ha veramente visto Stiglitz degli eventi, e delle prese di posizione politiche, che negli ultimi anni si sono manifestati nell'eurozona?

 

La tardività di reazione, quantomeno in termini di realistiche politiche e misure di rimedio, denunciata da Stiglitz, è segno di un problema inquietante. 

Stiglitz è un economista autorevolissimo e anche sinceramente democratico: è in prima fila nel denunciare il carattere sovversivo del TTIP, rispetto al travolgimento di ogni minimo alveo di democrazia statale, e crede, con moderata pragmaticità, nelle politiche fiscali espansive come rimedio sensato ai cicli economici avversi.  

Ma pensare che l'euro possa tirare avanti con espedienti per altri 5 anni significa accettare il rischio di un livello di distruzione dell'economia europea e del riacuirsi della crisi economico-finanziaria mondiale, - che già oggi è sul crinale del suo manifestarsi e che ha come epicentro la situazione dell'eurozona-, che pare sposarsi con l'inconsapevolezza che, nella migliore delle ipotesi, ad esempio, il fondo assicurativo (privato) europeo per i depositi bancari sarebbe attivato nel 2024; e, dunque, anche con l'inconsapevolezza che tutto questo dà il tempo, alla radicale opposizione della Germania, di far svolgere all'unione bancaria il suo vero ruolo di ristrutturazione colonizzatrice e depressiva dell'intera economia del continente.

 

6. Insomma, le norme dei trattati e le loro applicazioni vincolate (TINA), già in buona parte formalizzate dalla tragica combriccola delle oligarchie totalitarie che regolano le istituzioni UE e dei governi che le sostengono, nelle sedi decisive in cui si continuano ad effettuare le stesse scelte (nella logica dell'irreversibilità del paradigma neo-liberista che pure Stiglitz denuncia), bisogna conoscerle: perché sono il vero formalizzarsi della volontà politica, non solo delle istituzioni UE, ma appunto dei governi e delle sottostanti classi dirigenti che votano i trattati e le loro integrazioni. 

Questa volontà politica non può essere realisticamente desunta, o mutata, dal wishful thinking di una propria, per quanto (in gran parte) sensata, visione economico-scientifica. 

Il de jure condito, ad oggi, si sposa coerentemente, in €uropa, con il de jure condendo, e non c'è il minimo spazio per un "altro" de jure condendo. Se non altro per la totale assenza, in chiunque si trovi, a livello UE come in quello nazionale, in posizione decidente, delle necessarie "risorse culturali".

 

7. Ma la cosa più gravemente indicativa è un'altra: se Stiglitz, - cioè la punta più avanzata dell'autorevolezza scientifico-economica USA, il più accreditato e "democratico" degli esponenti di quella cultura-, la vede così, pensate a cosa possa aver in serbo, per l'€uropa, l'establishment finanziario degli interessi oligarchici che appoggiano la Clinton.

Il problema è dunque questo: si conferma che la costruzione federale europea è quella concezione  restauratrice del capitalismo sfrenato che tanto è stata sospinta dall'insensibile e rudimentale visione degli USA (l'Unione europea è sempre stata un progetto americano) da sempre ostile alle "democrazie del welfare" europee ed alle "Costituzioni antifasciste".

 

8. La correzione di tutta questa follia, - in cui, contrariamente agli ipocriti enunciati di "pentimento" del FMI, non si è imparato nulla dalla crisi, del 1929 prima ancora che da quella del 2008-, non sarà possibile finché gli USA non saranno mossi da visioni e "interlocutori-informatori" europei più capaci di rappresentare la realtà, piuttosto che le proprie fantasie revanchiste ormai patologiche, e cioè meno fanaticamente asserviti a slogan che già negli anni '80 Caffè considerava inaccettabili e vuoti

Salvo imprevisti, stiamo correndo verso la rinascita di una nuova tragedia mondiale (qui, pp.2-3: la guerra civile mondiale, quale definita da Schmitt, in relazione al dare manolibera al liberoscambismo e ai suoi effetti totalitari). Come sempre accade, quando i neo-liberisti impongono il loro giogo alla società e la vogliono "Grande", cioè globale, per trascinare nel gorgo il mondo intero.

E ricominciare imperterriti, ripetendo sempre le stesse azioni convinti che, prima o poi, ciò darà esiti diversi.

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 http://goofynomics.blogspot.it/2014/03/se-non-conosci-puoi-giudicare.html

 venerdì 7 marzo 2014

Se non conosci puoi giudicare...

A.s. (ante scriptum) delle 12:27: non è un cazziatone! (per quelli che lo hanno letto così...)


(... a seguito di
questo post ho avuto questa cortese richiesta:

Wendell Gee
05 marzo 2014 10:41

"Ne deduco che i post lunghi son più facili da capire di quelli corti".

Non ho capito a cosa si riferisce.

Non le chiedo di spiegarmelo brevemente

che procedo ad esaurire non brevemente, come promesso...)


Al di là della qualità dell'informazione di Voltaire (io diffido di chi si appropria dei nomi di grandi del passato: il più inconsistente fra i commentatori economici italiani ha intitolato il proprio blog a Keynes...), mi pare che ti sfugga il senso di
questo post, che pure è molto semplice.

Il metodo "ascolto tutte le opinioni e poi decido con la mia testa" è il metodo ortottero di controllo del dissenso, non è il metodo cartesiano di percezione della verità.

Una verità, nella mia esperienza, si impone per la propria coerenza interna, per la propria capacità di organizzare fatti in un quadro logicamente organico.


Ora, ammetto facilmente che sulla nozione di fatto ci sarebbe da discutere a lungo (fa bene 48 a parlare di "fattoidi"), che quale debba essere la cornice del quadro rimane imprecisato, in questa mia asserzione abbastanza superficiale, ecc.

Cerco di spiegarmi. Da decenni mi prendo gioco della più pericolosa categoria di imbecilli:
i presuntuosi del "se non conosci non puoi gggiudicare". Ragazzi, a cosa serve la cultura? (intesa come capacità di lettura del reale che solo l'arte vissuta e i libri senza figure letti possono attribuirti). Ma è semplice! Serve proprio a evitare dolorose esperienze, e a evitare di perdere tempo. Perdonatemi: quante esperienza fa, nell'unità di tempo, il moscone che continua a cozzare contro il vetro? Vi sembra quello il modello da seguire? (rinvio a Frisch per capire come mai l'ape non lo faccia). La cultura è quadro coerente di lettura ed economia di tempo e di pensiero, non collezione di quarte di copertina dell'ultimo libro dell'ultimo Nobel per la letteratura kazako, o dell'ultimo saggio dell'ultimo giornalista anticasta, ecc. Questa è la buona descrizione di un cassonetto per la raccolta differenziata della carta, non della testa di un uomo di cultura.

