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domenica 1 gennaio 2017

Le post-verità del Corsera

Quanto sto per illustrarvi non vi tornerà nuovo a chi mi segue.

Ho già avuto modo di notare in diverse sedi (
ad esempio sul Fatto Quotidiano) come il Corriere della Sera sia uno dei quotidiani più impegnati nella riscrittura della storia economica italiana sulla base di dati statistici errati, in base al noto principio orwelliano secondo cui chi controlla il presente controlla il passato (perché può riscrivere la storia) e chi controlla il passato controlla il futuro (perché può orientare l'opinione pubblica inducendola a credere che nel passato siano stati fatti solo errori da ripudiare, e non vi fosse invece anche qualcosa di buono da recuperare).

Così, già nel 2012 vi feci notare che
la ricostruzione della crisi del 1992 fornita dal Corsera riportava in modo errato dati misurabili (in particolare, affermando che i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico erano saliti dopo la svalutazione della lira, quando invece erano scesi, per il semplice motivo che non c'era più motivo per tenerli alti, come vi ho spiegato per filo e per segno a suo tempo). Nel 2014, poi, in piena campagna elettorale per le europee, il Corsera ne sparò un'altra, tanto enorme da dover essere rettificata (e da attirare l'attenzione di Dagospia), affermando che la disoccupazione era arrivata ai livelli del 1977, quando nel 1977 era pressoché la metà: era evidente l'intento di nascondere agli elettori che quando gli italiani potevano autodeterminarsi la vita non era certo rose e fiori, ma non era nemmeno il disastro cui ci ha condotto l'attuale protettorato germanico.

Passato un altro paio di anni siamo di nuovo in una fase acuta di quella campagna elettorale permanente che è la vita politica italiana (oggi in tutta evidenza per colpa dei politici e delle istituzioni garanti che ci impediscono di andare al voto), e naturalmente il Corsera non può mancare all'appuntamento e ci elargisce un'altra perla, a firma di Francesca Basso:


Un pezzo di giornalismo spiacevole nella sua evidente tendenziosità e che riporta dati in modo non del tutto corretto.


Rinunciamo a spiegare alla dottoressa Basso che i limiti dell'euro erano stati denunciati da tempo dagli esponenti più prestigiosi della scienza economica (
qui una lista non esaustiva). Mi sembra del tutto evidente che la gentilissima non voglia prenderne atto non tanto per ignoranza, quanto per una precisa scelta editoriale, volta a banalizzare come "populismo" qualsiasi critica scientificamente fondata al progetto di unione monetaria. Siccome la linea editoriale non credo la scelga lei, sarebbe sleale chiamarla a difendere una scelta non sua, e quindi sul tono fuorviante di questa nota stenderei un pietoso velo di indifferenza.

Sui dati, però, gradirei non si scherzasse, soprattutto in un momento in cui autorità garanti, agenzie al servizio di grandi interessi economici, uomini politici scarsamente consapevoli delle responsabilità del propro ruolo, stanno lanciando una battaglia in grande stile contro l'espressione del diritto di opinione e di critica, mascherandola da operazioni difensiva verso le "bufale" diffuse sulla rete. Da chi manifesta questo sacro fuoco purificatore in difesa della "verità" (prime fa tutte le grandi testate giornalistiche che tante cantonate hanno preso nel 2016) gradiremmo meno "lievi imprecisioni" nel riportare non dico teorie scientifiche (pur sempre sottoposte a revisioni in seguito all'avanzamento del pensiero), ma dati misurabili. Può anche darsi che fra qualche secolo la statura di pensatori come Oscar Giannino venga rivalutata: su questo non mi pronuncio.
Ma su quante tonnellate di patate sono state vendute dalla Rutenia alla Cracozia (if any) credo che oggi, come ieri, come fra cinque millenni, faranno fede i dati doganali e di contabilità nazionale. Vorrei che accettassimo tutti, come principio metodologico, l'idea che i fatti sono una cosa e le opinioni un'altra. La frase che balbettano i propagandisti, quella secondo cui il loro lavoro è "fornire i fatti separatamente dalle opinioni" è, ne convengo, molto ingenua. Cosa costituisca un fatto, siamo d'accordo, dipende dalla natura del fenomeno e dall'atteggiamento psicologico dell'osservatore. Tuttavia questa frase è anche una plateale ammissione di colpevolezza, in molti casi, e questo è uno dei tanti.

