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martedì 3 gennaio 2017

Frumentationes

...e, come previsto, arriva il reddito della gleba.

Lo chiamano reddito di inclusione (sottinteso: sociale), per non far capire il suo scopo: quello di rendere socialmente sopportabile l'esclusione (perenne) dal mercato del lavoro,
sedando il dissenso degli esclusi con una mancetta (e anche in questo abbiamo fatto scuola: non è buon maestro chi non è superato dall'allievo).

Insomma: è la carota, la carotina, degno complemento del nodoso bastone della censura (quello che brandiscono i crociati "antibufala"). Alla fine l'importante è che ci si dimentichi dell'art. 1 della Costituzione, per non parlare dell'art. 36, che è, quello, roba da palati fini...

Perché ora?

Bè, qui ci aveva visto giusto Luciano, il primo che aveva attirato il mio sguardo sulla possibile evoluzione di questa simpatica manfrina. Proponendo il reddito della gleba il PD oggettivamente spiazza gli ortotteri, per i quali questa battaglia demagogica è il sudario che occulta agli occhi dei tanti gonzi "de sinistra" le loro turpi pudenda liberiste. E quale momento migliore di quello attuale per tirare una simile stoccata? Ora che la Raggi li sta tirando a fondo (ma molto meno di quanto Renzi creda), certo, gli ortotteri sono indeboliti politicamente (tant'è vero che, se non capisco male,
il loro giacobinismo si è lievemente attenuato, per ovvi e prevedibili motivi), e quindi per il PD partire di reddito della gleba è come bastonare uno che caca (per dirla su un registro greve), o maramaldeggiare (per dirla su un registro aulico). In questo modo sperano (sbagliando) di non sfaldarsi alle prossime elezioni, che stanno tirando il più possibile in lungo anche per dare queste mancette (perché proprio non riescono a capire che i fondamentali remano contro di loro e che comunque gli italiani non si faranno comprare così facilmente)...

Ma perché farlo annunciare al ministro dell'agricoltura?

Bè, dai, questa è semplice!
E chi altro dovrebbe annunciarle le frumentationes!?

Benvenuti nell'impero d'occidente. Ora manca solo l'imperatore...


(...
come sapete, io mi sono candidato. Nil difficile volenti. Se siete carini con me, avrete tanto buon reddito. Altrimenti... vi darò in pasto alle mie murene!...)

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http://goofynomics.blogspot.it/2015/06/il-reddito-della-gleba.html

giovedì 4 giugno 2015

Il reddito della gleba

Il gioco è assolutamente evidente e del tutto scoperto. A cosa serve nascondersi? Sanno che ci cascherete, come siete cascati nella trappola dell'euro, e che ci cascherete per lo stesso motivo: perché non volete fermarvi a pensare, perché qualsiasi sforzo intellettuale che superi la dimensione dell'appartenenza da curva calcistica è superiore, soprattutto adesso, dopo sette anni di crisi, alle vostre possibilità.

Qual è il gioco?

Ma è semplice! Barattare il diritto a un lavoro con il diritto a un reddito.

Lo chiamano reddito di cittadinanza, ma qui lo chiameremo reddito della gleba. Risparmieremo caratteri, e aderiremo meglio all'essenza del ragionamento. Così come la servitù della gleba legava il colono a un fondo, il reddito della gleba serve a legare i nuovi coloni al precariato. Ma se mi avete seguito fin qui (e soprattutto se avete seguito
Quarantotto) non avrete certo bisogno che ve lo spieghi, lo scopo del gioco: in un mondo dove la totale libertà garantita al capitale determina uno schiacciamento dei redditi da lavoro e quindi un aumento della disuguaglianza e una traslazione della classe media verso il basso (come ho mostrato in L'Italia può farcela); in un mondo nel quale, stante il principio fondamentale della tutela ultra vires degli interessi dei grandi creditori (che non amano l'inflazione, se pure moderata), l'unico meccanismo di aggiustamento è la deflazione; in un mondo nel quale quindi la polarizzazione dei redditi indotta dalla deflazione sta creando una platea sterminata di poveri; bene: in questo mondo, il nostro mondo, si pone il problema di tenerli buoni, questi poveri...