Vedere un film demmerda sapendo che è demmerda per poter poi dire che è demmerda, ascoltare un imbecille sapendo che è un imbecille per poter poi dire che è un imbecille... Ragionare così significa partire dal presupposto che ciò che legittima un giudizio critico sia il consumo (di un film, di tempo)! Significa inoltre presumere che il proprio consumo, per quanto estemporaneo e inconsapevole sia, implichi conoscenza, comprensione. Non è così. Non tutti sono abbastanza ampi da comprendere certi contenuti, non è perché paghi un biglietto che capisci quello che vedrai, e d'altra parte ciò che legittima un giudizio critico è la coerenza della critica che viene portata (che a sua volta può benissimo prescindere dalla delibazione integrale dell'oggetto della critica stessa).

Il vetro è trasparente, ma impenetrabile per un moscone (e se è blindato anche per una pallottola).

A contrario, ciò che legittima una verità in quanto tale (ho detto una, non "la") è appunto la sua coerenza interna, il fatto che unisca molto puntini. "La" verità li unirebbe tutti, ma il problema è che non sappiamo quanti siano, per definizione. "Una" verità ne unisce molti. Una cazzata non ne unisce nessuno, anzi, passa accanto a tutti.

Ma naturalmente il metodo del "se non conosci non puoi giudicare", che sfocia nel metodo dell'"ascolto tutti e poi decido con la mia testa", è l'ideale per tener sotto controllo gli imbecilli, per il semplice e ovvio motivo che ne lusinga la stolta vanità, quella che li porta a credere, appunto, di avere una testa, e di poter formulare un giudizio, e, come presupposto, a poter credere che il giudizio si formi un un'ordalia nella quale tesi contrapposte si affrontano come pupi siciliani. Sono laureato in lettere (quindi sono colto, anche se il romanzo sul quale ho fatto la tesi l'ho letto solo sul Bignami), ascolto il dibattito fra due persone che parlano di cose che non capisco, e poi decido con la mia testa. Capito perché c'è l'euro? E capito perché tanti non laureati che un libro però l'hanno letto invece si sono accorti che l'euro è una sòla? Semplice!

È delle idee come degli uomini: la lotta più dura, l'unica vera, autentica, decisiva lotta è quella con se stessi.


Ma per far lottare un'idea con se stessa, cioè par apprezzarne l'ìntima coerenza, la consonanza, bisogna avere un certo atteggiamento e una certa preparazione, che non passa per le quarte di copertina dei nobel kazaki appiccicate lì, ma magari per un paio di versi di Leopardi che porti con te dalle elementari (quando erano le elementari! E nota bene: non è necessario capire subito quello che si impara, ma è utile portarlo con sé:
omnia mea mecum porto...), non passa per i festoni di integrali tripli degli ingengnieri del "l'economia non è una scienza", ma magari per il due più due fa quattro, non passa per l'idea che siccome Kant non è scritto in formule, allora tutti possano capirlo e farsene un'idea "con la propria testa", ma magari per la capacità di esprimere in diversi linguaggi, possibilmente non tecnici, quei contenuti ai quali si può accedere solo se si possiede il linguaggio tecnico, per la capacità di riconoscere un linguaggio intellettualmente onesto quando lo incontri...

Lo shock culturale che avete avuto (se lo avete avuto, altrimenti meglio) atterrando qui, dipende da quanto ti sto dicendo, e
Gianluca lo ha capito benissimo. Quindi, non sentirti in colpa se dopo aver letto questo blog non ti va più di andare da donaldiani, ortotteri, auritiani, et id genus omne. Non sei obbligato a sentire tutte le campane. Sei incoraggiato a rassegnarti al fatto che ce ne sono molte di fesse. Se ne senti una squillante, rassegnati: l'acustica non è una scienza esatta (tanto per fare un esempio), ma questo non è un buon motivo per non fidarsene...

Così, nemmeno io mi sento in colpa se dopo aver letto la nota di Foa non perdo tre ore cercando voci dissonanti in blog strampalati o nell'informazione di regime.

Poi magari mi sbaglierò. Ma tanto sbaglierei comunque. E allora preferisco risparmiare tempo, pensando che tanti libri senza figure mi siano serviti a qualcosa.

Ora è più chiaro?

(...
salutami Voltaire, io la penso esattamente come lui: "Posso anche pensarla esattamente come te, ma preferisco passarti sopra con uno schiacciasassi piuttosto che stare a sentire anche solo per un minuto i tuoi insulsi argomenti". Diceva così, no? No!? Ma dai... Aridatece Cartesioooooo!)




P.s. delle 12:28 (da fonte rigorosamente anonima):

E inoltre una riflessione del collega che lavora a Notre Dame (Indiana non Parigi!) uno che co' li numeri cia' 'na certa dimestichezza.

 

Dopo aver coperto una lavagna di simboli:

 

"Beh Xwikxw, quando i calcoli sono troppo complicati qualcosa non va. Le cose importanti devono assumere una veste semplice. Possibilmente geometrica."

 
Giusto. Il valore estetico della verità è un fatto prima fisico che morale, e alla fine corrisponde sempre a una specie di principio di economia. E agli
happy few lo ricorderò con le parole di una persona che ha tanto sofferto, e della quale ieri Piero Craveri, commuovendomi, ricordava lo sbigottimento nello scoprire che quelli sull'altra riva dell'Isonzo erano tedeschi (come vi ho ricordato qui):

Era caduto infatti in una specie di pantano, fra la roggia Brisighella e la roggia Scondüda, ch’era straripata, quest’ultima: in territorio di San Colombano al Lambro, in campagna, dov’erano andati “per san Péder”, a trovare certi parenti pieni di polli. Il dolce piano, quel pomeriggio, nel sole fulgidissimo, brusiva d’amori e di voli.

 

S’era cavata la giacca, s’era sporto avido, con il retino, per una preda di larve: e anche ditischi adulti, magari: così almeno riferirono i testimoni. Ma quei vigorosi nuotatori, subodorate le intenzioni del retino, (lo lumarono subito, dal sotto in su), via! s’erano spiccato come altrettante spole dall’erbe e dagli steli subacquei, dove pareva che invece ci dormicchiassero: e lui dietro! col suo retino, bravo! come ci fosse la probabilità di raggiungerli! In maniche di camicia com’era, teso fina all’ultimo il braccio, Dio com’era peloso!, perché aveva rimboccato la manica. Attaccandosi con la sinistra a un ramo, sì! finché il ramo si scerpò di netto: e lui parapùmfete!: dentro come un salame fino al collo.