Per chiarire cosa intendo, vi fornisco intanto i dati ufficiali sul tasso di crescita di esportazioni e importazioni dal 1980 al 2015, che potete facilmente reperire per i vostri opportuni controlli (inclusi quelli della dottoressa Basso, se vorrà farne,
come sarebbe suo preciso dovere professionale), sul sito del Fondo Monetario Internazionale (organo non meno autorevole del Corsera):


Come vedete, e come (vi assicuro: mi duole
sinceramente dirlo) era facilmente prevedibile dati i precedenti, le cose non stanno esattamente come la dottoressa Basso le mette nel suo pezzo. Nel grafico ho evidenziato in rosso i tassi di crescita delle esportazioni fra 2005 e 2008 (estremi inclusi). Mettendo questi dati in prospettiva (cosa che un professionista dell'informazione dovrebbe poter fare, anzi, semplicemente: dovrebbe fare) si vede immediatamente che questo periodo può sembrare un boom solo per una illusione ottica, ovvero per il fatto di trovarsi fra due recessioni: quella di inizio millennio, dovuta alla fine della bolla delle dot com, e quella iniziata nel 2007 con la crisi dei subprime, e poi proseguita fino ad oggi in varie forme. Tanto per essere chiari, il tasso di crescita delle esportazioni più alto nel periodo in questione si è avuto nel 2006 ed è stato pari all'8.22%. Nel periodo dal 1980 al 2015 (cioè su 36 osservazioni) tassi di crescita più alti si sono registrati in ben sei anni (un sesto del campione), e la media dei tassi di crescita fra 2005 e 2008 è pari al 3.6% all'anno, del tutto in linea con quella del campione (3.7% all'anno).

Quindi boom de che?

Non solo. Il grafico mette chiaramente in evidenza (almeno, a chi voglia aprire gli occhi) come dall'entrata nell'euro il tasso di crescita delle esportazioni sia stato inferiore a quello sperimentato negli anni precedenti. Le medie sono qui:

Se dividiamo il campione fra 1998 e 1999, vediamo che il tasso di crescita delle esportazioni scende dal 4.4% al 2.8%. Niente di strano, considerando che l'ingresso nell'euro determina una fase di apprezzamento del cambio reale, visibile in questo grafico costruito con i dati della
Banca dei Regolamenti Internazionali (altra fonte non meno autorevole del Corsera):



Chi mi segue sa cos'è il tasso di cambio reale, e chi non mi segue, soprattutto se è un operatore informativo, è vivamente esortato a documentarsi, ad esempio
qui.

Questo grafico, peraltro, ci illustra che quella della dottoressa Basso è un autentico saldo di fine stagione: la dottoressa, certo involontariamente e in perfetta buona fede (ma mai che questi errori vengano fatti in dissonanza con la linea editoriale, eh!?), ci fornisce due bufale al prezzo di una, in quanto non solo non è vero che fra 2005 e 2008 ci sia stato un particolare boom delle esportazioni (siamo rimasti in linea con la media di lungo periodo, e il periodo appare un "boom" solo se lo si inquadra fra le recessioni che lo precedono e lo seguono, evitando di allargare l'orizzonte agli anni della lira),
ma se anche il boom ci fosse stato, l'euro non avrebbe potuto esserne causa, per il semplice motivo che in quel periodo si stava, se pure lievemente, apprezzando (il che, come ogni persona mediamente acculturata in economia sa, incluso il dottor Napoletano quando gli fa comodo, rende meno convenienti le esportazioni). In realtà, sempre consultando i dati del Fmi, si può constatare come il picco del nostro export nel 2006 (e più in generale l'andamento meno insoddisfacente che nei due periodi immediatamente precedente e successivo) sia stato dovuto non all'euro (che si stava apprezzando in termini reali, rendendo i nostri beni più cari per gli acquirenti esteri), quanto al fatto che la crescita mondiale stava riprendendo, passando dal 4.9% del 2005 al 5.5% del 2006.

Già: perché questo è uno dei tanti paradossi della propaganda.
Stranamente, quelli che "l'euro è solo una moneta", o quelli che "i populisti la fanno facile", sono anche quelli che poi, alla prova dei fatti, non sanno guardare in modo organico ai fondamentali dell'economia (perché ci troverebbero fatti che smonterebbero immediatamente le loro tesi preconcette).

