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La dittatura in un click

27 ottobre, 2017

Confesso di essermi documentato poco sui referendum autonomisti del Lombardo-Veneto. Perché, lo confesso, non mi interessavano. Confesso anzi che fino a ieri li reputavo irrilevanti, nel bene e nel male, salvo chiedermi come avrebbe reagito l'elettorato cispadano e quanto l'iniziativa avrebbe danneggiato - e quanto giustificatamente - la credibilità delle aspirazioni nazionali dei suoi promotori. Fino a ieri, appunto. Poi ho ascoltato il commento di Roberto Maroni alla giornata elettorale e mi si è accesa una lampadina, anzi una sirena antiaerea:

... è un sistema perfetto. Quindi è il futuro. Abbiamo sperimentato il futuro per l'Italia, per il sistema di voto che potrà essere utilizzato in qualunque elezione e io chiederò, ho già annunciato e preannunciato al ministro Minniti, che già le prossime elezioni in regione Lombardia possano utilizzare questa procedura. Abbiamo garantito oggi che funziona in tanti seggi diversi e in tante modalità operative diverse e abbiamo dimostrato che è sicuro.

E ancora:

Abbiamo sperimentato un sistema di voto elettronico che potrà essere il futuro del sistema di voto in Italia. Ho sentito questa sera poco fa il ministro Minniti per dirgli di questo risultato a urne... no, a voting machine chiuse, preparerò per lui una relazione dettagliata che gli invierò nei prossimi giorni e gli chiederò che il nostro sistema sia utilizzato in futuro, magari già alle prossime elezioni politiche.

Il governatore parlava ovviamente del sistema di voto elettronico utilizzato nella consultazione lombarda. Confesso che anche di questo, come di tutto il resto, mi ero disinteressato. E ne ho colpa. Perché erano anni che aspettavo e temevo di ascoltare queste parole, immensamente più rilevanti e più gravi del piccolo episodio referendario che ne ha fornito l'occasione.

Per i suoi effetti sulle libertà fondamentali, l'imposizione del voto elettronico fa il paio con quella della moneta elettronica di cui abbiamo già parlato in questo blog. In entrambi i casi si tratta della centralizzazione di un potere diffuso - economico attraverso la moneta, politico attraverso il voto - che non a caso include i due poteri su cui si fonda la libertà civile dei singoli: di disporre dei propri patrimoni e di partecipare alle decisioni collettive opponendo la propria autonomia all'arbitrio di chi governa. La diffusione di questi poteri, cioè la misura in cui i cittadini possono rivendicarne liberamente l'esercizio e la titolarità, coincide con la sostanza stessa della democrazia. Vi sembra che si stia esagerando? Vediamo.

Nel recente caso lombardo l'opzione del voto elettronico è stata proposta con una modifica alla Legge 34 dai soliti cinquestelle, quelli che già votano tra di loro su un portale online privato, a codice chiuso e senza obbligo di rendicontazione, e approvata con il voto dei consiglieri di centrodestra. Secondo il capogruppo PD Enrico Brambilla si sarebbe trattato «con tutta evidenza» di una «merce di scambio tra i grillini e la maggioranza» per appoggiare il referendum dei colleghi leghisti. Data la sproporzione delle poste in gioco, è difficile per chi scrive non sospettare che l'obiettivo di alcuni possa essere stato quello - cioè esclusivamente quello - di sdoganare il nuovo sistema di voto, quale ne fosse il pretesto.

L'appalto lombardo per la fornitura e gestione dell'infrastruttura di voto era affidato alla multinazionale Smartmatic. Come funzionano i software di acquisizione, registrazione e trasmissione dei dati della Smartmatic? Attraverso quali algoritmi elaborano le preferenze dei votanti? Non si sa né si può sapere, perché il codice è chiuso e protetto da segreto industriale. Come possono i presidenti di seggio verificare che i risultati del report finale corrispondano ai voti espressi? Non possono, per lo stesso motivo. Esiste la possibilità di convalida a valle da parte di un pubblico ufficiale? No. Tutto ciò che accade all'interno delle macchine Smartmatic dipende solo da Smartmatic ed è verificabile solo da Smartmatic. Sicché il risultato elettorale è nelle mani di Smartmatic. Il governo popolare di milioni di elettori passa così nella camera blindata di un unico soggetto privato prima di essere riconsegnato al popolo. Se ciò non avvera necessariamente un sogno di onnipotenza e di controllo globale, ne soddisfa senz'altro tutte le condizioni. Non ci resta quindi che fidarci e chiederci, perlomeno, di chi ci stiamo fidando.