 

Una nuvola di fango lo aveva subito circondato.

 

Quelli intanto bucarono via l’acqua come siluretti felici, scampati nei roridi e verdi regni, fra i capegli dell’erbe e dell’alghe: salvi dal loro profilo ellittico o parellittico, che offre, credo, un minimum di resistenza, che segna un optimum della forma natante. E devono aver raggiunto quest’ottimo nella pertinace evoluzione della discendenza, in un loro amore del meglio e poi del perfetto, educendo dalla grossolanità primigenia il garbo del capo, del corsaletto e dell’elitre, sforzandosi di tendere, tendendo all’ellisse, entro paludi, o gore morte nelle golene de’ fiumi: ogni acqua ferma un bacino da esperimenti, ogni specchio livido un mondo da perforare col pensiero: traverso generazioni e millenni raggiungendo il loro laborioso integrale isoperimetrico.


(da
L'Adalgisa)

(la madre di tutte le prose. Avete visto la punteggiatura? Che tecnica! Perché così un po' ci si nasce, inutile negarselo, ma un po' ci si diventa. Non solo i ditischi: anche gli scrittori hanno i loro bacini da esperimenti...)

(e adesso chi può goda, e io me ne vado dall'on. Fassina...)

 

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http://russeurope.hypotheses.org/4758

 

King, Stiglitz et l’Euro

par Jacques Sapir · Published 29 février 2016 · Updated mars 1, 2016

Une nouvelle fait réagir les économistes : Lord Mervyn King, l’ancien gouverneur de la Bank of England ou Banque Centrale du Royaume-Uni (de 2003 à 2013), se prépare à sortir un livre[1] dans lequel il étrille l’Euro. Le journal britannique The Telegraph a publié le 27 février des « bonnes feuilles » de cet ouvrage[2].

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De plus, on annonce pour le 31 mai 2016 la sortie d’un nouvel ouvrage de Joseph Stiglitz, ci-devant prix Nobel, entièrement consacré au risque que l’Euro fait peser sur l’économie de l’Union européenne[3]. Ces deux livres sont particulièrement significatifs car l’un a été écrit par un « praticien » de l’économie et l’autre par l’un de ses plus grands théoriciens.

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La sortie de ces deux livres est donc symptomatique de la situation de crise actuelle. Depuis la crise entre l’Eurozone et le gouvernement grec du premier semestre 2015, les langues se délient, et la parole se libère. Il y a ici une dimension politique, et c’est la question de la souveraineté à laquelle j’ai consacré un récent ouvrage[4], et il y a une dimension économique, celle que traitent King et Stiglitz.

 

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Lord King et l’Euro

Il est évident que l’on peut avoir des points de désaccord avec King. Sa pensée continue de se déployer au sein du « Nouveau Consensus Macroéconomique » ou « Nouveau Consensus Monétaire »[5], qui a été critiqué par ailleurs[6]. Ce consensus inspire aujourd’hui l’action de nombreuses Banques Centrales. Il conduit à des politiques qui sont parfois qualifiées de « Néo-Keynésienne », mais il serait plus juste de la qualifier de « Néo-Wicksellienne »[7] dans la mesure où elles se fondent sur la distinction entre un taux d’intérêt d’équilibre et le taux tel qu’il est pratiqué par une Banque Centrale. En particulier, on peut ne pas penser comme King, que le taux d’intérêt est l’arme absolue pour contrer les pressions inflationnistes dans une économie. Mais, quand il écrit que l’Union Monétaire (i.e. la Zone Euro) se heurte au problème de l’existence de taux d’inflation différents selon les pays, il a incontestablement raison. J’ai développé ce même argument dans mon livre Faut-il sortir de l’Euro qui fut publié en 2012[8]. L’Union Monétaire implique que la même politique monétaire sera conduite sur l’ensemble des pays de la zone, ce qui implique qu’elle sera soit trop restrictive soit trop accommodante suivant les différents pays. Il écrit alors : « Instead of being able to use differing interest rates to bring inflation to the same level, some countries found their divergences were exacerbated by the single rate ». En réalité, le problème est simplement déplacé sur la compétitivité et place un pays dont l’inflation est structurellement supérieure à celle du pays dominant de l’Union (soit l’Allemagne) devant l’alternative suivante : soit voir sa compétitivité externe se dégrader rapidement (ce qui se traduit par un fort déséquilibre de la balance commerciale vis-à-vis de l’Allemagne) soit s’imposer une politique d’austérité qui le plonge dans la récession.

Un autre point sur lequel Marvyn King a incontestablement raison est quand il écrit que l’Allemagne a oublié sa propre histoire, et en particulier l’accord qu’elle a obtenu des autres pays pour l’annulation de ses dettes après la seconde guerre mondiale. Un troisième point d’accord se trouve dans l’analyse que King fait de la logique politique du processus engendré par l’Euro. Il pointe très justement sur la contradiction entre l’esprit démocratique qui est supposé régner au sein de l’Union européenne et le caractère technocratique de la prise de décision. Il écrit ainsi : « Put bluntly, monetary union has created a conflict between a centralised elite on the one hand, and the forces of democracy at the national level on the other. This is extraordinarily dangerous. In 2015, the Presidents of the European Commission, the EuroSummit, the Eurogroup, the European Central Bank and the European Parliament (the existence of five presidents is testimony to the bureaucratic skills of the elite) published a report arguing for fiscal union in which “decisions will increasingly need to be made collectively” and implicitly supporting the idea of a single finance minister for the euro area. This approach of creeping transfer of sovereignty to an unelected centre is deeply flawed and will meet popular resistance ». Quand il désigne la souveraineté comme étant appelée à être sacrifiée dans le processus, il a encore, bien entendu, raison. Cet argument rejoint ceux que j’ai évoqués dans Souveraineté, Démocratie, Laïcité. Il prédit, très justement, la rébellion démocratique des peuples de l’Europe du Sud auxquels les institutions de l’Union Européenne et celles de la zone Euro cherchent sans cesse à arracher plus de richesse au profit de l’Allemagne et de ses satellites. Il prédit, alors, une crise tant économique que politique si les pays membres de la zone Euro s’obstinent dans la voie folle et suicidaire de la monnaie unique.