Sono veramente preoccupato per la piega che le cose stanno prendendo.

Se fosse vero, come i giornali tentano di farci credere, che solo i giornalisti professionisti hanno gli strumenti per verificare le informazioni (e quindi sono gli unici testi fededegni della verità), allora dovremmo credere che la dottoressa Basso ci stia fornendo un resoconto deliberatamente artefatto. Io non credo che le cose stiano esattamente così: credo, ad esempio, che la mancanza di preparazione sui temi economici, dei quali oggi chiunque si sente in diritto di parlare (nonostante richiedano una seria preparazione specifica, come messo in evidenza autorevolmente da Alberto Bisin) spieghi molti di questi episodi francamente incresciosi. Certo, se invece ci fosse dolo, ciò sarebbe allarmante, anche perché, in un periodo storico in cui i dati sono a portata di click, proseguire su questa linea editoriale porterebbe al definitivo screditamento dei giornali e dell'intera professione giornalistica.

Questo, come ho già avuto modo di dire, sarebbe un grave danno per la democrazia.

Quando infatti venisse istituito dal regime attuale il Ministero della Verità, l'organo preposto al controllo delle "bufale", con il coinvolgimento dei personaggi più o meno macchiettistici o più o meno coinvolti coi servizi che abbiamo visto menzionare su Twitter, ci si esporrebbe non al rischio, ma alla certezza di due conseguenze:

(1) intanto, i movimenti di destra che fatalmente si affermeranno a causa delle demenziali politiche europee e dell'atteggiamento di rimozione psicotica della sinistra (
da me denunciati fin dal 2011), se vorranno a loro volta limitare le libertà politiche, si troveranno la strada spianata dai provvedimenti fascisti che l'attuale regime sta prendendo... proprio per difendersi dall'avvento dei "fascisti" (o populisti che dir si voglia)! Paradossi non inusuali della storia: sarà stato ancora una volta il macellaio dal grembiule rosa a fare il lavoro sporco.

(2) poi, come ho già sottolineato parlando del
No ai media, se i giornalisti continueranno ad operare screditando la propria professione col propalare scenari fantasiosi e irrealistici, o addirittura col fornire dati storici falsati, qualora i regimi che si affermeranno volessero dare un serio giro di vite all'informazione, secondo una loro tradizione consolidata, i cittadini non sarebbero allarmati, ma sollevati, se non addirittura soddisfatti, nel vedere che chi gli ha mentito viene silenziato.Credo che anche questo non sia un dato inusuale: ci sarebbe da studiare le dinamiche del mondo dell'informazion durante l'affermazione storica dei vari fascismi, e credo che fra di voi qualcuno in grado di illuminarci ci sia.

Questo vorrei dire a chi oggi prosegue con prassi discutibili, mentre parte per la crociata antibufala: state proseguendo su una china molto pericolosa per la democrazia, e state prendendo una direzione che porta a esiti estremamente inquietanti.
Se volete combattere le bufale, cominciate dal verificare i dati che fornite voi, mettendoli nella prospettiva corretta, invece di parlare di "boom" dove non ce ne furono, attribuendoli a variabili che non potevano esserne la causa: ne beneficeranno la vostra immagine e la sostanza della democrazia.

Ma tanto so che non ascolterete: se aveste potuto, lo avreste fatto. Da quando sono entrato nel dibattito, mi è diventato trasparente con terribile evidenza il meccanismo che porta all'affermazione dei regimi totalitari. Il mondo dell'informazione è un ingranaggio essenziale di questa macchina: è sempre stato così, e sarà così sempre.

Amen.

 

Post scriptum delle 23:13 dopo una serata che devo assolutamente raccontarvi, ma in un'altra sede.

Mi viene in mente uno dei canti più belli della Comedia, forse il più attuale, sicuramente quello che si scolpisce di più nella mente di un fiorentino, e forse anche di un uomo (non nel senso che i fiorentini siano superuomini, ovviamente: semplicemente, gli uomini sono sottofiorentini):


Com'io al piè
dello suo blog fui
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso
mi domandò: "Qual fuor li dati tui?"

Io ch'era d'ubidir desideroso
non gl'il celai, ma tutto gliel'apersi...


