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Renzo Rossotto: "Villarbasse, cascina fatale"

 

 

20 novembre 1945: alla cascina Simonetto di Villarbasse, a una ventina di chilometri da Torino, dieci persone vengono massacrate a colpi di bastone e gettate ancora vive in una cisterna. Le indagini portano all'identificazione dei colpevoli: Lala, Puleo, La Barbera e D'Ignoti. A Mezzojuso, vicino a Palermo, viene ritrovato il cadavere del Lala, capo banda dei malviventi di origine siciliana responsabili dell'orrenda strage, ucciso in circostanze misteriose. I tre superstiti vengono processati davanti alla Corte d'Assise di Torino e condannati alla pena capitale, allora ancora in vigore.

 

4 marzo 1947: all'alba, i tre assassini vengono fucilati a Torino alle Basse di Stura. Fu l'ultima condanna a morte, l'ultima fucilazione, emblematico spartiacque tra il mondo ancora appartenente agli anni della guerra e quello della ricostruzione post-bellica che stava sorgendo.

 

Renzo Rossotto ha ricostruito quella tragica vicenda con stile rigorosamente giornalistico, riuscendo così, nel contempo, a ricostruire con mirabile precisione l'ambiente e lo spirito del tempo nel quale si svolse la tragedia, che ebbe un andamento sconvolgente dove la realtà superò qualsiasi macabra fantasia: la cascina trovata vuota al mattino in un clima irreale, le dieci vittime massacrate a randellate ritrovate solo giorni dopo, le mani legate con filo di ferro dietro la schiena, gettate ancora vive dentro una cisterna nel cortile della stessa cascina.

 

I fatti vengono narrati da Rossotto anche attraverso i racconti dei giornali dell'epoca, dando all'opera una valenza di ricostruzione storica assolutamente imperdibile: "Per le ristrettezze del momento, mancanza di carta, costi, i giornali, che costavano tre lire, apparivano poveri, poche pagine, due in tutto, di solito con la prima dedicata ai problemi politici, nazionali ed internazionale del momento e la seconda alla cronaca, bianca e nera. Un fatto emerge chiaro. Davanti ad un fattaccio come quello di Villarbasse, oggi riempirebbero almeno due o tre pagine. Si è potuto verificarlo, per un raffronto, con episodi orrendi accaduti poco prima del 2002 e anche dopo. Ricostruzioni dei fatti, tesi contrapposte, lunghi articoli di opinionisti, psichiatri che dicono la loro, magistrati che intervengono, quasi ad anticipare una sentenza, e ogni servizio giornalistico firmato da due, a volte tre inviati. Per non dire della dovizia di immagini fotografiche. I resoconti degli inviati - uno per giornale - che seguivano le indagini a Villarbasse possono dirsi un eccezionale esempio di sobrietà. I titoli più rilevanti erano su cinque, sei colonne. Quasi nessuna fotografia, i resoconti non firmati, quasi per esprimere bene che si trattava non di uno o due redattori che parlavano dal posto, ma di una voce sola, quella del giornale. Articoli sintetici che oggi stupiscono, raffrontati soprattutto con le evidenti "sbrodolate" su casi meno importanti di quello che sconvolse l'Italia del 1945.

C'è, dunque, da meditare sull'informazione di ieri e su quella di oggi. Lasciamo la libertà al lettore di dire quale sia la formula vincente" (cap. 3, pag. 39).

 

Particolarmente interessanti, anche per cogliere il mutamento dei tempi, le osservazioni in merito al mancato accoglimento della domanda di grazia da parte del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, che possiamo trovare nel decimo capitolo dedicato a Padre Ruggiero, appartenente all'Ordine dei Frati Minori di San Francesco, che ebbe il compito di seguire i condannati fino al momento dell'esecuzione:

"L'incarico, grave, pesante, cadde sulle spalle di un frate. Doveva traghettare all’aldilà quei tre miserevoli, tre macellai del delitto, che, considerando la giurisprudenza attuale, oggi se la caverebbero forse con qualche cosa di meno dell’ergastolo. Oggi i tre avrebbero percorso il lungo tunnel delle perizie psichiatriche e poi, chiusi in una cella per un po’ di anni, sarebbero vissuti con la speranza, neppure troppo tenue, di un possibile ritorno nella cosiddetta società.

Anche la Giustizia ha i suoi tempi, vorremmo quasi dire le sue mode. Potevano, assassini di una tale spietata ferocia, essere pienamente consapevoli di ciò che stavano facendo? Oggi la domanda sarebbe questa. E, quasi di certo, la risposta degli illustri periti sarebbe “no”. Può una ragazzina essere totalmente consapevole di ciò che fa mentre uccide a coltellate la madre? No. Può una madre, freddamente, uccidere il proprio bambino, ben conscia di ciò che sta facendo, di ciascun gesto, dei colpi vibrati? Certamente no.