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L’avertissement de J.E. Stiglitz

C’est exactement le même diagnostic que l’on trouvera dans le livre de Joseph E. Stiglitz, qui sera publié à la fin du mois de mai. Stiglitz est lui aussi conscient du coût politique exorbitant qu’induit l’existence de l’Euro dans sa forme actuelle. Il annonce une crise, qui sera selon lui tant politique qu’économique, à moins que les pays de la Zone Euro se décident à dissoudre l’Euro dans le calme, ou fassent évoluer la monnaie unique vers une monnaie commune. J’avoue avoir des doutes sur cette dernière solution. Non qu’elle ne soit très attirante intellectuellement. Mais, la complexité des mécanismes qu’il faudrait mobiliser la rende plus qu’improbable. C’est la deuxième solution, celle de la dissolution concertée de l’Euro, qui devrait logiquement s’imposer. Mais, les résistances sont très fortes, et en particulier dans les élites françaises qui persistent à ne pas voir la réalité, et qui continuent de tenir un discours insensé sur les « risques » que ferait courir une telle dissolution. De fait, c’est bien le maintien de l’Euro qui fait courir des risques immenses à l’Europe, tant en matière d’économie que des risques politiques. C’est ce que l’on a écrit sur ce carnet[9]. On peut penser que l’Union européenne ne résistera pas à l’Euro dans sa forme actuelle, et que la bataille pour « sauver » ce dernier emportera avec elle les forces qui seraient nécessaires à une remise à plat raisonnable de l’UE. Dans cette perspective, il nous faut tenir les dirigeants, passés, actuels et leurs oppositions officielles, en France, en Allemagne, et dans de nombreux pays de l’UE, comme les pires ennemis de l’Europe, non pas au sens d’un système institutionnel mais d’une communauté de peuples que devraient unir les objectifs de paix, de prospérité et de démocratie.

 

[1] King, Mervyn A., The End Of Alchemy: Money, Banking And The Future Of The Global Economy, Londres, Little, Brown (à paraître)

[2] http://www.telegraph.co.uk/business/2016/02/28/lord-mervyn-king-forgive-them-their-debts-is-not-the-answer/

[3] Stiglitz Joseph E., The Euro: And its Threat to the Future of Europe, New Yok, Allen Lane, 31 mai 2016, (à paraître)

[4] Sapir J., Souveraineté, Démocratie, Laïcité, Michalon, Paris, janvier 2016.

[5] Goodfriend M., et R.G. King, (1997), “The New Neoclassical Synthesis and the Role of Monetary Policy” in Bernanke B.S., and J.J. Rotemberg (edits), NBER Macroeconomic Annual 1997, MIT Press, Cambridge, MA.

[6] Arestis P., et M. Sawyer (2008), “A Critical Reconsideration of the Foundation of Monetary Policy in the New Consensus Macroeconomics Framework”, Cambridge Journal of Economics, Vol. 32, n° 5, pp. 761-779. Tymoigne, E., (2007), “Fisher’s Theory of Interest Rates and the Notion of ‘real’: a Critique”, Working Paper n° 483, Annandale-on-Hudson, (N.Y.), The Levy Economics Institute of Bard College, 2007.

[7] Canzoneri M., R.E. Cumby, B. Diba et D. Lopez-Salido, (2008), “Monetary Aggregates and Liquidity in a Neo-Wicksellian Framework”, NBER Working Paper Series, n° 14244, National Bureau of Economic Research, Cambridge, MA.

[8] Sapir J., Faut-il sortir de l’Euro ?, Paris, Le Seuil, 2012.

[9] Sapir J., « L’Euro contre l’Europe », note publiée le 16 février sur le carnet RussEurope, http://russeurope.hypotheses.org/4720

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http://ilpedante.org/post/il-questismo-tra-seduzione-e-conservazione

 Il questismo tra seduzione e conservazione

04 agosto, 2015

I noti fatti di Grecia, con lo scontro tra creditori internazionali e governo, l'umiliante capitolazione di quest'ultimo e la prosecuzione delle atroci politiche nazionali, hanno prodotto negli organi di informazione l'emergere di una curiosa, ma non inedita, forma di euroscetticismo selettivo: il questismo. Gli esponenti di questa corrente presentano un decorso ideale comune: già sostenitori convinti del processo di integrazione europea nella versione accelerata di Maastricht, in tempi recenti si sono portati alla spicciolata su posizioni più critiche avendo maturato la vaga e incompleta sensazione che quello stesso processo di integrazione - lo stesso che avevano esaltato - rappresenti una minaccia per la pace e il benessere dei popoli coinvolti. Questa consapevolezza non ha tuttavia prodotto in loro ripensamenti sul punto, ma un più sfuggente e articolato atteggiamento riformista ben connotato dall'aggettivo dimostrativo che dà il nome al fenomeno: "Siamo e restiamo europeisti, ma [o a seconda dei casi: quindi] non amiamo questa Europa!". Questa.

Il questismo consiste nel salvare un'idea già oggetto di un importante investimento emotivo e reputazionale criticandone l'applicazione e le manifestazioni storiche ma non la "sostanza". Oltre ad essere un toccasana per l'autostima, perché esclude l'incomodo di ammettere i propri errori, ha il vantaggio sociale di presentarsi come un metodo non distruttivo inteso a emendare una realtà esistente che, per quanto problematica, conterrebbe una "parte buona" da preservare.

Per completare la definizione occorre però esaminare ciò che differenzia il questismo dal fenomeno più generale a cui pretende di assimilarsi: il quellismo. Nel quellismo l'applicazione deplorata e "distorta" di un'idea - o ideologia, o fede - rappresenta soltanto una delle sue tante manifestazioni storicamente attestate, ma non ne esaurisce la varietà dei fenomeni. Tutti i grandi movimenti ideali della storia si prestano - necessariamente - a esercizi di distinguo quellista: "sono cristiano, ma rifiuto quel cristianesimo [ad es. quello della caccia alle streghe, ma non quello di San Francesco]", "sono musulmano, ma rifiuto quell'Islam [ad es. quello delle monarchie saudite, ma non quello dei mistici sufi], "sono comunista, ma rifiuto quel comunismo [ad es. quello delle purghe staliniste, ma non quello di Che Guevara]", eccetera.