Partendo dalla segnalazione di un lettore apprendo che l'attuale presidente di Smartmatic, Mark Malloch Brown, figura oggi nel board della fondazione Open Society di George Soros avendo ricoperto in passato i ruoli di vice direttore dell'Open Society Institute e del fondo Quantum dello stesso Soros, nonché di vice presidente del Soros Fund Management e, nei primi anni '90, di consigliere nel Soros Advisory Committee in Bosnia durante gli anni in servizio presso la ONG Refugees International. Nel 1995 fonda la ONG International Crisis Group grazie alle ingenti donazioni dell'Open Society Institute e dello stesso Soros.

Nella sua lunga carriera istituzionale Malloch Brown ha lavorato per l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), la Banca Mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), di cui era amministratore quando, nel 2004, il neopresidente georgiano Mikheil Saakašvili vi attinse un fondo cofinanziato da UNDP e da Open Society Institute per «sostenere le riforme» del governo scaturito dalla rivoluzione delle Rose in cui lo stesso Soros avrebbe investito non meno di 40 milioni di dollari. Per avvicinarsi alla sede di lavoro, un anno prima Brown si era trasferito con la famiglia in una villa di proprietà di George Soros a Katonah, nella contea di Westchester, diventando così anche vicino di casa del miliardario ungherese. All'apice del suo percorso politico, nel 2006 ha servito come segretario generale aggiunto alle Nazioni Unite sotto il mandato di Kofi Annan e, dal 2007 al 2009, come ministro degli Esteri nel governo inglese di Gordon Brown.

Giornalista di formazione, ha scritto per l'Economist e attraverso lo studio Sawyer-Miller di cui è socio è stato consulente di immagine nella campagna elettorale di Gonzalo Sánchez de Lozada in Bolivia, Mario Vargas Llosa in Perù e Corazón Aquino nelle Filippine. Nel 2012 dà alle stampe un libro che si racconta già nel titolo, The Unfinished Global Revolution: The Limits of Nations and The Pursuit of a New Politics, nella cui quarta di copertina leggiamo che

i governi nazionali non sono più attrezzati per affrontare problemi complessi come il cambiamento climatico e la povertà. Sempre più spesso, sopperiscono le ONG, la società civile e il settore privato.

Nel 2014 si scopre anche capitano d'industria. Conosce Antonio Mugica, giovane ingegnere venezuelano convinto che la e-democracy e «il voto online esploderanno nei prossimi anni» e fondatore negli anni '90 della Smartmatic, azienda di servizi informatici alle pubbliche amministrazioni dagli assetti proprietari e finanziari quantomeno opachi, stando a quanto ricostruito in un cablogramma del 2004 pubblicato da Wikileaks. Brown ne diventa presidente.

Di fronte a tanto curriculum, è davvero singolare l'entusiasmo con cui un governatore del partito più sovranista d'Italia affida le sorti elettorali della sua regione, e chiede di affidare quelle della Nazione tutta, ai sistemi informatici dell'uomo forse più globalista del globo. E il Matteo Salvini che definisce l'infrastruttura di voto fornita dal vice e dirimpettaio di George Soros una «opportunità» che il Ministero dell'Interno dovrebbe offrire «anche per le elezioni della prossima primavera», è lo stesso Matteo Salvini che metterebbe «fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros»?

