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lunedì 15 agosto 2016

Renzi e la ripresa: cronaca di una morte annunciata

Partiamo dai numeri, questi sconosciuti... Ricordo quando gli amici (vero, Basilisco!?) mi dicevano: "Che fati? Metti tabelle? Ma laggente nun capischeno, non ti leggeranno mai...". 3579 lettori fissi e 22 milioni di visualizzazioni dopo (che sono poche, cacciatevelo in testa!) mi sento di prendere il rischio, e quindi:


Quello che vedete, in tutto il suo splendore, è il PIL italiano al tempo della crisi. I dati sono estratti dal
database dell'ISTAT, e ho riportato tutte le informazioni relative alla query con la quale ho estratto i dati (così chi desidera può verificare).

I dati, espressi ai prezzi del 2010 (e non è che da allora i prezzi siano cambiati moltissimo), vengono forniti a cadenza trimestrale (colonna 2), la procedura di trimestralizzazione rispetta i volumi. Dato che il PIL è un flusso, il dato si aggrega temporalmente per somma, esattamente come qualsiasi flusso, quale il vostro stipendio. Ad esempio, se siete disoccupati guadagnate zero al mese, e quindi:

0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0+0=0

all'anno (e questo è un esempio facile). Se avete un lavoro con 1300 euro di netto e tredici mensilità guadagnate 16900 euro l'anno. Se il PIL italiano nell'inverno 2015 è stato di 385142 milioni e nella primavera 2015 di 386358 milioni, nel primo semestre 2015 è stato di 385142+386358 = 771500 milioni (i dati semestrali sono ricostruiti nella colonna 5), per cui se poi in estate è stato di 387101 milioni e in autunno di 387818 milioni, nell'anno 2015 è stato di:

385142+386358+387101+387818 = 1546419 milioni

ovvero 1546 miliardi, .

Se applicate la stessa logica all'anno precedente, vedrete che il dato annuale del 2014 è di 1536 miliardi (dovreste essere in grado di localizzarlo sulla tabella), e quindi il tasso di crescita nel 2015 è stato dello 0.6% (colonna 9) come qui previsto
a tempo debito (notate peraltro che accanto a previsioni giuste ce ne erano anche di sbagliate: la vita è fatta così e magari un giorno ne parliamo).

Aggiungo, per completezza, che il dato annuale grezzo, per ragioni che ignoro, è stato rivisto al rialzo, come risulta sempre dal sito ISTAT:


e quindi il suo tasso di crescita risulta essere dello 0.760% (arrotondato a 0.8%) invece che dello 0.642%. Forse l'ISTAT usa una procedura di destagionalizzazione che non conserva i volumi? Forse il dato destagionalizzato non è ancora stato aggiornato? La questione, a dire il vero, non mi appassiona, e questo non perché le cifre coinvolte siano piccole. Sì, sono pochi decimi di punto decimale, ma, se ci fate caso, in soldoni sarebbero un paio di miliardi (che anche a dividerceli fra quanti siamo qui farebbero una bella cifra...).

Il punto è un altro. Come sa chi segue o studia queste cose, i dati statistici sono soggetti a diversi round di revisioni, e quindi prima che emerga un dato accettato come definitivo deve passare un po' di tempo. Non credo che siate mai stati fermati da due bravi dell'ISTAT i quali vi abbiano ingiunto di dir loro quanti soldi avevate in tasca, giusto? Questo significa che il dato del PIL non deriva da una rilevazione esaustiva, ma da una rilevazione campionaria, ed è quindi una stima, che a sua volta riposa su altre stime, che via via vengono confermate o smentite da rilevazioni successive. Anche il dato annuale, il più "stabile", si muove, quindi, nel tempo, e anche in assenza di variazioni importanti nei metodi di rilevazione (che pure regolarmente si verificano). A titolo di esempio, guardiamo come si è andato assestando il dato sulla crescita del 2012 consultando le solite statistiche del FMI, partendo da quelle di ottobre 2011 (prima che arrivasse Monti) per arrivare agli ultimi dati disponibili (quelli di aprile 2016):


Notate che i dati fino all'edizione 2012-10 del
World Economic Outlook sono ovviamente previsioni, e l'ultima, quella di ottobre 2012, appunto, è tutto sommato abbastanza precisa. I dati dal 2013 in poi sono riportati come definitivi, ma, come vedete, anche l'ultima edizione, quella di aprile 2016 (quattro anni dopo) li rivede al ribasso.

Questo è uno dei tanti motivi per i quali non mi scaldo sui decimali. Vi ricordo anche che lo 0% che qui abbiamo azzeccato è un dato provvisorio. Può darsi che il dato definitivo ci dia ancora più ragione (entrando in territorio negativo) o ci smentisca, diventando da nullo positivo, e quindi uscendo dall'intervallo di confidenza della previsione che avevamo fatto con il nostro semplice modello.

 
Per questo, e per altri motivi, vorrei oggi essere faustiano: lass das Vergangene vergangen sein! (traduzione per diversamente non partenopei: scurdammoce o passato). Pensiamo al futuro, che è un equilibrato cocktail di tragedia e commedia.

La commedia ce l'ha messa il MEF con
questa sua nota del 12 agosto, che non può non rinviarci a un altro grande classico. Il richiamo alla Brexit, che poi è qualcosa che ancora deve verificarsi, ed è stata decisa a grande sorpresa di tutti nella Penultima settimana del trimestre considerato (con zero probabilità di influire sul risultato delle dieci settimane precedenti) è un vero colpo di genio.

