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venerdì 15 settembre 2017

"Come sò ste riforme?" "Strutturali..."

Difficile immaginare due località più diverse di Halle e Maratea. Tanto orizzontale la prima, adagiata a 87 metri di altezza sull'Hallesches Ackerland, una delle tante pianure alluvionali lungo il basso corso della Saale, quanto verticale la seconda, aggrappata a 300 metri di altezza sul Monte S. Biagio, dirimpetto ai 1505 metri del Coccovello (che è sulla mia todo list da un due o tre anni). Lì barbabietole, e un glorioso passato, nel quale si annovera non solo il cicccione (who can be against us?), ma anche altro (das alte Jahr vergangen ist); qui pini, fichi d'india, bougainvillee, olivi, viti, palme, e un passato dal quale trarre, se non ispirazione, esempio. Lì un orizzonte che ti soffoca non per la sua angustia, ma per la sua insignificanza: la terra trascolora nel cielo, e sono due sfumature di grigio fuse dalla bruma del Nord, quella bruma che un tempo mi fu cara (ma erano altri tempi); qui, scorto da altezze vertiginose, incassato nel triangolo di valli scoscese, un Tirreno di cobalto, che la lontananza fa sembrare immoto come la campitura di uno stemma, ma del quale si intuisce il lavorio, la perenne ripresa: la mer toujours recommencée, che puoi guardare e ascoltare per ore, come guardi e ascolti per ore il fuoco del caminetto... ma non, appunto, la terra delle barbabietole...

Insomma: due mondi completamente diversi: orizzontale contro verticale, terra contro acqua, nebbia contro sole.

Eppure, per uno strano caso, la settimana scorsa mi è toccato dire, in questi due posti diversi, e a interlocutori completamente diversi, esattamente la stessa, stessissima cosa.

La prima volta venerdì, a Halle. Un seminario molto interessante all'IWH, su "Sfide e implicazioni della dinamica inflazionistica". Di cose da raccontarvene ne avrei tante, ma il tempo e la salute sono limitati, quindi vado al punto. Che meraviglia ascoltare tutti questi funzionari della Bce, della Buba, della Banque de France, preoccuparsi per l'inflazione... "Quale inflazione!?", direte voi. Appunto! Questa è la meraviglia! Per uno come me, che ha passato la maggior parte della propria esistenza a vedere economisti e opinionisti stracciarsi le vesti per il pericolo dell'elevata inflazione, che, si sa, rovina la vedova e l'orfano (che tanto stanno a cuore ai banchieri centrali, come anche si sa), quale Wunderosservare questo conciliabolo di tecnici, assolutamente ortodossi e molto preparati, in gramaglie perché l'inflazione è bassa, è below target: pensate, fra tre anni in Europa sarà ancora all'1.8%, anziché al 2%.

Ne hanno viste di cose questi occhi...

Che poi, alla fine, a me, che non sono cattivo (mi dipingo così), venivano quasi i lucciconi, e mi veniva da consolarli.

Avrei potuto dire loro: "Dai, su, non preoccupatevi. Alla fine i modelli che usate sono una cacata pazzesca poggiano su basi epistemologicamente discutibili, quindi magari fra tre anni saremo tornati al 2%: di previsioni ne avete sbagliate tante, se vi va bene sbagliate anche questa!" Ma sarebbe stato indelicato.

Forse avrei potuto dire: "Sì, vabbè, magari restiamo sotto al 2%, ma questo obiettivo che valore ha? Nessuno. La sua logica fasulla, descritta a p. 205 del Tramonto dell'euro, era un misto di wishful thinking (una crescita reale del 2.5% all'anno nell'Eurozona) e pessima teoria economica (la teoria quantitativa della moneta, quella secondo cui la moneta causa i prezzi). Ma prima della crisi la crescita reale è stata del 2.1% (uno scostamento di 0.4 punti che non preoccupava nessuno)! Se contiamo anche gli anni della crisi, si arriva all'1.3%... e questo nonostante che durante la crisi voi abbiate stampato 2000 miliardi di euro che non hanno causato alcuna inflazione! Quindi fatti e teoria sui quali l'obiettivo si basa sono risultati del tutto errati, e visto che l'obiettivo non è iscritto in alcun trattato, ma ve lo siete dati da soli, se proprio non vi riesce di raggiungerlo potete cambiarlo: dite che il mondo è cambiato, che oggi (per esempio) c'è la Cina, e che il nuovo obiettivo di inflazione è l'1.8%, così fra tre anni avrete risolto!". Ma sarei sembrato inopportuno.