Intendiamoci, Smartmatic non è finanziata da George Soros. E Malloch Brown vi si è insediato solo tre anni fa. Ma se si ignorano le liasons politiche più recenti dell'azienda, prima di entusiasmarsi se ne dovrebbero almeno considerare i precedenti, ad esempio che è poco gradita negli Stati Uniti già dal 2006 quando, dopo avere quasi mandato all'aria le elezioni amministrative di Chicago, è finita sotto i riflettori del Committee on Foreign Investment per i suoi legami poco chiari con il governo venezuelano e la difficoltà di stabilirne le quote di proprietà, disperse in una «elaborata rete di aziende offshore e trust stranieri». Nelle ultime presidenziali è bastata la notizia - falsa - che la società dell'ing. Mugica avrebbe fornito i suoi sistemi ad alcuni Stati per gettare nel panico l'opinione pubblica americana. Più recentemente è stata messa sotto inchiesta nelle Filippine per essere intervenuta senza autorizzazione sui voti già acquisiti. Ma è di questa estate il caso forse più grave di tutti, proprio sotto la presidenza di Brown e proprio in Venezuela, quando Mugica ritirò i suoi tecnici dal paese per poi annunciare alla stampa che i dati sull'affluenza alle elezioni della nuova assemblea costituente venezuelana di cui era appaltatore sarebbero stati manipolati. Con quella mossa, inspiegabile secondo logiche commerciali, tirava la volata ai nemici politici di Nicolás Maduro (qui Repubblica) che poterono così disconoscere i risultati della consultazione adducendo l'«autorità» dei tecnici.

***

Checché si pensi della società Smartmatic e dei suoi vertici, è francamente inaudito che i processi elettorali di uno Stato sovrano siano affidati a un soggetto privato, straniero e per di più dall'azionariato poco o punto identificabile. Se le democrazie si governano attraverso le elezioni, la privatizzazione delle urne è una privatizzazione del governo. Come minimo, i software utilizzati dovrebbero essere di proprietà pubblica e a codice aperto, e i tecnici che li installano e ne verificano il buon funzionamento ufficiali pubblici o forze di polizia. Ma, anche così, la maggiore sicurezza del voto elettronico sarebbe garantita?

No, assolutamente no.

Perché il problema è di natura fisica, non tecnologica. I dati acquisiti da un dispositivo elettronico non sono visibili e la loro manipolazione non lascia traccia. Non c'è modo di sottoporre al vaglio empirico di un essere umano la corrispondenza tra l'input (il dito che tocca lo schermo di un tablet, o che preme un tasto) e l'output (il risultato restituito dalla macchina). A prescindere dalla tecnologia e dalla baroccaggine delle procedure di sicurezza adottate. L'unico sistema sicuro - cioè sicuro almeno tanto quanto i metodi tradizionali - sarebbe quello di stampare una ricevuta che i votanti verificano e depositano anonimamente in un'urna per il conteggio in contraddittorio degli scrutatori e il riconteggio in caso di contestazioni. Ma allora si ritornerebbe al vecchio sistema, sostituendosi semplicemente la stampante alla matita con qualche milionata di costi in più.

Il fatto è che nelle elezioni si è sempre brogliato, con qualsiasi sistema. Non potendosi garantire la fedeltà assoluta, l'obiettivo deve essere quello di rendere i brogli più difficili e dispendiosi. È qui che il voto elettronico fallisce miseramente e si trasforma in una minaccia per la democrazia. Perché da un lato accentra il controllo sui voti nelle mani dei pochi o dei singoli che programmano i dispositivi - laddove la carta richiederebbe la connivenza di squadre di scrutatori e osservatori - dall'altro offre l'opportunità di una manipolazione istantanea, automatica e senza traccia a chiunque si trovi nella stanza di controllo: un appaltatore venduto, un funzionario infedele, lo stesso governo in carica o una sinergia dei tre. Installando un software truccato su tutte le macchine di voto si otterrebbe senza costi l'equivalente di corrompere decine di migliaia di sezioni elettorali (per non dilungarci oltre sulla vulnerabilità sostanziale del voto elettronico rimandiamo i più tecnici a questo eccellente paper dell'Institute for Critical Infrastructure Technology).