Eliminiamo subito i discorsi inutili, che, chissà perché, sono i soli che ho visto sui media: "Quali sono le coperture, chi paga?" e via dicendo. Apro e chiudo una parentesi per constatare sconsolato quanto vi sia difficile capire l'ovvio: se i giornali insistono su una cosa, è evidente che la contraddizione principale non è quella.
Nella monarchia assoluta della finanza i sudditi vivono nella galleria degli specchietti per allodole, e apparentemente ne sono lieti. Contenti voi... I soldi li troveranno, e questa è la parte apparentemente più dolorosa del ragionamento, tassando le vostre case e tagliando le vostre pensioni. Del resto, scusate, se voi foste il potere, cosa preferireste fare? Togliere soldi a chi non ha più la forza di andare in piazza per darli a chi ancora ce l'ha, o il contrario? Dai, su, non è difficile, e quindi l'aiutino non ve lo do. Ve lo darà la SStoria, se non vi svegliate, imbecilli!

Bene.

Ora che avete capito (se lo avete capito) che i soldi ci sono e sono i vostri, torniamo al punto, che è sempre il solito: l'euro come strumento della globalizzazione liberista nasce
per creare deflazione salariale (questo era chiaro negli anni '70, poi i comunisti hanno preferito pensare ad altro). Ora, si dà il caso che i salari siano la remunerazione della maggioranza, e quindi in democrazia questo sistema non potrebbe reggere. Si provvede allora in due modi:

1) impedendo al dissenso di esprimersi, con leggi elettorali adeguate (vedi alla voce: Italicum)
2) sedando il dissenso con una mancetta (vedi alla voce: reddito della gleba).



Le
frumentationes, del resto, qui da noi hanno una tradizione lunga. Dov'è la novità?

Oggi, qui, in Italia, questa idea
assolutamente nostrana la stiamo reimportando dalla potenza imperiale di turno. Il reddito della gleba viene spinto, in modalità marginalmente diverse, da due partiti/non partiti (forme "liquide", o meglio "sciolte", di organizzazione del dissenso, evidentemente finalizzate alla creazione di un sottoproletariato tanto digitalizzato quanto privo di coscienza di classe): la MMT e il 5 Stelle, i quali, per motivi assolutamente casuali (o causali?), hanno entrambi un collegamento più o meno esplicito con gli Stati Uniti.

(...
peraltro, tutti ricorderete l'endorsement per il 5 stelle post-elezioni del 2013, fatto da quello che mi accusava di essere interclassista! Quanta pazienza ci vuole...)


Avete un'idea di quanti paesi ci sono al mondo? Il Fondo Monetario Internazionale riporta le statistiche per 189 di essi. Non tutti stanno benissimo, come facilmente immaginerete. Viene allora da chiedersi: "Ma com'è possibile che di tutti i paesi al mondo proprio l'Italia abbia avuto la sorte propizia di essere eletta per intraprendere un percorso di salvezza?" Sì, perché se voi googlate "MMT France" vi esce
questo, se digitate "MMT UK" vi esce questo, se digitate "MMT Espana" vi esce questo,  se digitate "MMT Portugal" vi esce questo... eccetera. E la risposta forse è nel caso, al quale, come saprete, attribuisco grande importanza, forse nel fatto che per stabilizzare l'euro, strumento della pax americana, occorre stabilizzare il paese politicamente più rischioso per la tenuta dell'euro, che resta l'Italia, sia perché ha dimensioni tali da far saltare un progetto nel quale ha solo da perdere, sia perché in Italia, a differenza che in altri paesi, c'è un dibattito.

Ma il reddito della gleba è il cavallo di battaglia di un altro movimento, dei nostri amici ortotteri, emanazione di una società di consulenza che qualche legame con la potenza egemone pare l'abbia avuto (del tutto casuale, non sono un complottista).