Avrei anche potuto dire: "Sì, ma chi se ne frega se l'inflazione media dell'Eurozona è di 0.2 punti sotto al target! Il problema non è questo: il problema è che non ha senso parlare di inflazione dell'Eurozona! Quello che ci ha mandato per aria non è lo scostamento dell'inflazione dal suo obiettivo (scostamento che prima della crisi non c'è stato), ma lo scostamento dell'inflazione tedesca dall'obiettivo: quello che dicevo nel 2012, oggi lo dice anche Bofinger (che è un consigliere del capo). Quindi state sereni: il problema non è la mancata convergenza dell'inflazione media all'obiettivo, ma, caso mai, la mancata convergenze delle inflazioni dei paesi membri alla media. La crisi non ha migliorato le cose: lo scarto quadratico medio fra i tassi di inflazione nazionali non è molto diminuito dal 1999 (i dati sono qui), e magari dovreste preoccuparvene un po' di più...". Ma dire questo sarebbe sembrato un po' troppo corrosivo, perché questo argomento portava ad un'unica conclusione: che l'unica Bce buona è quella... bè, lo sapete!

Allora, per cercare di farli contenti, ho seguito un'altra strada: "Scusate! Ma, come vi ho fatto notare, io qui sono l'unico italiano, behind the enemy lines, e quindi posso darvi una prospettiva diversa sul mistero dell'inflazione scomparsa. Mi ricordo che nel 2011 l'allora governatore della Bce, Trichet, mandò al governo italiano una lettera che chiedeva riforme i cui effetti sarebbero stati sostanzialmente deflazionistici - in particolare attraverso la riforma del mercato del lavoro, che mirava a agevolare la flessibilità dei salari verso il basso rendendo i lavoratori più ricattabili. Il PD poi ha attuato quelle riforme. Ora, non capisco la vostra frustrazione! L'inflazione non c'è più perché avete consigliato delle riforme che la eliminassero, e queste riforme hanno funzionato. Quindi, perché essere mogi?"

Questa osservazione è stata trovata interessante, e il discorso si è spostato su altri temi: la colpa, signora mia, è delle aspettative: non sono ben ancorate, perché laggente non sono razionali (dopo anni passati a imporre politiche di tagli alla spesa pubblica giustificandoli col fatto che laggente sono razionali e quindi capischeno che se tagli la spesa oggi li tassi meno domani... Anche qui, quale Wunder!).

A Maratea, ancor meglio. Dibattito in piazza con Pizzuti, Ciccone e Dal Conte, che non conoscevo, ma era più importante di tutti gli altri messi insieme (compreso il vostro umilissimo) essendo che aveva scritto materialmente il jobs act, la più strutturale delle riforme strutturali. Persona civilissima e simpaticissima (amico di D'Antoni, che ha un passato bocconiano ma è tanto una brava persona), che ha poi sopportato sportivamente le mie punzecchiature: e questo va senz'altro a suo merito. Ma, anche qui, ascoltandolo provavo un certo senso di straniamento. "Le riforme, si sa, sono ardue da fare, soprattutto se strutturali: laggente non le vogliono, perché è più facile comprare consenso dando un reddito a chi è in difficoltà, anziché facendo politiche attive del lavoro, cioè insegnando a un barbiere di Catania come diventare piastrellista a Udine. Ma questo governo ha avuto il coraggio..." "Di riprendersi gli 80 euro coi quali aveva comprato il consenso?" direte voi che siete irriverenti, che non capite la solitudine e il travaglio (con la minuscola) del riformista.... No: il discorso di Dal Conte era più articolato: "Questo governo ha avuto il coraggio di fare riforme impopolari, anche sapendo che poteva mettere a rischio il proprio consenso".

E lì, di esitazioni su cosa dire, ne ho avute molto poche: sostanzialmente, quello che avevo detto a Halle. "Scusa: mi racconti ancora questa storia di Renzi che viene da te e ti dice: aiutami a perdere consenso! Perché io mi ricordo una cosa diversa: mi ricordo che a metà 2011 arrivò dalla Bce una ben precisa agenda di governo, che elencava, ex multis, alcuni provvedimenti specifici in ambito giuslavoristico, fra cui la riforma della contrattazione collettiva, la revisione delle norme che regolano il licenziamento dei dipendenti, e naturalmente, perché no, la vecchia, stantia solfa delle politiche attive che favoriscano la riallocazione del lavoro - una solfa che, peraltro, deriva a sua volta da un altro diktat, questa volta dell'OCSE. Ora, io non ho motivo di dubitare: Renzi, basta guardarlo in faccia e lo si capisce, è senz'altro uno statista disposto a mettersi in gioco per il bene del paese, quindi sicuramente sarà venuto a chiederti come perdere consenso all'uopo. Solo che... io lì non c'ero. La lettera della Bce, invece, l'hanno letta tutti, e tutti hanno visto in quale modo pedissequo il PD l'ha eseguita. Quindi, io, nel dubbio, preferisco pensare che questa ansia da riforma sia indotta, sia esogena, anziché essere spontanea, endogena...".