Di questo passo, un luminare del Foro trarrebbe la logica conclusione: nessuno è pienamente colpevole. Insomma. si raggiungerebbe l’iperbolica certezza che gli assassini, a ben pensarci, non esistono. Non per nulla un teologo riuscì a sorprendere con la teoria secondo cui l’inferno, comunque presente nella sua trascendente essenza, è deserto. L'inferno, cioè, tenendo conto dell’immensa misericordia di Dio, sarebbe vuoto. Con un tale percorso di pensiero, teorico ma non troppo, molti anni dopo ci si sarebbe trovati davanti a crimini efferati, massacri stradali, vili attentati, con più morti, soprattutto nel periodo del terrorismo più bieco, quasi “compresi”. Colpevoli conclamati, confessi, protagonisti di due, tre processi, fra un ricorso e l’altro, ospitati in celle ben più confortevoli di quelle che alle “Nuove” di Torino ebbero a ospitare i tre assassini di Villarbasse. Qualcuno “pentito” , qualcun altro “dissociato”, con la possibilità di entrare e uscire dal carcere, perfino di collaborare a qualche giornale, ricevere telefonate e concedere interviste. Un’epoca, ovviamente, diversa, ma può, dunque, mutare così tanto la Giustizia adattandosi alle mode e alle circostanze storiche?

Nel 1947 ciò sarebbe parso inverosimile, soprattutto insultante per qualsiasi comunità civile. Così si spiega perché allora il ricorso venne respinto. I tre di Villarbasse, tutti e tre di Mezzojuso, pur nella loro rozzezza, analfabeti, parevano rendersene conto. Nel 1947 la realtà era cruda. Realtà che usciva dalla guerra, dai bombardamenti, dalle privazioni. L’Italia, diventata una repubblica, stentava a scrollarsi di dosso l’atmosfera di prima, tornavano a casa i prigionieri, i dispersi, molti sopravvissuti ai campi di concentramento.

A poco a poco l’atmosfera mutava, con una gran sete di nuovo e, anche, con la smania di dimenticare. Impossibile non pensare che, in fondo, negli anni lasciati alle spalle, e parevano tanti, di morti se ne erano visti fin troppi, durante l’occupazione nazista, poi nel periodo fascista di Salò, con gli eccidi che, in Torino e in Piemonte, insanguinarono i marciapiedi e le rive del Po nell’aprile del 1945. La coscienza dei più si andava aprendo verso una giustizia che eliminasse dal Codice la pena capitale. Quella “cancellazione” della morte dal gran libro del diritto era li, a due passi ormai, questione magari di pochi giorni. Lo pensavano i difensori che, l’abbiamo detto, miravano a guadagnare tempo, ma il tempo, raffigurato spesso come un imponente vecchio, barbuto, munito di falce, per tagliare la vita, scosse il capo. No, per un delitto così, per le lacrime di coloro che avevano visto i congiunti uccisi in un modo tanto feroce, abbietto, non poteva esserci alcun rinvio. Non c'era posto per la pietà davanti a quella cisterna, ai cadaveri appesi ai blocchi di cemento, all'agonia nel buio di quell'acqua ferma. Enrico De Nicola, ci dicono, valutò i ricorsi della difesa, ma andò a leggersi i fatti, i verbali, le ammissioni, la requisitoria di Trombi. E De Nicola, come il vecchio con cui si raffigura il tempo, disse anch'egli di no. Era l'ultima autorevole parola".

Il mattino del 4 marzo 1947, "La Nuova Stampa", in attesa di ripristinare la vecchia testata, titolava: "I massacratori di Villarbasse fucilati stamane all'alba", anche se a quell'ora l'esecuzione non c'era ancora stata. La cronaca dell'esecuzione venne quindi ripresa mercoledì 5 marzo, in prima pagina, di spalla, a tre colonne, con il titolo: "Fucilazione di tre barbari". Il cronista annotò: "Sono le 7,45. Nella fissità della morte si è riscattata l'umanità dei colpevoli".

 

L'orrore di questa storia non potrà essere dimenticato, così come la bestiale indifferenza dimostrata dagli assassini durante il processo (come emerge dagli atti ampiamente riportati nel testo in esame). Tuttavia, "Villarbasse forse trovava pace. Non sognava che scrollarsi di dosso quella tragedia, cancellarla con tutte le forze, cambiar nome alla cascina, sistemare nuovi alberi, riprendere a vivere. La vita pretende queste accettazioni. C'era nell'aria un annuncio di primavera ma, improvvisamente, il 6 marzo nevicò. Fiocchi larghi, lenti, che volteggiavano nel cielo grigio ma rischiarato da un tenue bagliore rosa. La nevicata non durò molto, ma fu sufficiente a tingere ogni cosa di bianco. Parve una purificazione. Un bianco abbagliante dopo tutto quel buio" (cap. 10, Alle Basse di Stura: Giustizia è fatta!).

 

Un libro avvincente come un thriller nell'incalzante successione dei fatti, che si legge tutto d'un fiato, ma in grado di essere interessante anche dal punto di vista storico, aiutandoci a capire come eravamo e come siamo cambiati nell'oltre mezzo secolo trascorso dal dopoguerra ad oggi.

 

4 ottobre 2003

 

Maurizio Gasparello

Renzo Rossotti

VILLARBASSE, CASCINA FATALE, pp.159 - Euro 9,80

Editrice Il Punto, Torino

 

Sito ufficiale della Cascina Simonetto di Villarbasse: www.cascinasimonetto.com