Nel questismo, al contrario, la variante deplorata è la sola e unica attestata nella realtà. Non ne esistono altre. C'è solo, appunto, questa. O meglio, l'alternativa desiderabile esiste nell'immaginazione di chi formula il giudizio. Il carattere patologico del questismo si colloca precisamente qui: nel mettere in concorrenza realtà e sogno nell'illusione che il secondo, per il solo fatto di essere coltivato da una moltitudine, sia reale o quanto meno realizzabile al pari della prima. Gli effetti di questa allucinazione inquadrano i due cardini del questismo: seduzione e conservazione.

Seduzione

La migliore realtà non può essere migliore di una fantasia. Quest'ultima, oltre che prestarsi ad astrazioni perfette e perciò inapplicabili, calza perfettamente le declinazioni soggettive di ciascuno. Gli euroquestisti, per tornare al punto, rifiutano questa Europa (che è l'unica) in quanto asimmetrica rispetto alla loro immaginata e, ça va sans dire, perfetta idea di Unione. Il che dà la stura a un carnevale di immagini, parole e sentimenti dove ciascuno può alimentare il coro dell'utopismo in voga: dagli appelli per tornare al "sogno [sic] di Spinelli" e allo spirito di Ventotene (tipicamente evocato da chi non ha mai letto una riga dell'omonimo Manifesto) alle vibranti immagini di pace e solidarietà tra popoli, indifferentemente applicabili all'Europa come al Medio Oriente, all'Africa subsahariana come al mondo intero. Se i più prediligono il terreno sicuro del vago - la "rifondazione etica", "l'Europa dei popoli", "la fine degli egoismi" ecc. - altri si avventurano nel tecnico - la BCE come la FED, la riscrittura dei trattati, più poteri al Parlamento, più trasferimenti fiscali - ma senza esagerare: un tavolo di discussione concreta costringerebbe i sognatori a confrontarsi con le resistenze degli attori reali, trascinando l'utopia nel fallimento o nel compromesso e privandola così della sua seduzione.

Conservazione

I questisti vedono nell'Europa politica una doppia matrice: ideale e reale. Per salvarne la matrice ideale - che non esiste se non come proiezione dei loro sogni - rifiutano di mettere in discussione l'integralità del progetto pur criticandone la matrice reale: questa Europa. In ciò non vi è nulla di politico. Il marchio "Unione Europea" è un contenitore semantico, una camera vuota che accoglie le fantasie e l'autoesaltazione dei questisti come già in origine ha accolto, fornendogli un nobile schermo ideale, un progetto di svuotamento delle sovranità democratiche e dei diritti dei più. Mentre questo progetto è in avanzata fase di realizzazione, l'alternativa questista non può e non deve essere realizzata: non solo perché non esiste (altrimenti sarebbe un'alternativa quellista), ma anche per mantenere intatta la sua seduzione e assolvere alla sua duplice funzione psicologica - di nobilitare la cecità di chi ha acclamato l'integrazione senza comprenderne i veri obiettivi e di colmarne il vuoto politico con generose zeppe di luoghi comuni. In quanto alla sua funzione politica, il fatto di demandare la riforma del processo in atto ad astrazioni ontologicamente inapplicabili e inesistenti, lascia il campo libero a chi, senza proclami né slanci ideali, costruisce indisturbato l'Unione vera: questa Unione.

Di cui il questismo è, evidentemente e pur nella penosa inconsapevolezza dei suoi autori, il più prezioso alleato.

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http://www.asimmetrie.org/opinions/la-mappa-asimmetrica-del-potere-europeo/

 

La mappa asimmetrica del potere europeo

16 Posted by Alberto_Bagnai - 7 febbraio 2016 - Blog

Le recenti prese di posizione del governo italiano nei riguardi della Commissione Europea hanno suscitato reazioni variegate. Alcuni commentatori hanno visto positivamente la fermezza del governo Renzi nel rivendicare parità di condizioni per il nostro paese. Altri, come Wolfgang Munchau su Eurointelligence del 2 febbraio, hanno parlato di un miscuglio di codardia e incompetenza: non ha infatti molto senso ribellarsi all’applicazione di regole che si sono accettate a testa bassa (responsabilità questa, va ricordato, non dell’attuale governo), soprattutto considerando che era chiaro fin dal principio quanto esse sarebbero state penalizzanti per il paese (due esempi fra tutti: l’accettazione del Fiscal compact non temperato dagli Eurobond, e l’accettazione dell’Unione bancaria non temperata da uno schema di assicurazione europea dei depositi). Altri ancora trovano che l’approccio del governo attuale sia velleitario, in quanto prima di affrontare quella che superficialmente viene chiamata “Europa” (cioè la Commissione Europea), bisognerebbe creare una rete di alleanze che consentisse di opporsi alla Germania con un sufficiente potere negoziale.

Ci soffermiamo qui su quest’ultima critica, che a nostro avviso è contraddittoria e superficiale (il che ovviamente non implica, come vedremo, che il governo Renzi stia tenendo una condotta appropriata).

I rilievi che muoviamo sono due.

Primo, se l’Europa è un luogo dove per far intendere le proprie ragioni è indispensabile andare alla guerra, allora, come dire, un luogo simile ce l’avevamo già, senza bisogno di creare l’Unione Europea, ed era anche meno disfunzionale dal punto di vista politico ed economico, perché non erano state imposte, attraverso Trattati che prevalgono sui dettati delle Costituzioni democratiche, regole economiche estremamente irrazionali (come la letteratura scientifica aveva da tempo chiarito). Quindi chi rimprovera al governo Renzi di non adoperarsi in modo ottimale per costruire “un’altra Europa” attraverso alleanze con gli altri paesi “deboli”, in realtà evidenzia, senza nemmeno avvedersene, i motivi profondi per i quali questa fantomatica “altra Europa” è impossibile. Da qui il carattere contraddittorio di queste critiche. Andrebbe riconosciuto che l’Unione Europea, concepita per abolire i conflitti fra gli Stati nazionali, si è trasformata in uno strumento per abolire gli spazi di mediazione democratica di questi conflitti, i quali quindi vanno regolati all’antica, in base ai rapporti di forza: alleandosi, e “battendo i pugni sul tavolo”. Ma il tavolo non c’è.

Secondo, chi critica l’incapacità del governo Renzi di tessere una rete di alleanze a livello europeo dimostra una conoscenza molto superficiale della mappa del potere in Europa. Il problema che l’Italia fronteggia infatti non è la mancanza di alleanze, quanto il fatto che tutti i gangli decisionali dell’apparato europeo sono infiltrati da elementi espressi dalla Germania (e in particolare dal partito della signora Merkel). Sarà utile fare un breve ripasso.