E ci siamo lasciati da buoni amici, perché, esattamente come non si può voler del male a chi, in Bce, preferisce che la Bce sopravviva, anche se questo distrugge l'Europa, a maggior ragione non si può volerne a un giurista di non aver presenti alcuni limiti intrinseci delle riforme strutturali, e questo soprattutto se frequenta economisti pre-keynesiani, quelli che voi, in modo irriverente, chiamate "bocconiani".

Certo, il giurista, a casa sua, non vive in un mondo pre-keynesiano! Se sta male, anziché farsi fare un salasso (quello che i suoi amici consigliano a noi) prende un antibiotico, e le notizie non le ascolta da una radio a valvole termoioniche, ma magari guardando la televisione. Post-keynesiano per sé, il giurista però diventa pre-keynesiano per gli altri, traducendo in leggi i precetti di un'economia logicamente fallace perché vetusta. Alla base delle riforme strutturali, e del loro fallimento, c'è infatti l'idea un po' bislacca che il cosiddetto mercato del lavoro funzioni come il mercato di Val Melaina, dove io spunto sempre prezzi bassi perché ci passo tornando dalla scuola der Palla, a tarda ora, quando l'eccesso di offerta sul bancone fa scendere i prezzi di qualsiasi bene.

Ma il lavoro non è un bene qualsiasi: il lavoro sono uomini, e questo chiunque dovrebbe percepirlo: indebolire le tutele del lavoro significa indebolire le tutele dell'umanità. Ma di questo uno potrebbe anche battersene. Resterebbe però un altro problema, un problema che negli altri mercati, caso strano, non si presenta. Sì: se a fine giornata la zucchina, o lo sgombro, o il moscato di Terracina, restano sul banco, il venditore può abbassarne il prezzo, per invogliare gli acquirenti. A parità di reddito degli acquirenti, la decisione del fruttarolo di deflazionare aumenta il potere di acquisto degli acquirenti stessi, e magari la frutta non finisce al cassonetto.

Ora, inutile girarci intorno: lo scopo del gioco delle riforme strutturali (tutte) è quello di rendere i salari flessibili al ribasso. Una ottima descrizione la trovate qui. Nel contesto dell'Eurozona sappiamo bene che questa è una scelta obbligata: abbiamo costruito un mondo nel quale viene impedito ai cambi di flettersi perché si flettano i salari. L'euro è lotta di classe, fatta, con efficacia, dal capitale contro il lavoro. Ma anche nel resto del mondo l'idea che i salari sopportino il peso dell'aggiustamento macroeconomico, che se c'è disoccupazione non sia lo Stato a dover investire di più, ma i lavoratori a chiedere di meno, ha ampio corso, come immaginate, visto che i ricchi e potenti, i capitalisti, pagano giornali e università (avendo i soldi per farlo).

Il fatto è che con la flessibilità dei salari verso il basso il problema non si risolve, ma anzi si aggrava. E a capirlo non ci vuole molto.

Con curve di domanda negativamente inclinate, la diminuzione del prezzo causa un aumento della quantità richiesta. Anche l'imprenditore, se scende il prezzo del lavoro, cioè il salario, aumenterà la quantità di occupati richiesti, e questi quindi non saranno più in eccesso di offerta (cioè disoccupati). Così ragionano i pre-keynesiani. Ma questo ragionamento è stupido: si basa su una premessa assurda, che essi rivendicano come suggello di scientificità, con una ingenuità (o una impudenza) che lasciano veramente senza parole! La premessa (assurda) è che valga per la collettività quello che vale per il singolo individuo. Loro, questa premesse demente, la chiamano "microfondazione". Noi la chiamiamo fallacia di composizione. Va la spieago con un paio di slides che ho mostrato ai giovini della scuola MADEurope di Maratea, dove sono stato invitato da un ospitalissimo ed efficientissimo Realfonzo.