In linea di principio non stupirebbe dunque se un così enorme potenziale di controllo attirasse l'attenzione di chi si è già dedicato con altri mezzi a condizionare le vicende elettorali degli Stati. Stupisce invece, e anzi rattrista, che lo strumento sia acclamato da chi può subirne gli abusi: gli elettori, i politici, i governi stessi.

Da un lato, l'ossessione della digitalizzazione riflette il desiderio di conformarsi a una narrazione politica che indica nel dovere di «innovarsi» tecnologicamente la filiale di un «progresso» rispetto al quale siamo sempre in ritardo, coltivando nelle masse un senso di difetto eterno e perciò una smania di abbracciare tutto ciò che si presenta loro nell'incarto lessicale della novità (le «riforme»). Il progresso dei progressisti è acefalo, non dichiara i traguardi a cui tende, ma in compenso è «inevitabile». Chi in questi giorni si chiede come sia possibile che si voti ancora come un secolo fa, dovrebbe anche chiedersi perché mangiamo ancora per vivere come centomila anni fa, o perché utilizziamo ancora muri e portoni, e non un più agile firewall, per proteggerci dalle incursioni dei ladri.

Ci sono cose che devono rimanere materiali perché... l'essere umano è materiale. Se fossimo un software potremmo infilarci nei tablet e rincorrere i pacchetti di dati per identificarli. Ma non lo siamo. Esistiamo in una dimensione fisica diversa dove si percepiscono la carta e i segni, non le cascate di impulsi a 5 volt. Sicché nella ubriacatura della dematerializzazione non si intravede solo il veicolo politico di un accentramento dei poteri, ma forse più a monte, e più gravemente, una patologia sociale. Vi si legge una hýbris di reazione, il sogno onnipotente di un'umanità schiacciata da uno sviluppo non più umano che si illude di disumanizzarsi per tenere il passo, che immagina di superare i suoi limiti diventando liquida e veloce per comprendere ciò che non riesce a comprendere e accettare ciò che non può accettare.

Perché in effetti la realtà fisica è l'ultimo ostacolo che si frappone tra il mondo promesso dalle teorie economiche e sociali in voga e la sua realizzazione. Sicché occorre negarla muovendo guerra ai suoi fenomeni: la geografia con le favole «no border», le distanze e gli oceani con la «globalizzazione», le culture locali con l'omologazione dei consumi e delle unioni politiche, le etnie con l'eugenetica del «meticciato», la biologia con le teorie «gender», i rapporti interpersonali con i social network, il bisogno di sicurezza e di identità con l'etica della precarietà e della migrazione perenne, la memoria di sé con il «cloud», gli averi personali con il «cashless», la storia con l'iconoclastia ecc. Muovendo insomma guerra a tutto ciò che, tracciando un limite, traccia il perimetro della nostra umanità, e quindi all'umanità stessa.

Oggi tocca - e non è certo poco - alla democrazia, ma la posta in gioco potrebbe essere ancora più alta.

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Assange ci aveva judo

03 novembre, 2017

L'articolo precedente sui pericoli del voto elettronico ha suscitato le obiezioni di alcuni lettori che mi offrono in questa appendice lo spunto per integrare e completare la fenomenologia lì intrapresa.

Molti di quei lettori hanno parlato di tecnologia blockchain per contestare le mie analisi sull'insicurezza intrinseca delle procedure informatiche applicate al voto e, in subordine, ad altri ambiti critici come denaro, salute, comunicazioni riservate. La blockchain è un sistema di replicazione e distribuzione di una base di dati corredata da un certificato elettronico non falsificabile che ne attesta la coerenza in un dato momento. Le informazioni contenute in un database protetto da blockchain non possono essere alterate dai non aventi diritto, perché ciò determinerebbe l'incoerenza del set con gli altri esemplari, e quindi la sua falsificazione. I database protetti sono criptati, sicché risultano illeggibili a chi non ne è proprietario o utente autorizzato.