Il reddito della gleba al mondo della grande finanza fa comodo, è indubbio, come gli fa comodo (per ora) l'euro. E infatti i due movimenti pro-reddito della gleba non si sono particolarmente contraddistinti per la loro critica all'euro (con buona pace dei fessi che pensano il contrario, perché qualche furbo li ha indotti a pensarlo). D'altra parte qui lo abbiamo sempre detto che sull'euro gli ortotteri fingevano, che tutta la loro narrazione della crisi, basata su castacriccacoruzzzionedebbitopubblicobrutto era intrinsecamente liberista, peggio: oscargianniniana, e che quindi la loro opposizione all'euro
non poteva che essere fittizia, perché quello che evidentemente nasceva come movimento di intercettazione del dissenso altrettanto evidentemente non poteva opporsi all'instrumentum regni del potere. Lo stesso discorso vale, a grandi linee, per la MMT, e anche questo lo abbiamo detto fin da subito.

Non solo questi movimenti non si opponevano in modo argomentato e deciso all'euro. Oltre a questo, pareva che facessero apposta a scegliere ogni e qualsiasi modo per buttare l'argomento in vacca, mettendo in serissima difficoltà chi stava facendo un lavoro serio.
E oggi li ritroviamo, casualmente, insieme, nella difesa del reddito della gleba, cioè, in buona sostanza, nell'importazione in Italia del modello tedesco (ricordate? Ve l'ha detto!), ovvero delle riforme Hartz, delle quali i tedeschi non sono così contenti, dopo averne visto i risultati:



(spiegazione
qui), modello che noi siamo comunque costretti a importare a causa del vincolo monetario, che costringe i paesi deboli ad applicare le politiche di deflazione salariale di quelli forti (non essendo più possibile isolare i rispettivi mercati del lavoro nazionali attraverso lo strumento della rivalutazione del cambio nei paesi forti).

Parto dal presupposto che chi attacca la Costituzione nata dall'antifascismo sia un fascista. Ai fascisti di ieri, di oggi, e di domani, ricordo qual è la linea del Piave:

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.


La linea del Piave è il combinato disposto di questi due articoli.
Gli Italiani non vogliono la mancia, vogliono un lavoro, perché è loro diritto averlo. Poi ci sono gli italiani, come quelli che hanno leso questo diritto prima favorendo la costituzione di un quarto potere monetario, e poi inserendo in Costituzione il principio economicamente insensato del pareggio di bilancio (via Fiscal compact), tradendo lo spirito della nostra Costituzione, come Quarantotto predica da anni, e profanando le tombe dei nostri poveri morti.


E questa, non le tasse che vi toccherà pagare in nome del "pikettiano" richiamo all'equità e alla solidarietà intergenerazionale (non a caso il nuovo filosofo di Treviri ha rilasciato un'intervista doppia
con quello che in Italia sarà il suo braccio armato), questa è la parte più dolorosa di tutta la storia: il tradimento.

Ah, naturalmente la stragrande maggioranza dei traditori della nostra Costituzione era nell'attuale partito di maggioranza relativa, bello compatto nel votare il
Fiscal compact. E siccome natura non facit saltus, ieri Quarantotto mi faceva notare che il PD, che era partito da posizioni come questa, oggi, in nome dell'Europa (che, non a caso, per i piddini coincide con l'euro) sta diventando possibilista: confrontarsi su questo tema è giusto, dice Poletti, che poi è quello che vorrebbe far lavorare gratis i vosti figli nelle sue cooperative, salvo errore.

Chiaro, no?

Sull'euro non è giusto confrontarsi,
QUINDI diventa giusto farlo sul reddito della gleba.

Così, dopo MMT e ortotteri, un terzo movimento che ha il suo riferimento ideologico se non proprio negli Stati Uniti, in un posto ad essi piuttosto vicino, il PD, si aggiunge alla lista degli utili idioti della finanza internazionale il cui scopo è quello di scardinare le costituzioni socialdemocratiche, certo non per cattiveria d'animo, ma perché, semplicemente, a loro conviene che sia così. Ed avendo loro il controllo dell'informazione, non gli sarà difficile credere che quello che stanno facendo lo stiano facendo nel vostro interesse.