La tragedia ce la mette la nostra amica aritmetica: quella che abbiamo studiato a scuola, e quella del debito pubblico, che invece
abbiamo studiato qui più di tre anni fa (consiglio ripasso ai nuovi e vecchi arrivati). Oggi non vorrei fare previsioni (mi piacerebbe prima darvi qualche strumento in più, almeno spiegarvi cosa sia una correlazione), ma semplicemente valutare la compatibilità delle previsioni governative con la realtà, per apprezzarne la coerenza interna.

Nel Documento di Economia e Finanza rinvenibile
qui il ministro Padoan formulava il suo Programma di stabilità sulla base di una crescita del PIL pari all'1.2%. Il numero lo trovate in questa tabella a p. 37:


Ora, cominciamo con l'aritmetica delle elementari. Se il PIL crescesse dell'1.2% nell'anno in corso, vorrebbe dire (riferendoci ai dati della prima tabella, quelli destagionalizzati) che il suo valore totale sarebbe pari a:

1,546,419 x 1.012 = 1,564,976

Siccome nel primo semestre abbiamo avuto due trimestri pari a 388,807 (crescita zero fra il primo e il secondo trimestre), il dato del primo semestre è 777,614, e quindi per arrivare a 1,564,976 il PIL nel secondo trimestre dovrebbe essere pari a 1,564,976 - 777,614 = 787,362 milioni, con una crescita fra primo e secondo semestre dell'1.3% (per i precisini: 1.254%).

Ora: il PIL normalmente cresce: il dato destagionalizzato, che rimuove le fluttuazioni dovute a eventi ciclici quali la chiusura delle fabbriche in estate, se non subentra una recessione cresce ogni trimestre, e così fa quello semestrale. Dalla tabella che vi ho riportato vedete che una crescita dell'1.3% fra primo e secondo semestre dell'anno non si è mai verificata. Ci siamo andati vicini nel 2010, con un tasso di crescita dell'1.1%. Tuttavia, se consultiamo una serie storica semestrale un po' lunga, vediamo che mentre negli anni '70 una simile crescita fra primo e secondo semestre era abbastanza consueta (per forza! Con l'economia che cresceva a oltre il 3% l'anno, va da sé che la crescita da un semestre al successivo fosse intorno a 1.5 in media), nei 25 anni dal 1990 al 2015 una simile crescita fra primo e secondo semestre si è avuta solo nel 1994, 1997, 1999, 2000 e 2006: anni tutti, per diversi motivi, meno difficili di quello che stiamo attraversando. Per darvi un'idea, i rispettivi tassi di crescita mondiale furono: 3.3%, 4.1%, 3.6%, 4.8%, 5.5%, mentre per il 2016 ci aspetta, secondo il FMI, un 3.1%. Difficilmente credo che riusciremo a fare di più in circostanze in cui il mondo sta facendo di meno.

In generale, nei 54 semestri dal 1990 alla prima metà di quest'anno, il tasso di crescita reale ha superato 1.2% solo in 9 volte. Non è quindi un evento frequente.

Il dato semestrale, tuttavia, non viene utilizzato spesso: ci si riferisce o all'anno, o al trimestre. Tuttavia, non è difficile calcolare quale dovrebbe essere il tasso di crescita trimestrale medio nei due prossimi trimestri dell'anno compatibile con l'obiettivo di crescita annuale del governo. In particolare, per raggiungere un totale annuale di 1,564,976, compatibile con una crescita annuale dell'1.2%, il dato trimestrale dovrebbe nei prossimi due trimestri crescere a un tasso dello 0.8% a trimestre (per i precisini: 0.8334%). Vuol dire che il dato di questo trimestre dovrebbe essere pari a:

388807 x 1.008334 = 392047

e quello dell'ultimo trimestre a:

392047 x 1.008334 = 395314

e così il totale dell'anno farebbe 388,807 + 388,807 + 392,047 + 395,314 = 1,564,975

(nell'arrotondamento ci siamo persi un miliardo, ve lo restituirò presto in lire...).

Bene.

Vogliamo ridere o piangere?

Un tasso di crescita trimestrale dello 0.8% in Italia non si vede dal primo trimestre del 2008 (fu un rimbalzo preceduto da tre trimestri e seguito da cinque trimestri di recessione), e in generale non è che ce ne siano stati tanti. Se prendiamo la serie storica destagionalizzata dal 1970, di tassi di crescita superiori allo 0.8% ne riscontriamo 55 sui 185 che è possibile calcolare, ma sono quasi tutti negli anni '70. Dal 1990 se ne contano solo 12, ovvero: la crescita trimestrale è stata superiore allo 0.8% nell'11% dei casi. E, lo ripeto: la maggior parte di questi anni, anche da quando è entrato l'euro, sono stati anni migliori di questo, se non altro per il contesto internazionale (e non mi riferisco a scemenze come la Brexit, ma al fatto che l'economia mondiale cresceva ben oltre il 3%).

Come abbiamo fatto a ridurci così lo sapete, e a chi non lo sapesse suggerisco il riassuntino che ho fatto
in 1998 battute per il Tempo, dove trovate anche lo spassosissimo commento di quel malato di mente di Yanez: peraltro, si spara su un piede, perché siamo in deflazione e quindi il Pil nominale andrà peggio di quello reale. Ma di questo, e delle conseguenze per il debito, parleremo un'altra volta.

Ora devo andare a TgCom24, dove sarò in diretta alle 22.