E allora apriamo, apriamo a Francesco Daveri (nel senso di palesiamo, disveliamo, chiariamo, squaderniamo, precisiamo, dettagliamo, illustriamo) la fonte dei dati, e in che modo essa influisca sul risultato di quanto abbiamo precisato qui sopra. Voi direte: da cosa ti deriva quest'empito dantesco? Ma, veramente io, che son per mia disgrazia uom di buon cuore, avrei considerato anche chiuso il caso Basso. Solo che Francesco mi ha rilanciato con un simpatico scambio di tweet, prima di riportarvi il quale vorrei ribadire (perché so che voi, dopo anni di insulti, di contumelie, di irrisioni, di mortificazioni, di sorrisetti di sufficienza, avete il dente avvelenato, e lo capisco), vorrei ribadire, dico, che fra i mainstreamers italiani considero Daveri (e Bisin) gli unici due che mi hanno dato prova di onestà intellettuale (nonostante il vostro avviso contrario, del quale faccio il conto che credo). Questo non significa che gli altri siano disonesti: significa che non ho le prove della loro onestà (e in alcuni selezionati casi che il tacere è bello ho le prove della disonestà). Ma nel caso di Francesco Daveri e di Alberto Bisin invece sì. Per sapere cos'è l'onestà intellettuale bisogna essere intellettuali, quindi astenersi perdigiorno e andiamo avanti. Lo scambio di tweet è questo:



Bene. Per vostra edificazione, i dati ISTAT (faccio lo screenshot) sono questi:


e in effetti salgono da 396 a 441 miliardi nel periodo oggetto del contendere. Dopo di che, con la mia copia guelfa di Excel, questo andamento dei volumi corrisponde a questi tassi di crescita:


che coincide esattamente con quella riportata dall'IMF (nota in particolare l'8.22% nel 2006). Proprio esattissimamente no, perché con i dati ISTAT, arrotondando, la crescita media 2005-2008 mi viene del 3.7%, cioè esattamente in linea con la crescita che ottengo dai dati IMF. Per vostra comodità, e invitandovi a verificare, accosto i tassi di crescita riportati dalla fonte IMF citata sopra a quelli ricavati dalla fonte ISTAT che il ghibellino Francesco sembra prediligere:


L'entità degli scarti, soprattutto nel periodo in cui il Corsera ci propone la sua post-verità, salta all'occhio per la sua inesistenza.

Nota che se invece si usa l'ultima versione dei conti ISTAT, quella targata Settembre 2016:


in effetti le cose vanno in modo lievemente diverso da come le prospetta Francesco, e le esportazioni vanno da 367 a 440 miliardi (dinamica lievemente sfavorevole). In termini di tassi di crescita, però, le cose stanno esattissimamente nello stesso modo:


...e a questo punto voi sarete indignati, e comincerete a sbraitare: "Ma perché perdi tempo con un bocconiano! Non è forse evidente che è intervenuto a puntellare la post-verità del Corsera insinuando che tu fossi un incompetente, cercando di screditare il tuo lavoro con l'affermare che le tue fonti non fossero adeguate, quando invece sono esattamente identiche a quelle alle quali lui fa riferimento, proprio perché il Fmi utilizza, nel compilare le sue statistiche, fonti nazionali? E quando anche lui avesse ragione, non si renderebbe conto di fare un clamoroso autogol? Significherebbe che quando il Fmi viene in Europa a fare le sue lezioncine non sa nemmeno di cosa sta parlando perché non ha statistiche appropriate da prendere come base per le sue valutazioni, il che, se fosse vero, sarebbe di una gravità inaudita, ancor più inaudita della
scelta politica fascista di ipotizzare contro ogni evidenza tecnica disponibile che il moltiplicatore della Grecia fosse 0.5, solo perché la presidenta del Fmi e il suo garzone di bottega erano entrambi oriundi di un paese che aveva parecchi sospesi da recuperare..."

E io vi direi: calma!

Calma.

Calma.