Iniziamo dal Parlamento europeo, il cui membro più longevo, che vi siede ininterrottamente fin dalla prima elezione nel 1979, è Hans-Gert Pöttering. Pöttering (classe 1945) è membro della CDU- CSU, il partito di Angela Merkel. È anche stato Presidente del Parlamento, fra il 2007 e il 2009, ma ciò che lo rende uno degli uomini più influenti a Bruxelles è il fatto di essere l’uomo di fiducia di Angela Merkel per tutte le questioni europee.

Durante la sua presidenza, il suo capo di gabinetto era Klaus Welle, che poi è diventato non a caso il Segretario Generale del Parlamento, cioè il funzionario più alto in grado di tutta l’amministrazione. Classe 1964, Welle era responsabile per le politiche europee dello stesso partito di Pöttering e Merkel negli anni ’90, poi passato nella delegazione del Parlamento europeo del PPE, per poi lavorare con Pöttering e finalmente insediarsi al vertice dell’amministrazione parlamentare.

Se ci spostiamo in Commissione, è noto persino ai giornali italiani (di solito non molto informati sulle vicende comunitarie) che il nuovo capo di gabinetto del Presidente Juncker sia il vero fac-totum della Commissione 2014-2019, colui il quale con una gestione inusualmente autoritaria sta imponendo una sua precisa linea politica, a volte anche scavalcando il Presidente. Martin Selmayr, classe 1970, è un giurista che ha studiato gli aspetti legali dell’unione monetaria, lavorando prima presso la BCE e poi negli uffici di Bruxelles della fondazione tedesca Bertelsmann. È stato lui e non Juncker a definire i limiti entro cui tutti i membri dell’esecutivo comunitario, i Commissari ed i Vice-Presidenti, possono muoversi. Un’altra manovra piuttosto spregiudicata e significativa è stata la rotazione dei direttori generali fortemente voluta e completata da Selmayr qualche mese dopo il suo insediamento.

In quell’occasione ha abilmente piazzato il suo predecessore e connazionale Johannes Laitenberger, ex-capo di gabinetto di Barroso, a capo della Concorrenza, uno dei portafogli più importanti. Johannes Laitenberger ha molte cose in comune con Selmayr. Entrambi sono giuristi, molto vicini al partito di Angela Merkel, la CDU-CSU. Laitenberger è stato il vero e proprio cane da guardia imposto dalla cancelliera a Barroso nel suo secondo mandato (2010-2014), in cambio della rielezione come Presidente della Commissione. Anche lui ha molto influenzato il lavoro della Commissione in perfetta sintonia con Berlino. Adesso è stato spostato a capo della direzione generale della concorrenza da Selmayr, senza che la Commissaria responsabile fosse proprio entusiasta. Per intenderci, è da lui che passeranno tutte le decisioni sugli aiuti di stato, come quelle per il settore bancario che l’Italia sta disperatamente cercando di ottenere.

Un posto formalmente meno importante, ma sostanzialmente decisivo, in Commissione è quello di Stefan Pflueger, che è il segretario del comitato economico e finanziario, del comitato di politica economica, e dell’Eurogruppo. Economista, lavorava nel Ministero delle Finanze tedesco, dipartimento internazionale, al tempo della crisi dello SME e quando si firmò il Trattato di Maastrich. Dal 1999 Pflueger passò a lavorare in Commissione ed è oggi il direttore responsabile dell’Eurogruppo. Conoscendo il funzionamento di questo organo importantissimo, ma poco disciplinato dai trattati, è evidente il suo ruolo determinante.

La sua controparte nel Consiglio, che è l’istituzione politicamente più importante e che rappresenta gli interessi dei governi nazionali, è Carsten Pillath, che occupa il posto di direttore generale per gli affari economici e finanziari. Sotto la sua responsabilità, non a caso, rientra la gestione dei lavori dell’Eurogruppo. Anche Pillath, classe 1956, è un economista tedesco con una lunga esperienza nel Ministero delle Finanze, dove si occupava delle relazioni con la zona euro. Nel 2006 viene nominato nel board della BEI, nel 2008 viene mandato a Bruxelles al segretariato generale del Consiglio, prima di arrivare nel 2012 al suo posto attuale. Non è un caso che i due funzionari più importanti per l’organizzazione dei lavori dell’Eurogruppo, sia dal lato della Commissione, sia da quello del Consiglio, siano due ex funzionari del Ministero delle Finanze tedesco.

Anche in seno al Consiglio il funzionario più alto in grado, il Segretario Generale, è un uomo di strettissima fiducia di Berlino, non un funzionario europeo di carriera, ma un uomo dell’amministrazione tedesca “prestato” nel 2011 all’amministrazione comunitaria come capo dell’istituzione politicamente più importante: Uwe Corsepius. Classe 1960, è anch’egli un economista, allievo di Horst Steinmann, dal 1994 impiegato presso la cancelleria tedesca, prima con Helmut Kohl, poi con Gerhard Schröder, infine con Angela Merkel. Con quest’ultima Corsepius assume la responsabilità di tutte le questioni legate all’integrazione economica e monetaria europea e dei negoziati sul budget comunitario. Nel 2011 diventa per un breve periodo lo sherpa di Angela Merkel nel G8, sostituendo il precedente consigliere della cancelliera, Jens Weidmann, che diventa il presidente della Bundesbank. Sempre nel 2011, dopo aver negoziato per conto del governo tedesco tutte le più importanti questioni europee, in barba ad ogni principio di imparzialità, Corsepius diventa il Segretario Generale del Consiglio europeo, col compito di garantire l’imparzialità nei negoziati fra tutti i paesi.

Il suo successore come consigliere principale per le politiche europee di Angela Merkel diventa Nikolaus Meyer-Landrut, classe 1960, diplomatico e grande tessitore delle relazioni fra i governi tedeschi e francesi, nonché responsabile delle relazioni con le istituzioni comunitare. Pochi mesi fa Meyer-Landrut è stato spostato sul fronte più caldo per le relazioni tedesche, come ambasciatore a Parigi. Al suo posto al fianco di Angela Merkel è ritornato Corsepius.