Vedete, per gli economisti pre-keynesiani il mercato del lavoro replica esattamente la logica con la quale il singolo imprenditore sceglie quanti lavoratori assumere. Il grafico (se aiuta) è questo:


C'è una curva di domanda di lavoro, in rosso, che dipende negativamente dal salario reale (cioè dal rapporto fra salari e prezzi, insomma: dal potere d'acquisto erogato al lavoratore) e positivamente dal prodotto (perché se vuoi produrre di più ti occorrono più lavoratori). Poi c'è una curva di offerta di lavoro, in blu, che ho immaginato, per semplicità, verticale (anche se potremmo pensare a una sua inclinazione positiva, a indicare che più alto è il salario e più aumentano le persone disposte a lavorare: i salari bassi scoraggiano). Con un salario reale al livello (W/P)0 (misurato sull'asse verticale), le imprese assumono solo A lavoratori (misurati in orizzontale). Ma in A domanda (rossa) e offerta (blu) non si incontrano: c'è un gap, e quel gap sono i disoccupati: persone che vorrebbero lavorare a quel salario, ma che l'imprenditore non vuole assumere a quel salario.

Come si risolve il problema per il pre-keynesiani?

Ma è semplice: con le riforme strutturali! Indebolisco il potere contrattuale dei lavoratori introducendo forme di precariato, aumentando il potere di ricatto del datore d lavoro (ad esempio facilitando i licenziamenti), e vedrai che i salari scendono! Insomma, nel mondo pre-keynesiano le riforma strutturali servono a realizzare una cosa simile:


Basta poco, che cce vò? Il salario reale scende dal livello (W/P)0 al livello (W/P)1, ci si sposta da A a E ed ecco che, in E, domanda e offerta di lavoro si incontrano: a quel salario l'imprenditore è disposto a dare lavoro a tutti quelli che lo chiedono, dato il livello di produzione Y che massimizza il suo profitto.

Sì, tutto bello e tutto giusto, ma c'è un problema. Voi direte: "Certo! Il problema è che magari al nuovo livello di salario reale il lavoratore non sopravvive!". No, amici, siete fuori strada. Il problema non è biologico, ma logico (e quindi di ordine superiore).

Il fatto è che il singolo imprenditore, nel fare le sue scelte, può anche ragionare per un dato livello di produzione. In concorrenza perfetta, infatti, lui fronteggia una curva di domanda di beni infinitamente elastica, che poi significa che per definizione tutti i beni messi in vendita al prezzo che il mercato ritiene "giusto" (cioè di equilibrio) saranno venduti. Quindi, in qualche modo, a livello del singolo imprenditore ha senso ragionare come se il salario reale W/P non influenzasse la produzione ottimale Y, perché in effetti a livello del singolo imprenditore è così. Se il fruttarolo abbassa il prezzo del moscato, corre il rischio di guadagnare meno lui, ma la sua decisione non fa guadagnare di meno me, e siccome l'uva la compro io...

Il punto, però, è che i nostri amici pre-keynesiani menano vanto dall'applicare all'intero sistema economico (cioè su scala macroeconomica) quel grafico e quel ragionamento che funziona (se funziona) a livello del singolo imprenditore (cioè su scala microeconomica). Ma a scala macroeconomica, quando cioè consideri la decisione di tuttigli imprenditori di far riformare il mercato del lavoro in modo da distribuire meno potere di acquisto, ecco che le cose cambiano. Quello che va bene se lo fa uno solo (alzarsi in piedi allo stadio per vedere meglio, tagliare i salari ai propri dipendenti), non va più bene se lo fanno tutti: se tutti si alzano, vedono tutti come prima, e se tutti tagliano?

Se tutti tagliano succede questo:


Dato che se tutti tagliano, dall'altra parte tutti hanno meno soldi per comprare, le aspettative di domanda (cioè l'idea che il produttore si fa di quanti beni potrà vendere) calano, e quindi cala la domanda di lavoro (cioè il produttore assume di meno perché sa che venderà di meno). Insomma, non ci si sposta dal punto A, fuori dall'equilibrio, al punto E, dove le due curve si incontrano, ma al punto B, che è anche lui fuori dall'equilibrio, perché è su una nuova curva di (minor) domanda di lavoro da parte del sistema imprenditoriale. Chiaro, no?

Ed ecco anche spiegato perché le riforme, soprattutto se strutturali, non sono mai abbastanza! Di fatto, la deflazione logora chi la fa: soprattutto se ha successo, la flessibilità dei salari verso il basso allontana, anziché avvicinarlo, l'obiettivo di ridurre la disoccupazione. Tutto quello che si riesce a ottenere per questa via è una crisi di domanda (effettiva), ovvero una situazione in cui circolano talmente pochi soldi che il desiderio di acquistare beni non si traduce effettivamente in domanda per mancanza, appunto, di liquidi! Certo, sappiamo che a questo si può ovviare indebitandosi. Ma ora che le banche saltano una dietro l'altra, sappiamo anche dove questa storia porti: a una crisi finanziaria.