In altre parole, farà er Bomba ora, se è furbo?

Si farà lui campione del reddito della gleba, mantenendo con il PD finto (i nostri ortotteroni cari, che nel 2015 devono ancora farsi un'idea sull'euro) dei margini di finta dialettica, ma appropriandosi di corsa di un'idea che gli permetterebbe di consolidare un consenso che ovviamente non poteva restare al 40% fasullo delle europee (drogato da una campagna elettorale grillina particolarmente inefficace). Ringrazio Quarantotto per questa intuizione: quanto sia fondata lo vedremo presto, ma personalmente temo lo sia, se è vero che, come dice Di Maio, per tre punti passa una sola retta.

Non è mica una rilettura della geometria euclidea!

Tutt'altro.

È una fine analisi politica.

La retta della finanza internazionale passa per questi tre punti:

1) difesa dell'euro (o meglio ancora critica fasulla), inteso come punto culminante della piena liberalizzazione dei movimenti di capitali (utili idioti disposti a difendera se ne trovano a mazzi, come ormai avrete capito);

2) adozione di una legge elettorale liberticida;

3) reddito della gleba (perché comunque i poveracci non puoi solo bastonarli, altrimenti poi lavorano male).

Come al solito, sarà la Bce a tracciare il solco, e il PD a difenderlo. Naturalmente, in nome del "
ce lo chiede l'Europa", della difesa della vedova e dell'orfano, e con toni politicamente corretti. Aspettiamo lieti gli interventi degli influencer dell'OCSE. Scommettiamo che fra qualche giorno cominceranno a preoccuparsi della crescita della povertà? E quali ricette proporranno? E quando succederà, crederete a me e a Quarantotto?

No.

Perché se non foste dei boccaloni non saremmo nell'euro.

E ora scatenatevi, plebaglia! Nell'attesa che l'imperatore vi getti un pugno di sesterzi dal balcone, vi concedo questa libertà...

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http://ilpedante.org/post/reddito-di-sudditanza/

Reddito di sudditanza

15 giugno, 2015

Tra i tanti eventi che certificano la morte della "sinistra" ce ne sono pochi di così simbolicamente potenti come il passaggio dalla battaglia per la piena occupazione a quella per il reddito o elemosina universale. La svolta è epocale ma consequenziale. Una comunità falsamente convinta che il denaro preceda la ricchezza non può che vedere nella disoccupazione un problema di mancato reddito e non - quale è - di mancata produzione, e quindi un impoverimento collettivo in termini reali.

Sul piano pratico le domande da porsi sono semplici. Se la produttività - cioè il rapporto tra output produttivo e costo - è tra le ossessioni principi dei tempi moderni, che senso avrebbe azzerarla per via istituzionale? E se la spesa pubblica improduttiva è l'incubo e lo spauracchio dei salotti contemporanei, che cosa c'è di più improduttivo di uno stipendio dato a chi non produce nulla? Poi dicono i forestali calabresi.

Ma soprattutto: perché uno Stato che lamenta carenze di risorse umane in settori vitali - sanità, giustizia, sicurezzaistruzione e uffici pubblici a ogni livello - adducendo l'impossibilità di pagarle, dovrebbe adesso distribuire stipendi senza chiedere in cambio le prestazioni lavorative di cui ha (cioè abbiamo) disperato bisogno? I 7.200 euro netti annui citati ad esempio nella proposta di legge del Movimento 5 Stelle corrisponderebbero a una decente retribuzione part-time. Chi la percepisce potrebbe riparare strade, argini e scuole cadenti, rimuovere discariche abusive, piantare alberi, custodire edifici pubblici, senza dire dei profili più qualificati: infermieri, geometri, giuristi, educatori ecc. Invece no. Ci teniamo il settore pubblico sotto organico («non ci sono i soldi!») e paghiamo i disoccupati per non far nulla («troveremo i soldi!»). Una proposta troppo folle per essere frutto (solo) della stupidità.