Il posto di consigliere principale di Angela Merkel è ovviamente un trampolino di lancio importante, come testimonia ad esempio la carriera di Jens Weidmann. Weidmann, classe 1968, economista allievo di Vaubel e Neumann, partecipa come consigliere alla preparazione dell’Agenda 2010: il programma di riforme strutturali del governo Schröder. Dal 2006 diventa consigliere di Angela Merkel e suo sherpa nel G8. Nel 2011, in barba al principio di indipendenza della banca centrale nazionale, il consigliere del capo del governo diventa il presidente della Bundesbank. Lascio immaginare al lettore le reazioni che scoppierebbero in Italia se un presidente del consiglio nominasse un suo consigliere come governatore della Banca d’Italia. La traiettoria di Weidmann è da seguire soprattutto in vista della successione a Mario Draghi nel 2019. Dopo che nel 2011 il capo della Bundesbank, Axel Weber, non riuscì a diventare il presidente della BCE, c’è da aspettarsi che nel 2019 ci riesca Weidmann.

Il ruolo di Weidmann nella Bundesbank, ma soprattutto nel board della BCE, è ben noto. Forse meno noto è quello di Sabine Lautenschläger da lui fortemente sponsorizzata. La Lautenschläger, classe 1964, è una giurista, ex capo dell’autorità di supervisione finanziaria, voluta da Weidmann come sua vice-presidente nella Bundesbank e come secondo membro tedesco nel board BCE, in sostituzione di Jörg Asmussen, le cui posizioni erano troppo spesso in sintonia con quelle di Mario Draghi.

Un altro degli uomini chiave di Berlino (e Francoforte) per tutte le questioni economiche e finanziarie in Europa è Klaus Regling. Regling è il direttore esecutivo del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) diventato poi il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), cioè il fondo che con assoluta discrezionalità e senza alcun controllo democratico decide le condizioni da imporre agli stati membri che chiedono aiuti finanziari a Bruxelles. Regling, classe 1950, è un altro economista tedesco la cui carriera si è sviluppata per oltre vent’anni fra il Fondo Monetario Internazionale e il Ministero delle Finanze tedesco, con una parentesi presso l’associazione delle banche tedesche e una banca d’affari londinese. Nel 2001, anche lui come esterno “prestato” all’amministrazione comunitaria, viene nominato direttore generale per gli affari economici e finanziari della Commissione europea, posto che ricopre fino al 2008. Dal 2008 al 2010 ritorna a Berlino come consigliere della Merkel, e poi dal 2010 diventa il capo dei vari meccanismi finanziari attraverso i quali l’Eurozona eroga i prestiti agli stati in difficoltà. È lui l’architetto dei vari “salvataggi” della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo, della Spagna, e degli altri che verranno… Significativa fu una sua intervista del 2010 in cui criticava duramente la Commissione per non aver adeguatamente vigilato sulle finanze pubbliche in Grecia, dimenticando di dire che il direttore generale responsabile dal 2001 al 2008 era stato lui stesso. Nel 2011 il suo nome circolò anche come candidato alla presidenza della BCE.

Per concludere con le istituzioni finanziarie di Bruxelles, a capo del Meccanismo unico di risoluzione bancaria, recentemente creato come primo pilastro dell’unione bancaria, è finita Elke König. La König è anche lei un’economista tedesca, che, dopo aver lavorato per trent’anni nel settore finanziario e assicurativo nazionale, nel 2012 aveva sostituito la Lautenschläger a capo dell’autorità federale di supervisione finanziaria. Nel 2015 è diventata la responsabile della supervisione finanziaria europea e del meccanismo di risoluzione bancaria.

I casi descritti sono solamente le punte più visibili di una rete assolutamente onnipresente che occupa tutti i nodi decisionali delle politiche europee, soprattutto le politiche economiche e finanziarie. Questo strapotere è ormai senza contrappesi, visto che il tradizionale bilanciamento fra Francia e Germania si è dissolto con la progressiva sparizione dei francesi dai posti chiave delle amministrazioni comunitarie. Questa asimmetria non è passata inosservata ai politici francesi, che se ne sono preoccupati in ritardo. Il magazine online Politico.eu ci informa in un interessante articolo, intitolato proustianamente Alla ricerca dell’influenza francese perduta, del fatto che Christophe Caresche e Pierre Lequillier, due parlamentari francesi rispettivamente di maggioranza e opposizione, hanno dedicato a questo tema preoccupante un rapporto di oltre cento pagine, che indaga le ragioni del progressivo indebolimento della Francia in “Europa”. I motivi sono diversificati e tutti però difficilmente contrastabili nel breve periodo: si va dall’allargamento a Est dell’Unione, fortissimamente voluto dalla Germania anche per crearsi una rete di stati vassalli che le consentissero di alterare i rapporti di forza nelle varie sedi europee, al mancato ricambio dei rappresentanti francesi, determinato dalla progressiva perdita di interesse delle élite francesi per le carriere europee. Un processo, quest’ultimo, degenerativo, perché naturalmente il prestigio delle cariche a Bruxelles diminuisce (e rende queste cariche meno attraenti) quanto più queste cariche diventano subalterne alla Germania (cosa che fatalmente avviene se le forze migliori degli altri paesi non vengono indirizzate verso i luoghi del potere europeo).

La Germania si trova così a godere di uno strapotere senza precedenti nella storia dell’Unione europea, strapotere che, naturalmente, va anche a suo merito. Arrivare a questo punto richiede anni se non decenni di lavoro costante da parte di un paese per “coltivare” e piazzare al momento giusto una propria classe dirigente che sia fedele agli interessi nazionali, anche a costo di calpestare quelli comunitari, come è sempre più evidente. Tuttavia così come costruire una rete del genere per piegare la macchina burocratica europea ai propri interessi nazionali è un processo molto lento, che richiede impegno costante, anche un’ipotetica inversione di rotta lo sarà, se e quando altri paesi proveranno a farlo. Non è l’Unione sognata da chi credeva nell’integrazione europea, ma è la realtà a cui siamo arrivati.

Come insegna l’esperienza britannica, anche nell’ipotesi di un governo euroscettico, per ottenere qualsiasi cosa nelle relazioni con Bruxelles è fondamentale avere una rete ampia e efficace, essere più preparati degli altri e saper anticipare tutte le questioni di importanza strategica. Il governo italiano, così come i precedenti, sembra tragicamente impreparato per perseguire qualunque strategia che non sia una totale sottomissione. D’altra parte, come il nostro breve e non esaustivo inventario dimostra, e come l’analisi di Politico.eu conferma, cercare alleanze in questo momento servirebbe veramente a poco, dato che l’unico paese mediterraneo di un certo spessore sullo scacchiere europeo, vale a dire la Francia, si dimostra, alla prova dei fatti, sostanzialmente subalterno agli interessi tedeschi, o comunque incapace, per abbandono di campo, di contrastarli e di cercare una mediazione efficiente nelle sedi europee.