Questo, per voi, non è niente di nuovo, o almeno spero. Ve lo racconto oggi solo per ricordarvi che avete ancora 24 ore per votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione ai MIA17, cosa che potete fare seguendo le istruzioni su questa pagina (per favore non fate come il simpatico Nardelli, che mi ha scritto un paio di email assolutamente deliranti perché temo abbia confuso la pagina per la votazione - dove Goofynomics compare nella categoria 27, e dovete esprimere un voto in almeno 10 categorie - con la scheda per la nomination: strano che certe semplici logiche sfuggano proprio a voi che la televisione la guardate - per lamentarvene, ma la guardate...).

Dovreste farlo, perché non credo che abbiate trovato altrove spiegazioni del perché le riforme strutturali sono destinate a fallire (o meglio: del perché il loro scopo è fallire)! Se volete che altri leggano queste spiegazioni, anche votare ai MIA17 può essere un modo. Voi potrete pensare che sia cosa futile: in effetti, lo è. Ma attenzione, ricordatevi una cosa: le riforme le scrivono i giuristi, e i nostri giuristi sono affetti da quella piddinitas che tante volte abbiamo stigmatizzato. Facciamo finta che siano in buona fede: in questo caso, portare a loro, come a tanti altri, il semplice argomento di questo post forse qualcosa può cambiare. Voglio pensare che chi sembra una brava persona lo sia. Nel mercato delle patate ci si può spostare lungo la curva di domanda, da A a E. In quello del lavoro, la variazione del prezzo (del salario) sposta la curva di domanda (a salari bassi laggente non comprano e gli imprenditori quindi non assumono). La differenza fra pre-keynesiani e post-keynesiani è tutta qui: nel prendere atto di questo semplice dato contabile: i soldi che non circolano non si possono spendere, e alterare la distribuzione del reddito con riforme che danneggino i lavoratori alla fine fa crollare tutta la baracca, anche se a queste riforme viene appioppato il rassicurante epiteto di "strutturali". Si sa, le riforme sono strutturali, esattamente come le olive sono... Come sò ste olive?

https://www.youtube.com/watch?time_continue=12&v=JdKGdU8koHo

E così le riforme: noi cominceremmo a essere un po' riluttanti, ma i tanto Mario Brega dei media e della politica insistono: sò strutturali!

E ce le spingono nel gozzo...

Mi faceva un po' tenerezza il giurista che diceva: "Ma sai, noi scontiamo una certa subalternità culturale, magari abbiamo fatto il classico perché non ci piaceva la matematica, poi arriva l'economista con le sue regressioni e ci dice che il mondo funziona così...". Ecco, Keynes non aveva bisogno di regressioni (pur essendo economista quantitativo) per spiegare come va il mondo, e così non ne ho avuto bisogno io. Aggiungo anche che quello che vi ho detto qui, cioè che le riforme strutturali non funzionano perché deflazionistiche, ormai se lo dicono anche i pre-keynesiani, con il loro linguaggio (non comprensibile ai giuristi, in questo caso) e con argomenti diversi (non tutti stupidi). Ma perché una persona dovrebbe dar retta a chi gli parla un linguaggio che non capisce, anziché a chi gli parla un linguaggio comprensibile? Alla fine, l'archetipo della professione giuridica è l'Azzeccagarbugli: ci vuole così tanto a intuire quando chi si ha di fronte usa le formule come il latinorum?

Insisto sul fatto che chi ha una formazione classica, se ce l'ha, dovrebbe diffidare instintivamente dai tentativi di proporre una scienza umana come scienza naturale. Se non diffida, avrebbe fatto meglio a far ragioneria: questa, almeno, gli sarebbe servita a capire che i soldi che non circolano non possono essere spesi, cioè a maneggiare con scioltezza la parte tecnica della fallacia pre-keynesiana. Ma è la parte etica ed epistemologica quella più grave in termini politici, e più apparente a chi abbia avuto un contatto non fugace con le humane lettere.

Il che ci ricorda che non amare la matematica è forse una condizione sufficiente per scegliere il classico, ma non per capire quanto ivi si insegna, e che se la scienza giuridica richiede ragionamento (cosa della qual i giuristi si gloriano, a ragione), non è per questo che la scienza economica possa o debba essere considerata come un sudoku per diversamente letterati privi di capacità logiche.

C'è un grande lavoro di mediazione culturale da fare (visto che la buona fede si presume). Ci stiamo attrezzando per farlo meglio. Intanto, votate Goofynomics ai MIA17. Poi, vi parlerò dei nostri prossimi appuntamenti...

 

Alberto Bagnai