Qualsiasi critica, quando, è costruttiva (cioè propone altre fonti da verificare, suggerisce linee alternative di ragionamento) deve essere accolta ed elaborata, perché di errori se ne fanno sempre. Per esempio, rifacendo i calcoli di questo post ho trovato un errore. I tassi di crescita dell'export che vi avevo proposto erano sbagliati per un banale errore di Excel, di quelli che
i grandi economisti spesso commettono. I tassi di crescita corretti (vi invito a verificarli) sono questi:




e quindi l'entrata nell'euro in effetti ha schiacciato di 2.6, non di 1.6 punti, il tasso di crescita delle esportazioni italiane. Diciamo che l'ha più che dimezzato, così facciamo prima. Noterete anche la differenza fra gli errori dei grandi economisti (e dei grandi giornali), sempre a favore del proprio preconcetto ideologico, e il mio errore, che in effetti indeboliva la (non solo) mia tesi che l'euro fosse dannoso. Tesi che dai dati corretti esce invece rafforzata.


Cosa dovrei dire, a questo punto, a Francesco? Forse "nice try"! Ma preferisco dirgli questo:

https://www.youtube.com/watch?v=uckPGqvQ4W8

Convertere ad datum Deum tuum, Francesco.

Per tanti, troppi anni gli economisti autoproclamatisi "comunità scientifica" hanno tentato in vari modi di ostracizzarmi, vilipendermi, schernirmi, forti dell'appoggio dei grandi media e del sostegno dell'industria finanziaria, solo perché li richiamavo al rispetto dei dati e dell'insegnamento dei tanti maestri che ci avevano insegnato a noi tutti, non solo a me, che il progetto monetario europeo era una follia. Così facendo non hanno ottenuto nulla se non lo screditare se stessi, essendo costretti dalla violenza dei fatti a dire con qualche anno di ritardo quello che la mia deontologia mi aveva imposto di dire quando me ne ero accorto (e quindi in ritardo rispetto a tanti migliori di me, e in anticipo rispetto a chi era stato incentivato a prendersela comoda).

Per quanto ancora vogliamo continuare così? Per quanto vogliamo continuare a ignorare quello che ci è stato tramandato da Dornbusch, Feldstein, Kaldor, e via dicendo (non rifaccio la lista)? Siamo sicuri di voler continuare così proprio ora che dagli Stati Uniti sta arrivando il "contrordine compagni"?

Questo post chiarisce una cosa: che è stata dichiarata una guerra civile, che è stato detto che chi oserà criticare la verità del Ministero sarà eliminato.

Quando verrà il giorno in cui questo pio desiderio di una ciurma di folli ammutinata al suo comandante (gli USA) si tradurranno in pratica, tu, Francesco, da che parte starai? Da quella dei dati ISTAT, da quella dei dati FMI (che sono uguali), o da quella del Ministero della Verità de noantri, che cercherà di convincerci che una crescita media delle esportazioni al 3.7% fra 2005 e 2008 è un "boom" dovuto all'euro, a fronte di una crescita media del 3.7% (cioè uguale) fra 1980 e 2015, e a fronte di un tasso di crescita medio dell'export che si dimezza fra il periodo precedente e quello posteriore all'adozione dell'euro?

Io lo so, io lo so qual è il problema di voi mainstreamer.

Voi sapete benissimo che io ho ragione e che i miei dati sono corretti, ma non riuscite a dirlo perché non riuscite a "microfondarlo", non riuscite cioè a tradurre il dato macroeconomico, così evidente, così limpido nella sua logica, nel vostro linguaggio autoreferenziale fatto di micro-ominidi tutti uguali, tutti intenti a un'unica cosa: ottimizzare una funzione obiettivo sufficientemente semplice da essere maneggevole in termini matematici, ma sufficientemente complicata da affascinare le dottorande.

Bene: se il problema è questo, ve lo risolvo io. Volete sapere cosa c'entra l'euro (rectius: il cambio fisso) con i nostri problemi, primo fra tutti la stasi della produttività? Leggetevi
questo. Se ci lavorate un po' su, fra un paio di mesetti (a seconda della materia grigia della dottoranda) riuscirete a fare anche voi un paper che dirà con qualche anno di ritardo, ma in un linguaggio che voi possiate accettare, quello che tutti hanno capito, anche voi. L'euro alimenta le divergenze fra paesi membri, è un cancro del quale ci dobbiamo liberare, indipendentemente da cosa ne pensi il Ministero della Verità.

Perché fate così?

Non capite che questo atteggiamento non porta da nessuna parte?

Comunque, mi è stato chiesto di fare una verifica, e l'ho fatta. Esito negativo. Già che ci sono, ne faccio anche un'altra:



Esito positivo (per me).

E io continuo a essere solo, perché preferisco vincere da solo che perdere in compagnia.

Convertere...