Dobbiamo quindi concludere amaramente che chi rimprovera al governo Renzi di non aver tessuto una rete di alleanze prima di cominciare ad affermare il diritto del nostro paese a un pari trattamento nelle sedi europee, gli rimprovera una cosa che alla prova dei fatti sarebbe ormai sostanzialmente inutile. Nessuna alleanza sarebbe infatti in grado di riequilibrare in tempi sufficientemente rapidi  la profonda asimmetria che si è venuta costituendo lungo almeno tre decenni nella mappa del potere europeo.

Alberto Bagnai

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http://www.asimmetrie.org/op-ed/banche-nel-panico-pure-le-elite-e-berlino-ci-consiglia-la-troika/

 

Banche: nel panico pure le élite, e Berlino ci consiglia la Troika

8 Posted by Redazione - 24 dicembre 2015 - Articoli

Caro Lars, ho letto con interesse ma senza sorpresa la tua affermazione sul Corriere della Sera del 19 scorso secondo cui nel 2016 l’Italia dovrà affidarsi alla Troika. Conosco le tue posizioni da quando ti invitai al convegno sull’Eurozona organizzato l’aprile scorso dal think tank a/simmetrie: i paesi del Sud sono in una crisi di debito pubblico causata dalla loro scarsa competitività, cioè dal fatto di avere salari privati troppo alti (ma che c’entra il debito pubblico coi salari privati?); dato che il deficit è brutto, il surplus è bello, quindi la Germania non deve cooperare e chi è in crisi deve fare i compiti a casa (ma se nessuno fosse in deficit, come farebbe la Germania a essere in surplus?). Con questi presupposti, è ovvio che tu ti opponga allo schema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS, European Deposit Insurance Scheme), offrendoci, in alternativa, il ricorso alla Troika.

La strada giusta verso l’unione, per l’élite tedesca cui appartieni, non è attenuare i rischi creando istituzioni che li mutualizzino, ma alzare l’asticella a chi è in difficoltà. Un darwinismo che non porta da nessuna parte, come l’agonia della Grecia dimostra. Oggi perfino il CEPR, vestale dell’ortodossia, scopre quanto avevamo scritto nel Tramonto dell’euro: il debito pubblico, con la crisi, c’entra poco. Peter Bofinger, membro del CEPR e tuo collega nel collegio degli esperti della Merkel, ha detto il 30 novembre scorso un’altra cosa che sapevamo (perché l’ILO, agenzia dell’ONU, l’aveva detta nel 2012): il successo tedesco non è dovuto alle virtù della finanza pubblica, ma alla “moderazione salariale”. Pagando relativamente di meno lavoratori relativamente più produttivi la Germania ha trionfato sui mercati esteri.

Così facendo, però, ha costretto gli acquirenti esteri a indebitarsi per acquistare beni tedeschi. Le banche del Nord, per sostenere l’industria nazionale, cioè i profitti nazionali (visto che i salari erano “moderati”), hanno finanziato con grande disinvoltura gli acquirenti esteri di beni nazionali. Finanziare i consumi, però, non è sempre una buona idea: alla fine, il governo tedesco ha dovuto spendere più di 250 miliardi di aiuti di Stato per salvare le sue banche. A noi, invece, è stato vietato di spenderne quattro, e c’è scappato il morto: primo dato non scontato di questa triste storia. Quando Renzi, insediandosi alla presidenza del semestre europeo, ha giustamente osservato che la Germania era stata la prima a sforare il parametro del 3% nel 2003, non credo sapesse il vero motivo di questa violazione: finanziare con oltre 90 miliardi di soldi pubblici l’abbattimento del costo del lavoro (tramite riduzione del cuneo fiscale e misure di sostegno ai redditi troppo “moderati” dalle riforme Hartz).

Un primo aiuto di Stato, distorsivo della concorrenza, seguito durante la crisi da un secondo, gigantesco: i 250 miliardi di cui parlavo. Tu dici: “Allora erano necessari per evitare il contagio, ma oggi lo Stato italiano non deve intervenire, perché forse non ci sarà panico”. Scusa, Lars! Cosa vuoi che provochi, se non panico, il rifiuto di procedere verso l’EDIS, unito a quello di farci aiutare da soli le nostre banche? La sfiducia verso le banche si sta diffondendo a macchia d’olio, e non è escluso si arrivi a una corsa agli sportelli. Ma soprattutto, caro Lars, menzionando la Troika hai scatenato un panico più pericoloso per voi: quello delle nostre élite. Finché il “ce lo chiede l’Europa” serviva a tagliare i nostri stipendi e le nostre pensioni, ai nostri piani alti erano d’accordo. Ma tu ci sei andato giù duro, e gli hai fatto capire che da oggi il “ce lo chiede l’Europa” serve a espropriarli delle loro banche e del loro potere, via commissariamento della Troika. E questo ai nostri leader piace molto di meno! Improvvisamente Renzi vuole “uscire dalla cultura della subalternità”, Patuelli invoca parità di trattamento per il sistema bancario italiano, Bankitalia si lamenta, per bocca di Barbagallo, dei vostri “nein”.

Chissà se Renzi accetterà di essere “berlusconizzato” a colpi di spread? E se lo fosse, siamo sicuri che l’elettorato benpensante, la nostra “sinistra lompo”, non comincerà a porsi domande sul progetto europeo? Qualche curiosità gliela fai venire tu, quando dici che sì, voi avete appena salvato la Nordbank per tre miliardi, ma che c’entra: lì l’azionista non potevi colpirlo col bail-in, perché è pubblico! Ah sì!? Quindi mentre al Sud privatizziamo per “fare le riforme”, nel paese moralizzatore par excellence il 45% del sistema bancario è in mano pubblica, incluse Landesbanken e Sparkassen, piene di crediti deteriorati che però sfuggono alla vigilanza europea, costruita su misura per ignorare 1697 piccole banche tedesche, che al bisogno vengono salvate con soldi pubblici “perché l’azionista è pubblico”.

Ma allora, forse, un’alternativa alla Troika c’è: fare come la Germania, nazionalizzare le banche. Se lo fate voi che siete bravi! Il problema è che in Europa la legge è uguale per tutti, ma più uguale per il più forte. Ti ringrazio di averlo ricordato al mio governo, che spero ne tragga le debite conclusioni. Lo avrai, caro Lars, il bail-in che pretendi da noi italiani ma con che moneta si salderà a deciderlo tocca a noi.

Alberto Bagnai, 

Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2015