Ora, in che modo questa ingegnosa tecnologia può rendere il voto elettronico sicuro almeno tanto quanto il cartaceo? Purtroppo, in nessun modo. Innanzitutto perché si applica alla conservazione dei dati, non alla loro acquisizione, cioè non al problema sollevato nell'articolo di garantire la coerenza dell'input (il dito che tocca «sì» sul tablet) con l'output (il tablet che scrive «sì» nel database). Per gli stessi motivi, non può nemmeno certificare la bontà del codice installato sui dispositivi.

Un problema irrisolvibile a monte, che diventa drammatico nella sciagurata variante del voto online, è che con i sistemi elettronici di voto non si possono soddisfare contemporaneamente i requisiti dell'anonimato e della verificabilità del voto. Se si tutela l'anonimato come nell'implementazione primitiva del referendum lombardo, l'elettore non ha la possibilità di verificare che il suo voto sia stato registrato correttamente, sicché deve fidarsi di chi gestisce il sistema. Se invece si certifica elettronicamente il voto collegandolo all'identità digitale di chi lo ha espresso per consentirgli di verificarlo (e quindi anche di mostrarlo a chi glielo ha eventualmente estorto o comprato), occorre comunque fidarsi di chi assegna le chiavi del certificato, che non le registri in modo da risalire ai votanti o, mancando i controlli fisici (voto online, postale), addirittura non le utilizzi in loro vece. In ogni caso, il requisito di verificabilità sarebbe soddisfatto solo in misura campionaria.

Come si svilupperà meglio nel seguito, in generale ogni singola vulnerabilità dei sistemi informatizzati (backdoor, manipolazioni di insider o terzi, bachi, blackout delle reti, malfunzionamenti ecc.) è una vulnerabilità di sistema che si estende a larghi gruppi di utenti (multicast) o a tutti (broadcast), laddove le vulnerabilità di una procedura fisica, certamente esistenti e quand'anche più numerose, colpiscono solo i nodi del sistema dove ci si è effettivamente assunti il costo di sfruttarle. Come una leva di Archimede, una sola manipolazione elettronica produce effetti più estesi di migliaia di manipolazioni fisiche. Tutto ciò limitando il discorso agli illeciti. Se si aggiungono gli abusi legali e ci si allarga agli altri ambiti toccati nel dibattito, quali garanzie può opporre una procedura certificata a una requisizione di denaro elettronico via bail in, al blocco di un conto corrente, allo spionaggio di stato, all'hackeraggio di uno smartphone o di una televisione?

Prima di procedere oltre è però importante però fissare un punto: che queste obiezioni e controbiezioni sono sì apparentemente tecniche, ma hanno poco o nulla di tecnico. Il criterio tecnico e i suoi rivoli argomentativi si giocano infatti negli spazi ristretti del metodo che le informa. Occorre quindi prima circoscrivere quel metodo, denunciarne il pericolo e analizzare i moventi di chi rinuncia a difendersene. Procederemo per punti, assegnando a ciascun fenomeno un nome.

Tecnicorum. Non è un caso che spesso (non sempre) le obiezioni di tenore tecnico provenissero dai lettori tecnicamente meno preparati, laddove l'opinione degli studiosi sul punto è piuttosto tombale. Il paradigma tecnocratico si legittima agli occhi di chi lo subisce alimentando l'illusione che una procedura o un sistema di regole possano effettivamente sterilizzare i danni dell'incompetenza e dell'avidità degli umani. È la fede nel «pilota automatico», nello strumento che si fa garante del fine. La complessità è funzionale al paradigma nella misura in cui diluisce e occulta nei meandri della tecnica gli umanissimi appetiti degli esseri umani che iniziano, gestiscono e normano quelle procedure.

Su questo blog si è ad esempio mostrato come le regolazioni bizantine del mercato energetico conducano banalmente a soppiantare il monopolio pubblico con un monopolio privato. Così gli infiniti paragrafi e comma dei trattati di libero scambio (TTIP, CETA) mascherano e proteggono l'avidità dei mercati più forti, la raffinatezza degli strumenti finanziari dissimula l'usura e i parametri del rating e dello spread fanno apparire le politiche a beneficio dei ricchi come il prodotto di complicate valutazioni economiche.