In realtà se i poveri bramano il reddito garantito per disperazione, i ricchissimi (come un Casaleggio, per dire) avrebbero ottimi e più ragionati motivi per desiderarlo. Molto è stato giustamente scritto sulla necessità di salvaguardare un livello minimo di sopravvivenza tra le masse per scoraggiarne le rivolte - che ricordiamolo, non si fanno né per le bandiere colorate né per la democrazia, ma per fame. Celebre è la formulazione di un padre spirituale dell'assetto economico comunitario europeo, Friedrich von Hayek (The Constitution of Liberty, cap. 19):

Occorre qualche forma di aiuto per chi versa nella povertà estrema o nella fame, anche solo nell'interesse di coloro che devono essere protetti dai gesti di disperazione dei bisognosi.

A sostegno di questo cinico ma centralissimo movente - in una civiltà in preda al caos il ricco non potrebbe godersi la ricchezza - altri aspetti concorrono a sposare felicemente il reddito senza lavoro con gli interessi di una ristretta classe dominante.

Compressione dei salari. Come ogni altro bene, anche la forza-lavoro risponde alla legge della domanda e dell'offerta, cioè si deprezza quando è più abbondante e si apprezza quando è più rara. Se tante persone si contendono pochi posti di lavoro vince chi, a parità di competenze, è disposto a farsi pagare di meno. Nello scenario opposto (tanto lavoro per pochi lavoratori) i datori di lavoro dovrebbero invece contendersi l'un l'altro i lavoratori offrendo compensi sempre più alti. La celebre curva di Phillips esprime questo fenomeno mostrando una relazione empirica di proporzionalità inversa tra disoccupazione e livello dei salari (all'aumentare della disoccupazione diminuiscono i salari). Ora, che nel nostro Paese la disoccupazione non sia una sciagura, ma uno strumento deliberato, cioè lucidamente perseguito, di compressione salariale (altrimenti detta "competitività") e deflazione via curva di Phillips, è stato recentemente denunciato persino da un esponente del PD, Alfredo D'Attorre. In quanto al reddito di cittadinanza, versare un'elemosina di sopravvivenza ai disoccupati senza impiegarli consentirebbe di salvaguardare l'ordine sociale mantenendo al contempo alta la disoccupazione, cioè quell'esercito industriale di riserva che garantisce la disponibilità di lavoro a basso costo e a bassi diritti. Il vero capolavoro è che questa soluzione, a beneficio di pochissimi, sarebbe in carico alla fiscalità generale cioè ai "privilegiati" che, avendo un reddito da lavoro, dovrebbero cederne una parte per finanziare un meccanismo infallibilmente destinato a comprimere i loro stipendi e a minacciare la sicurezza stessa del loro impiego.

Privatizzazioni. Che lo Stato crei lavoro - unica ricetta anti-crisi ad oggi collaudata con pieno successo, quella keynesiana - è una bestemmia da non pronunciare nei consessi politici contemporanei. Piuttosto, al reddito senza lavoro si contrappone il lavoro senza reddito. Ma pagare i propri cittadini per lavorare, giammai! Perché? Perché di norma i settori in cui opera lo Stato sono quelli potenzialmente più lucrosi: sia perché coprono bisogni vitali e irrinunciabili - salute, energia, sicurezza, giustizia, infrastrutture - sia perché intrinsecamente universali. Se lo Stato assorbisse la disoccupazione in modo diretto assumendo i lavoratori di cui ha bisogno, toglierebbe ai privati la possibilità di lucrare nei settori di sua competenza tramite privatizzazioni e appalti. Il reddito di cittadinanza scongiura efficacemente questo pericolo e fa sì che le casse pubbliche, cioè i cittadini, paghino tre volte: l'obolo ai disoccupati + il servizio pubblico ai privati + il relativo lucro.