Illusione di controllo. L'abitudine alla democrazia produce la sua illusione. Se la rete internet su cui scrivo è stata data alle masse trent'anni dopo la sua invenzione, è ragionevole almeno sospettare che le le tutele tecnologiche che ci scaldano il cuore siano in ritardo di altri trent'anni. Che, ad esempio, la crittografia a numeri primi possa già risolversi e manipolarsi con calcolatori più potenti di quelli in commercio, o che i processori più diffusi possano registrare e inviare a terzi gli input dei dispositivi. Qualcuno obietta, sollevato, che il vantaggio tecnologico sarebbe comunque appannaggio delle agenzie dei governi. Ma se anche fosse vero - e chi scrive ne dubita - è proprio attraverso le elezioni che i governi, e quindi le loro agenzie, legittimano e alimentano i loro poteri.

In generale, il fatto di scorrazzare più o meno liberamente su reti e calcolatori ci dà la sensazione di esserne i padroni. Ma non è così.

Questismo. Un problema di metodo ancora più serio è che nelle elezioni lombarde e nelle tante già celebrate con il voto elettronico (la sola Smartmatic ne dichiara più di 3500) non si sono mai utilizzate, salvo poche e parziali sperimentazioni, le tecnologie magnificate dai suoi difensori. Sicché l'immaginazione di un sistema diverso che non esiste anestetizza l'opposizione a ciò che esiste, l'illusione di imporre domani ai decisori l'impiego di tecnologie «sicure» lascia oggi il campo libero a quei decisori, di impiegare tecnologie insicure e pericolose. Di questismo ci siamo occupati in passato per esporre le contraddizioni dei sostenitori «critici» dell'Unione Europea, ma le sue applicazioni sono evidentemente più ampie e identificano il dramma di una società malata di simboli dove i diritti dell'involucro e della narrazione prevalgono sui contenuti, il poter essere sull'essere da cui devono principiare le analisi.

Booleismo o indifferenza quantitativa. Nell'articolo precedente si è osservato in chiusura come nella foga della digitalizzazione covi il sogno di un'umanità confusa di disumanizzarsi per soddisfare gli algoritmi economici e sociali a cui è richiamata. Corollario di questa deriva è il vizio analitico di anteporre il quid al quantum, cioè il pensiero binario (esiste/non esiste) proprio delle idee e, appunto, dei computer, a quello quantitativo (più/meno) proprio degli oggetti reali. Sicché il rischio centralizzato e massificato di brogli elettronici non preoccupa, perché «si può imbrogliare anche con le schede cartacee», né preoccupano i rischi di tracciamento e requisizione del denaro elettronico, perché «con un mandato possono già aprirti la cassetta di sicurezza». La mera esistenza del fenomeno (quid) rende futile la quantificazione (quantum) della sua intensità e probabilità, appiattendo la sproporzione che distingue in punto di sostanza la difficoltà di un intervento fisico distribuito (per quanto sì, teoricamente possibile) dalla semplicità di un'azione istantanea, tecnologicamente assistita e dalle conseguenze seriali.

***

L'ultima aporia ci porta al problema centrale della nostra appendice: la concentrazione del potere come parametro - quindi non fenomeno, ma parametro misurabile - della libertà e sicurezza dei membri di una comunità governata. Il problema fa il paio, e in certa misura vi si sovrappone, con quello della concentrazione delle ricchezze e dei conseguenti squilibri sociali. È facile intuire che un potere è tanto più arbitrario ed esclusivo delle libertà altrui quanto più è centralizzato, intendendosi qui la centralizzazione non già in termini gerarchici e ordinamentali (ad es. nella dialettica di Stato centrale vs federale), ma strettamente numerici e quantitativi, cioè di quante persone esercitino un potere, su quante persone e con quanta facilità. In pseudoformula:

Dove:

bulletConcp è la concentrazione di un potere p all'interno di un gruppo a,
bulletPa è la percentuale di persone appartenenti al gruppo a che subiscono il potere p,
bulletD è il la somma dei decisori ed esecutori necessari all'esercizio del potere p (dimensione della catena decisionale),
bulletC è il costo necessario all'esercizio del potere p: costi economici diretti, numero di azioni richieste, difficoltà fisiche e logistiche, eventuali rischi legali ecc.