Domanda interna. Come è noto, la "distruzione della domanda interna" è un obiettivo orgogliosamente rivendicato da Mario Monti e diligentemente perseguito dai suoi successori. Occorre tuttavia preservare un lumicino di domanda diffusa a beneficio delle élite industriali transnazionali senza minacciarne il primato economico. Come? L'importo esiguo del reddito di cittadinanza consente di foraggiare un mercato di consumatori low cost inevitabilmente orientati all'acquisto di merci seriali, di bassa qualità e di importazione: cioè esattamente il segmento produttivo delle industrie multinazionali. Gli eventuali produttori nazionali e di piccole dimensioni sono esclusi dal beneficio di uno stimolo economico di così bassa entità, avverando così la definizione lepeniana: «La mondialisation, c'est faire fabriquer par des esclaves pour vendre à des chômeurs». E che cos'è il reddito di cittadinanza se non appunto uno strumento per «vendre [pattumiera] à des chômeurs»?

Controllo sociale. Se il lavoro garantisce dignità e indipendenza, l'assistenzialismo crea schiavi. La condizionalità del beneficio è uno strumento di governo degli ultimi dove alla partecipazione democratica si sostituisce il ricatto. Non è certo un caso che fin dall'inizio il dibattito sul reddito di cittadinanza sia stato caratterizzato da letture "meritocratiche", cioè moralistiche e punitive: chi rifiuta un lavoro - qualunque lavoro, a discrezione del proponente - perde il diritto all'elemosina. Chi non dimostra di cercare lavoro, idem. Chi fa lavoretti in nero, pure. La definizione e il controllo dei requisiti apre orizzonti illimitati di potere per il dominus, che può imporre il proprio modello etico-politico e i propri interessi mediante la carota (cioè il bastone) dell'obolo. 

Andrebbe fatto sommessamente notare che, se l'elemosina non è un diritto, lo sono invece il lavoro (Costituzione, art. 4), la sua retribuzione dignitosa (art. 36) e la salute (art. 32). Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, di cui l'Italia è parte e che ha - ci piace dimenticarlo - la stessa obbligatorietà di Maastricht, riprende e amplia i diritti costituzionali includendo il diritto di ogni individuo "alla sicurezza sociale" (art. 9), "ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario, ed alloggio adeguati" (art. 11), "alla libertà dalla fame" (ibidem), "a godere delle migliori condizioni di salute fisica e mentale che sia in grado di conseguire" (art. 12). La revoca del reddito di cittadinanza, per qualsiasi motivo e in assenza di misure sostitutive a garanzia dei succitati diritti, non è uno stimolo per costringere i "fannulloni" alla virtù paventando miseria, ma un crimine contro l'umanità: che è poi l'esito puntuale di ogni forma di moralismo collettivo.

Ma non solo. Lo stesso Patto sancisce "il diritto di ogni individuo di ottenere la possibilità di guadagnarsi la vita con un lavoro liberamente scelto od accettato" (art. 6). Comunque la si metta, il reddito di cittadinanza non è compatibile con il diritto umanitario, il quale infatti individua il veicolo di realizzazione dei diritti fondamentali nel lavoro e nella sua "decorosa" remunerazione (art. 7), non nell'assistenzialismo in conto capitale. Se gli Stati devono prendere "misure appropriate per garantire" il diritto al lavoro (art. 6), uno Stato che versa salari senza creare lavoro è inadempiente.

Il reddito di cittadinanza è uno strumento di controllo e sottomissione sociale, repressione dei salari e favoreggiamento dei grandi gruppi privati. Il fatto che sia invocato dal movimento politico personale di due milionari è perfettamente coerente con le premesse, mentre è patologico il sostegno dei cosiddetti, residui ed eventuali compagni. Un tempo difendevano le ragioni del lavoro contro il capitale. Oggi di quel capitale, bramato e quindi legittimato, chiedono le briciole per alimentare e sedare le fila di un gregge inerte, obbediente e ricattabile. Da proletari senza prole a lavoratori senza lavoro. Un bijou.