In un totalitarismo teorico, un'unica persona (D = 1) eserciterebbe il potere p su tutti i membri di una comunità (Pa = 1) senza sostenere alcun costo (C → 0+), ad esempio pigiando il tasto di un terminale.

L'informatizzazione dei processi è sempre, in sé, un fattore di accrescimento della concentrazione (Concp). Nel caso del voto elettronico un manipolo di sviluppatori istruiti da un vertice (D < 10) può scrivere, compilare e installare un codice maligno sui server o dispositivi di voto (Pa = 1) con un differenziale di costo impercettibile rispetto a un'operatività «onesta» (ΔC → 0+), laddove per ottenere lo stesso effetto con sistemi tradizionali sarebbe necessario corrompere singolarmente (ΔC nell'ordine dei milioni, o miliardi) tutti gli scrutatori e presidenti di seggio (D nell'ordine delle centinaia di migliaia). Non serve essere matematici per capire che i due risultati si rapportano nell'ordine delle centinaia di miliardi: a tanto ammonta la moltiplicazione del rischio collegata alla seconda opzione, che qualcuno ha il coraggio di definire «il futuro» della democrazia. Risultati analoghi si otterrebbero applicando la formula al potere di requisizione del denaro elettronico tramite canali telematici capillari e rapportando il risultato all'investigazione, ricerca e sequestro fisico di milioni di casseforti.

L'idea che la disseminazione delle responsabilità e degli ostacoli all'esercizio di un potere garantiscano la sicurezza e i diritti di tutti è in fondo - e non fortuitamente - la stessa che ispira la tecnologia blockchain, diffusa e computazionalmente dispendiosa. Ma più e prima ancora è un principio fondante della democrazia, la quale allarga la base dei poteri intrecciando «pesi e contrappesi», organi di vigilanza, collegi giudicanti e legislativi, commissioni, articolate gerarchie di comando ecc. e coinvolgendo periodicamente l'intera cittadinanza nella nomina di chi la amministra. Questa ragnatela istituzionale mantiene alti i valori delle variabili D (numero dei decisori) e C (costi delle decisioni), cioè del denominatore, limitando i rischi della concentrazione.

Non è assolutamente un caso che in anni recenti queste due garanzie - la diffusione dei poteri decisionali e il loro costo - siano esplicitamente demonizzate dai teorici, commentatori e protagonisti più accreditati e vocali del «riformismo» politico. Né che seguano gli appelli a «tagliare i costi della politica», rimuovere «lacci e lacciuoli», diminuire i parlamentari, sopprimere organi politici come le province e il Senato, snellire ulteriormente i processi legislativi, «disintermediare» i rapporti di lavoro ecc. Tutto serve a ridimensionare il denominatore e, quindi, a consegnare più poteri a un numero più ristretto di decisori. Serve a trasformare la democrazia in oligarchia.

La natura intrinsecamente concentratrice della digitalizzazione si presta ottimamente a questo progetto sicché, pur riconoscendone e valorizzandone le opportunità, è urgente rifiutarne le seduzioni qualora i benefici conseguibili non siano dimostrati e ampiamente eccedenti il rischio: come non è appunto il caso del voto elettronico. Più che volerla salvare a tutti i costi per amore del futuro in sé, occorre cogliere nella corsa all'elettrone una valenza politica che non è invece sfuggita a chi se ne è intestato il governo. Se alla presidenza della più importante azienda di e-voting siede il braccio destro di George Soros non è perché, in quel momento, Assange ci aveva judo.

(Ringrazio sentitamente l'amico Minuteman per la peer review della parte tecnica).